Il quasi golpe di Trump

Il quasi golpe di Trump
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«Bravo Trump, presidente migliore di quel golpista di Obama». A tessere le lodi del quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti non è un suo supporter statunitense, ma l’ex grillino Alessandro Di Battista. Sono trascorsi due anni da quando Di Battista ha voluto far sapere al mondo intero che, secondo lui, l’attuale inquilino della Casa Bianca si può ritenere un capo di Stato superiore rispetto al suo predecessore. E dopo l’assalto al Campidoglio, l’aggettivo golpista è tornato di incredibile attualità.

Perché quello del 6 gennaio si può definire un golpe. Un colpo di mano, a essere più precisi. Il giornalista del Foglio Maurizio Stefanini azzarda addirittura una definizione più tecnica, golpe de calle, che richiama a esperienze illiberali tipiche dell’America Latina. È importante utilizzare la terminologia corretta, perché i fatti confusi e inediti del 6 gennaio non hanno nessun precedente nella storia degli Stati Uniti. Se è vero che le immagini del Congresso invaso dagli esagitati incoraggiati dal loro leader fino a pochi minuti prima dell’assalto hanno ricordato l’irruzione armata del generale spagnolo Tejero dentro il Congresso dei Deputati nel 1981, quello di Trump non è stato un golpe militare.

Lo scopo di un colpo di mano come quello vagheggiato da Trump è quello di sovvertire la legge e l’ordine. Nel caso americano, è arrivare all’istituzione che si occupa dell’attività legislativa. Non ci si può relazionare a qualcosa come un tentativo di colpo di Stato rimanendo perfettamente dentro un’ottica di legalità. Chi fa un colpo di Stato si fregia del potere in termini di forza bruta, quindi contando sull’appoggio militare, o in termini di legittimazione popolare. E Trump invoca la legittimazione popolare da quando ha perso le elezioni.


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«Abbiamo vinto, abbiamo vinto di misura» insisteva a ripetere The Donald fino a qualche giorno fa. Beninteso, l’autogolpe di mercoledì non va inquadrato come un’idea a lungo covata dal Presidente. Se si fosse trattato di un progetto più elaborato, altri attori (l’esercito, la stampa) sarebbero stati coinvolti e sicuramente non si sarebbe fatto ricorso a un manipolo di squilibrati. Trump invece è da solo con la sua base. Se i terroristi, responsabili della morte di un poliziotto, fossero arrivati ai certificati degli Stati che il Congresso era in procinto di ratificare, forse il golpe cafone di Trump avrebbe avuto effettivamente inizio.

La costituzione americana delega alla Camera e al Senato il compito di certificare il vincitore delle elezioni presidenziali ogni quattro anni il 6 gennaio. Una volta saltato questo passaggio, si sospende la costituzione. È il confine tra la legge e l’anarchia, tra la certezza e il mistero. E come se non bastasse, il lassismo di Trump durante l’assalto ha innescato una crisi costituzionale. Il governatore del Maryland Larry Hogan ha rivelato che la Casa Bianca ha negato al Pentagono l’autorizzazione a intervenire. Nel momento in cui il vicepresidente Pence ha chiesto e ottenuto l’invio della Guardia Nazionale, è stata violata la catena di comando che prevederebbe l’intervento del Presidente, sventando eventuali colpi di mano. Trump ha dunque inizialmente avallato l’attacco al tempio della democrazia americana, sperando così di poter attuare il suo bizzarro piano, salvo poi ritrattare con un video in cui chiedeva di protestare pacificamente.

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In questo momento non esiste nessun Presidente degli Stati Uniti. Seppur formalmente ancora in carica, l’autorità di Trump è limitata dalle minacce del Vicepresidente e del Congresso, i quali in queste ore stanno discutendo la possibilità di un altro impeachment (il secondo) o dell’applicazione del venticinquesimo emendamento, che destituirebbe il Presidente per evidente infermità mentale. Il riconoscimento della sconfitta, arrivato in un video registrato nella notte di giovedì, è stato imposto a Trump dai poteri che erano pronti a rimuoverlo dal suo incarico mercoledì stesso.

Non sappiamo se il trumpismo sopravviverà senza Donald Trump. La competizione serrata per aggiudicarsi la preziosissima figura di delfino ed erede politico si è congelata a seguito della rivoluzione dell’Epifania. L’elemento nuovo che tutti stavano aspettando, nonostante l’opinione pubblica fosse già stata ampiamente allertata dai media, è però emerso mentre la democrazia americana dimostrava al mondo intero che non è immune a svolte autoritarie, neanche a quelle di facciata.

Il trumpismo non è assimilabile al fascismo perché non è riuscito a consolidare la lotta politica come strumento per reprimere il dissenso. La chiamata alle armi di mercoledì scorso ha fatto sfociare il trumpismo nello squadrismo e né il Partito Repubblicano né la stragrande maggioranza degli americani è pronta a sostenere derive eversive di questo tipo. Perlomeno non ancora. Neppure la Repubblica di Weimar reagì con grande entusiasmo dopo il Putsch di Monaco. A Hitler bastarono dieci anni per convincere il popolo tedesco. Quanto tempo impiegherà colui che raccoglierà il testimone di Trump a rovesciare definitivamente l’ordinamento statunitense? Tempus edax rerum.

 

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Pubblicato da Gianluca Lo Nostro

Caporedattore della sezione politica di theWise Magazine.