Nel mondo che faremo, Dio è risorto

Nel mondo che faremo, Dio è risorto
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«Sapessi quante volte sono andato allo stadio a vederlo. Quanti abbonamenti…».
Mentre ascoltiamo, con silenzio rispettoso e sguardo sommesso, le notizie arrivate a raffica dai telegiornali, mio padre interrompe il gelo emotivo della stanza con un breve ricordo dei bei tempi del passato. Il Napoli dettava legge in Italia e in Europa. Ci giocava un argentino dai piedi vellutati. Il suo ritiro era ancora molto lontano, non era di certo vicino ad appendere le scarpe al chiodo. Eppure, la narrazione sportiva lo vedeva già come il migliore di tutti, a causa di un estro semplicemente fuori dal normale.

Volgo verso di lui lo sguardo. Si asciuga le lacrime con un gesto delicato e rassegnato, accompagnato da un sospiro di delusione. Come se una magia fosse malinconicamente terminata.
Mio padre è una persona anagraficamente anziana, anni addietro ne ha viste e vissute tante. L’ho visto piangere, in ventinove anni, solo due volte. Quando è morto il suo papà, qualche anno fa. E ieri, quando è morto Diego Armando Maradona.

Dio è morto

Mentre scrivo penso al peso delle responsabilità, di dover ricordare una persona così speciale senza per questo cadere nella retorica. Dimenticherò qualcosa, di certo. Impostare un discorso su Maradona è estremamente difficile. Non perché non l’abbia visto giocare “dal vivo”: tra videocassette, internet e filmati d’annata, si recupera tutto. Come tanti bambini napoletani, con il mito di Maradona ci sono cresciuto. Nessuno me l’ha imposto, anzi, si è impossessato di me dopo la prima videocassetta dei migliori gol. Maradona rappresentava una singolarità incredibile. Per questo è tanto difficile parlarne senza dire ciò che altri hanno provato a spiegare. Mi scuso in anticipo se, nonostante lo sforzo, non saprò raggiungere l’obiettivo. Questo è un pezzo che non avrei mai voluto scrivere ma che, al tempo stesso, sento il dovere di creare.

Pensare a Maradona come calciatore non può che essere riduttivo. Maradona è un’entità, qualcosa che trascende il mero concetto di sport e che concretamente si assesta su altri livelli di discussione. Tanti altri, prima di lui, hanno rappresentato la grandezza. Nel presente e nel futuro, qualcuno ci è già riuscito e ci riuscirà. Ma il modo in cui Maradona è entrato nell’immaginario collettivo è clamoroso. Odiato e amato, rispettato e temuto. Un uomo che non conosceva mezze misure. Non potevano vivere insieme a lui.

«Non fare il Maradona», diciamo quando qualcuno non ci passa la palla durante il calcetto. Lo ritroviamo in libri, canzoni, serie tv, film, spettacoli teatrali, podcast. Maradona è ovunque, come lo sarebbe Dio per chi riesce a vederlo o sentirlo nel cuore. Per la prima volta nella storia, parlare di un calciatore abbinandolo a una divinità non sembrava affatto fuori luogo. A differenza di quanto si potesse credere, però, Maradona era tanto genuino da essere amato e rispettato persino dai suoi avversari più arcigni. La sua lealtà in campo e fuori era e resta universalmente riconosciuta. Di fatto, Maradona è stato odiato e rinnegato solo da chi non ha saputo o voluto capirlo. Da chi ha scelto di cedere al pregiudizio sulla sua figura piuttosto che apprezzarne la poesia e l’umanità.

Maradona era il ragazzino che risiede dentro ognuno di noi. Quella faccia da schiaffi e la personalità per dimostrare di valere. La volontà di estraniarsi dalla povertà e dall’orrore di una vita ingiusta per cercare la gioia rincorrendo qualcosa che piace. Maradona era anche debolezza e autodistruzione. Così come classe, talento, sacro e profano. Ma non solo nello sport. Il calcio di Maradona era la sua esistenza quotidiana. Una battaglia da combattere con il sorriso, nonostante gli spettri dell’emotività. Ha sbagliato tanto ma non c’è nulla da perdonare. La vita privata resta tale. O almeno dovrebbe. Qualcuno non è riuscito a concedergli l’onore delle armi nemmeno adesso. Dimostrando, per l’ennesima volta, una pochezza morale ai limiti della tragedia.

