Ruslan Malinovskyi, quanto vale un dieci

Ruslan Malinovskyi, quanto vale un dieci
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Nel 1928, quando il calcio aveva già cominciato a mietere vittime in amore, Herbert Chapman diede al gioco dalla palla tonda un’innovazione. La partita tra Arsenal (di cui Chapman era il manager) e Sheffield passò alla storia come la prima partita in cui comparvero i numeri sulle maglie dei giocatori.

Certo, Chapman restò allenatore dei Gunners fino al 1934 e, in quel decennio, creò un vero e proprio sistema di gioco, un nuovo tipo di preparazione atletica, svariate idee per la visibilità in campo. E il colpo di genio dei numeri di maglia fu proprio una di queste brillanti intuizioni.

La statua di Herbert Chapman nel tragitto per il Fly Emirates Fonte: Wikimedia Commons.

Ovviamente, come detto, la motivazione fu che l’allenatore dei londinesi aveva bisogno di un segno di riconoscimento per distinguere i suoi giocatori durante il gioco. Ma la Football Association decise di rendere ufficiale nel 1939 la questione numeri, tanto da obbligare ogni squadra a fare lo stesso.

Si parte dal numero 1 (portiere) e si va a salire, fino ad arrivare (chiaramente) al numero 11 (esterno alto). A pensarci oggi sembra scontato, ma cìè stato un tempo in cui tutto ciò che nel calcio moderno è visto con naturalezza era visto con ammirazione.

Pelé, Best e Cruyiff

Questa premessa era di fondamentale importanza, visto che la genialità di Chapman è stata nel tempo trasformata in armonia tra numero e giocatore. Mentre prima il numero rappresentava la posizione in campo, già con il Brasile di Pelé le cose cambiarono.

Il ragazzino sedicenne che scese a Stoccolma con il dieci sulle spalle, trasformò quel numero in un sogno. Tutti volevano essere ‘O Rey, avere il suo riconoscimento sulle spalle, simbolo di estro, genialità e fantasia.

Edson Arantes do Nascimiento Fonte: Wikimedia Commons.

Di lì in poi cominciò l’indissolubile storia d’amore tra i giocatori e il loro numero, dove però il fantasista, il più forte della squadra, doveva indossare il numero che era stato di Pelé. Non esisteva una regola scritta, tanto che altri due fenomeni del calcio come Johann Cruyiff e George Best avevano sulle spalle, rispettivamente, il 14 e il 7.

Continuare a dilungarsi su ogni giocatore porterebbe a fare una lista infinita di potenziali “dieci” che hanno giocato con altri numeri, quindi meglio andare direttamente al punto: Ruslan Malinovskyi.

La fantasia di Malinovskyi

Un patrimonio va custodito, tenuto stretto, nascosto se necessario, ma mai dimenticato. Giampiero Gasperini ha dimostrato una lucidità eccelsa nel gestire il talento di un giocatore che, in quanto a fantasia, ne ha da vendere.

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Ha dovuto tribolare un po’, tra infortuni e panchine, ma Ruslan Malinovskyi sta dimostrando alla serie A e a sé stesso di poter essere il metronomo perfetto di un undici accordato alla perfezione. Vederlo giocare significa ammirare un passaggio che si pensava (e sperava) potesse fare; e che alla fine fa davvero.

Quante volte è capitato di urlare davanti alla televisione o anche allo stadio «ma no, dovevi passarla!». Ecco, Malinovskyi quell’urlo lo ricaccia in gola, perché fa esattamente la cosa giusta al momento giusto.

È un numero dieci che gioca con il 18, che vede la linea di passaggio ancora prima che questa si crei. Come Michelangelo vedeva la scultura nel marmo grezzo, così l’ucraino in maglia atalantina scontorna il campo con geometrie di davinciana memoria.

Se Chapman avesse potuto allenare il ragazzo ex Shaktar, l’avrebbe sicuramente messo come perno del suo gioco, trasformandolo in un Sole con intorno i suoi pianeti. A pensarci bene la Dea gioca proprio così: una miriade di comprimari che si passano il testimone di protagonista. In poche parole: il calcio.

Come nasce un artista

Di solito è l’artista a disegnare sulla tela. Ma quando il capolavoro è l’artista stesso, allora si evolve lo spirito dell’arte. Qui entrano in gioco i numeri: l’occhio umano ha bisogno di stupirsi e di capire allo stesso tempo. Ma come si può capire qualcosa di incomprensibile e inspiegabile?

Ruslan ha dato al numero 18 lo stesso valore del dieci, trasformandosi in un 4 durante i ripiegamenti, in un 7 con le accelerazioni, in un 9 con le sue finalizzazioni. Gli altri lo vedono, lui già lo sa. Lui lo fa, gli altri devono ancora capirlo.

È un trasformista: come Arturo Brachetti, anche il giocatore di Gasperini riesce a cambiare pelle nell’arco dei novanta minuti svariate volte, senza dare punti di riferimento, confondendo una numerologia che ormai non ha più un senso logico.

Come le giocate di Ruslan: al di fuori di una linea temporale, seminate in una clessidra dove il tempo va al ritmo di un metronomo dal sangue dell’est e con il 18 sulle spalle.

La domanda più frequente in questo periodo è: quanto vale Malinovskyi? E la risposta potrebbe essere un’altra domanda: quanto vale una scultura di Michelangelo?

Molto? No. Semplicemente, è inestimabile.

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