Enola Holmes: la grande delusione del film Netflix con Millie Bobby Brown

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Enola Holmes è un film originale Netflix diretto da Harry Bradbeer e rilasciato lo scorso 23 settembre. La pellicola è l’adattamento cinematografico della serie di romanzi gialli per ragazzi The Enola Holmes Mysteries di Nancy Springer, che hanno per protagonista la sorella adolescente del famoso investigatore Sherlock Holmes – il personaggio creato dallo scrittore britannico Arthur Conan Doyle (1859-1930) e che appare in numerosi romanzi e racconti considerati classici della letteratura. Il cast di Enola Holmes è composto da Millie Bobby Brown (Undici in Stranger Things), Sam Claflin (Io prima di te), Henry Cavill (protagonista della serie fantasy The Witcher) e Helena Bonham Carter (Ocean’s 8, Suffragette, Harry Potter).

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Alla ricerca della madre scomparsa

Il giorno del suo sedicesimo compleanno Enola Holmes (Millie Bobby Brown) fa una scoperta sconcertante: sua madre Eudoria (Helena Bonham Carter) è scomparsa, lasciandola sola nell’immensa dimora di famiglia. Forse era destino che andasse così: l’anagramma del suo nome, in inglese, è alone, cioè sola, ma la sua solitudine non dura a lungo. Poco dopo la sparizione della madre, le fanno visita i due fratelli maggiori, lontani da tanto tempo: Sherlock Holmes (Henry Cavill), l’investigatore conosciuto in tutta l’Inghilterra, e Mycroft Holmes (Sam Claflin), detective di fama minore che affianca il primo.

In assenza della figura materna, i due fratelli, molto più grandi di Enola, decidono di mandarla in un collegio per ragazze per farle avere l’educazione che si addice al suo sesso. Enola non è quella che si definirebbe una signorina: sa combattere, fa sport, è disordinata, ma, al contempo, è molto istruita e creativa. La ragazza ha ricevuto solo l’educazione della madre, che le ha impartito l’importanza di essere sé stessa e di seguire i suoi sogni, staccandosi dai dettami della società ottocentesca che voleva le donne brave mogli e brave madri e nient’altro.

Enola non vuole mettere piede in un collegio dove le insegnerebbero perfino a “ridere come una signorina” e, alla prima occasione, scappa di casa e va in cerca della madre scomparsa. Vestita da ragazzo per non farsi riconoscere, decide di salire su un treno e si imbatte in un giovane visconte, Lord Tewkesbury, anche lui in fuga dalla famiglia che vuole farlo arruolare contro la sua volontà e inseguito da un uomo cattivo che prova a farlo fuori per oscuri motivi. Dopo un difficoltoso viaggio in treno, Enola Holmes giunge a Londra e qui continua la ricerca della madre, tra pericolose sale da tè, covi di terroristi, negozi di abbigliamento raffinato e alloggi improbabili.

Mentre i suoi fratelli le sono alle calcagna, in particolare Mycroft, lei deve decifrare i messaggi in codice che la madre lascia sui giornali inglesi e soccorrere il povero Lord Tewkesbury, invischiato in qualcosa di grosso che potrebbe mettere in pericolo la vita di entrambi.

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Un disastro quasi annunciato

Enola Holmes è un nuovo originale Netflix che conferma l’incapacità del colosso dello streaming di produrre film alla stessa altezza delle sue serie televisive, alcune delle quali diamanti della serialità (Stranger Things, Dark, Black Mirror). Netflix incappa in un errore grossolano: sperare che l’attrice chiave di Stranger Things implichi il successo di tutte le produzioni di cui fa parte, quindi anche di Enola Holmes. Indipendentemente dai risultati in termini di visualizzazioni, il film ha molti problemi e neanche la bellezza e la sfarzosità delle scenografie e dei costumi può sorreggere qualcosa con basi molto deboli.

Pur con un target giovanile – è un film per ragazzi – e una trama di investigazione – Enola Holmes deve risolvere il mistero della madre scomparsa e di Lord Tewkesbury – il film pecca di dinamicità, brillantezza e capacità di divertire lo spettatore. Inutili sono gli ammiccamenti e le battute della protagonista, che si rivolge alla telecamera per coinvolgere lo spettatore, ma senza riuscirci. Le sequenze narrative si dilatano eccessivamente, i dialoghi tra i personaggi sono piatti e i rivolgimenti narrativi quasi inesistenti; il film è lento e pesante. L’unica vera scena di azione c’è durante il primo incontro tra Enola e Lord Tewkesbury, quando i due saltano da un treno in corsa per sfuggire al loro inseguitore e, inverosimilmente, atterrano illesi su un terreno scosceso. L’inverosimiglianza di Enola Holmes si palesa anche quando la ragazza riesce a scampare al feroce sicario sulle tracce di Tewkesbury: una ragazza di sedici anni, pur intelligente e allenata, potrebbe davvero mettere K.O. un uomo molto più grande ed esperto di lei?

I personaggi secondari del film non hanno spessore psicologico e, in alcuni casi, sono stereotipati: Sherlock Holmes è privo di personalità e non ha nulla a che fare con il personaggio creato da Conan Doyle, Mycroft Holmes incarna lo stereotipo dell’uomo tradizionalista e meschino che vuole decidere la vita di Enola Holmes al suo posto e la madre Eudoria ha una ambiguità che non è indagata a dovere. Questa donna ha idee femministe che si scontrano con il conformismo dell’epoca, ma una scoperta all’interno del film dimostra che sta perseguendo la sua causa nel modo sbagliato. Cresce Enola Holmes con amore e dedizione, ma la abbandona con una motivazione che non regge.

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Assenza di chimica tra i personaggi e femminismo eccesivo

Nonostante le doti del cast attoriale, i personaggi non hanno chimica nel relazionarsi tra di loro, non dimostrano sentimenti – buoni o cattivi – che li legano; la sensazione è che nel film ogni attore reciti per sé stesso. La scarsa chimica tra i personaggi non rende credibile neanche tutta la dinamica fratello buono/fratello cattivo di Enola, rispettivamente Sherlock e Mycroft Holmes.

Enola Holmes sventola la bandiera del femminismo dall’inizio alla fine, con una protagonista anticonformista che viene cresciuta da una madre ribelle in un mondo che sta cambiando. Il messaggio femminista è nitido, ma strabordante, e vuole quasi essere l’ancora di salvezza di un film che altrimenti colerebbe a picco. Inoltre, qualsiasi messaggio proposto con insistenza perde significato, diventa sgradito e, nel caso specifico del femminismo, inadeguato per un pubblico di spettatrici cresciute in un mondo in cui, sebbene ci siano ancora nodi da sciogliere, c’è posto anche per loro.

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Grazia Caputo

Vivo in provincia di Caserta, ho 27 anni e sono laureata in Giornalismo e Comunicazione alla Sapienza di Roma. Lavoro come editor in una piccola casa editrice casertana e sono un'aspirante giornalista pubblicista. Consumo film e libri continuamente, quindi a un certo punto ho iniziato a scriverne. Dopo un po', sono arrivata a The Wise Magazine.

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