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Non è affatto un caso che proprio a Napoli, città nella quale il cuore conta più della ragione, Maradona abbia trovato il trono per la sua reggenza. La sfida era prelibata: portare una squadra buona ma non eccelsa ai livelli delle migliori in Europa. Trascinare da solo i compagni e un popolo intero. A Napoli e in Argentina, una miriade di bambini si sono chiamati Diego (e la tendenza non sembra rallentare). Perché Maradona è stato, prima di tutto, simbolo di riscatto sociale. Per la città partenopea, a buona o cattiva ragione sempre con il mirino puntato alla testa. Per un Paese intero, soprattutto. La sua Argentina, martoriata dalla povertà e dalle ambizioni di conquista altrui.

Maradona è il prototipo assoluto del giocatore le cui azioni si riversavano inevitabilmente sugli aspetti quotidiani e sociali della vita di ognuno. La sua carriera è stata talmente folle che, nella stessa partita, ha segnato un gol di mano – facendosi palesemente beffa di ogni regola calcistica per elevare il suo messaggio a rivincita contro una nazione che aveva condannato alla morte e alla sofferenza tanti suoi connazionali – e il gol del secolo («Aquilone cosmico! Da che pianeta sei venuto?», una telecronaca da brividi).

Genio e sregolatezza nell’arco di pochi minuti. Perché Maradona poteva essere questo e quello con una facilità sconcertante.  È stato talmente “arrogante” da andarsene lo stesso giorno di un altro meraviglioso e autodistruttivo campione come George Best. Quasi a voler ristabilire le gerarchie, nonostante il cognome pesante e da predestinato del suo collega.

Come un artista tormentato, Maradona resterà immortale per le sue opere ma anche per il suo percorso tortuoso. La droga, l’alcool, gli eccessi, le polemiche. I lati oscuri di Maradona sono sempre emersi prepotenti, proprio perché lui non ha mai fatto nulla per nasconderli. Maradona era vero e puro in ogni situazione possibile. Perciò, anche oggi, chi lo piange unendosi al coro della sofferenza pare un po’ ipocrita, dopo averlo spesso odiato e criticato finora. Maradona è stato il drogato, l’alcolizzato, l’obeso. Ma quando faceva del bene veniva quasi ignorato per continuare a raccontarne le tormentate avventure.

La generosità del Pibe de Oro era quella di giocare una partitella di beneficenza per un bambino malato, nonostante gli fosse stato caldamente sconsigliato, in un campetto dismesso, per fare un favore a suo papà. Oppure nell’abbracciare Papa Francesco, come si farebbe con un amico, e iniziare con lui un percorso di beneficenza a favore dei bambini poveri.

Maradona era l’uomo che girava per la Napoli notturna in cerca di riflessioni e pace. Lo stesso uomo che, quando andava al supermercato, riempiva due carrelli: uno per sé, uno per i bambini meno fortunati. Aveva conosciuto povertà e disagio, rimasti impressi sulla pelle e nella mente come macchie indelebili. Certa gente tenderà a ricordare di Maradona soltanto ciò che fa più comodo. Mettere in risalto la debolezza non rende però un uomo peggiore, specie se quell’uomo ha avuto la forza di porsi come barra da superare per l’eccellenza. Nessuno poteva essere Maradona perché era unico e solo lui era in grado di sopportare il dolore di un ego imperfetto e fragile, fin troppo martoriato anche quando non era necessario.

Maradona è stato, di fatto, il più umano tra gli dei. Ha sofferto e fatto soffrire. Si è imposto con la sua ingombrante presenza e si è fatto manipolare. Ha frequentato persone di dubbio gusto, si è fatto raggirare. Maradona era la purezza di un bambino che non conosce il mondo o che non vuole impararne i lineamenti d’erba e di terra. Era un Peter Pan con la paura di crescere nelle vene. Perché crescere voleva dire soffrire e lui, la sofferenza, l’aveva conosciuta già. Maradona è stato divorato per sessant’anni dai suoi demoni interiori che, forse, alla fine, sono purtroppo riusciti a sconfiggerlo. Un grande paradosso della sua morte è che, incredibilmente, lo renderà ancora più eterno e ricordato.

Molti reputano che il calcio, senza Maradona, sarebbe stato diverso. Una controprova reale non potrà mai esserci. Di sicuro, però, sarebbe stato più noioso e banale. Maradona era il calcio che tutti noi vorremmo poter giocare. Fuori dagli schemi, prendendo botte e rialzandosi subito, senza fiatare. Una splendida e amara metafora, perché Diego è stato preso a pugni di continuo dalla vita e non si è mai ripreso veramente dai KO ricevuti. Ma il concetto di Diego – che chiamo per nome perché è un amico, almeno per il mio cuore – trascendeva confini terreni. Come lui, nessuno mai. E non si parla solo di sport.

Maradona non è mai stato solo un calciatore

L’influenza sociale di Maradona resterà immutata anche dopo la morte. O meglio: se prima si trattava di leggenda e mito, ora si parla di immortalità. Alla notizia della scomparsa, tutto il mondo si è fermato e unito. E Maradona non era di certo un leader politico (almeno non ufficialmente). Anche se a qualcuno poteva addirittura sembrarlo. Magari, in primis, a sé stesso. Quella politica che Maradona cercava di influenzare con i suoi pensieri, volti sempre al meglio comune e mai all’interesse personale. Ironicamente incredibile a dirsi ma, nella sua fragilità, Maradona ha commesso tanti errori. Quando i grandi cadono, fanno un rumore terribile. Maradona non sempre è caduto in piedi ma non era una persona cattiva. Il principale responsabile delle sue azioni e ovvia mira di contestuali conseguenze è stato sempre e solo lui.

A chi sostiene che Maradona non sia stato il più forte di tutti nella storia del calcio si può controbattere in svariate maniere. Un Mondiale vinto da solo, Scudetto e Coppa UEFA con una squadra al di sotto delle big italiane e tanto altro ancora. La realtà però parla anche meglio. Ci sono due video di Maradona che sono indicativi. Gli highlights di ogni sua partita dei Mondiali 1986, in cui lui crea con una facilità disarmante e gli altri disfano tutto il lavoro. E poi una compilation di interventi fallosi (che all’epoca non erano considerati tali) di ogni genere ed entrate durissime, da codice penale, subite in carriera. Roba che metterebbe KO qualsiasi calciatore moderno con un fisico migliore di un tozzo e apparentemente sovrappeso fenomeno argentino. Maradona ha battagliato con i migliori e ne è uscito vincitore.

Maradona non era finezza. Anzi, era a volte mancanza di stile. Ma era pure genuinità, amore, libertà. Per me, è impossibile pensare a Maradona come “uno dei più forti”, quando è la storia che inserisce il. Ed è impossibile smettere di piangere per lui, per sempre. Ancora peggiore, in questo momento, cercare di trovare le parole per chiudere – solo apparentemente – questa pioggia di scrittura che sto riversando qui. Perché in fondo ancora non ci credo che Maradona sia morto per davvero, se realmente scomparso lo si può considerare, ignorando quel carisma e quell’aura mistica che accompagneranno il mondo da oggi in poi. Questo non era (ancora) forse il tempo delle parole, ma è il tempo delle emozioni. Che, come Maradona, non moriranno mai.

E forse, proprio perché Maradona è esistito, un mondo migliore – sia sportivamente che umanamente – può essere pensato e realizzato. Per rimediare agli errori, al dolore e alle sconfitte con la felicità più genuina e ribelle. La stessa che ha portato un ragazzino di Villa Fiorito a essere chiamato Dio. Non ci sarà mai un altro Pibe de Oro. Maradona, come Dio, è nel cuore di tutti noi. E non muore mai. Risorge sempre.

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Pubblicato da Claudio Agave

Studente presso la Facoltà di Scienze Motorie dell'Università Parthenope di Napoli. Giornalista pubblicista dal febbraio 2017 dopo una lunga ma utile gavetta. Scrittore, con almeno due romanzi già in cantiere e alcune partecipazioni attive a progetti letterari. Ho gli interessi di molti (cinema, serie tv, doppiaggio, sport) e l'ambizione di voler vivere facendo ciò che amo. Insomma, in pillole: scrivo pezzi, faccio cose, vedo gente.

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