Wembley ‘66, l’unico successo inglese

Wembley ‘66, l’unico successo inglese
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A eccezione della finale di Euro 2020 e di qualche altra cocente delusione mondiale racimolata nel corso della propria storia, la nazionale inglese, pur rappresentando con orgoglio la terra ribattezzata culla del calcio, non ha raccolto abbastanza successi per giustificare il blasone di cui gode. Per la precisione, nonostante generazioni di giocatori eccellenti, in special modo a cavallo tra gli anni Ottanta, Novanta e Duemila, solo un trofeo ufficiale fu vinto dai Three Lions, ovvero la Coppa Rimet (oggi Coppa del Mondo), giocata tra le mura di casa nel 1966. 

Troppo forti in origine

Se gli inglesi si sono sempre vantati di aver inventato il calcio, nonostante poi altre nazioni abbiano espresso le migliori interpretazioni di questo sport, il motivo di tale ostentazione è valido e comprovato. Oltre a essere stata il Paese in cui sono sorti, nella seconda metà dell’Ottocento, i primi club professionistici, storicamente, almeno sino all’ultimo conflitto mondiale, l’Inghilterra è stata anche la nazionale più attrezzata e temibile, forte di giocatori sopraffini e di una sana ma giustificata spavalderia. 

La passerella di Torino

A testimonianza di ciò, oltre al fatto che la corazzata di Sua Maestà non partecipò a nessuna edizione dei mondiali sino al 1954 poiché ritenuta dalla stessa federazione inglese troppo forte, ci fu l’esito del match tra la rappresentativa d’oltremanica e la selezione italiana del 16 maggio 1948. Dopo la fine della seconda guerra mondiale e l’annullamento dei campionati mondiali del 1942 e del 1946 per via delle conseguenze del conflitto bellico, allo Stadio Comunale di Torino gli azzurri, composti per dieci undicesimi da giocatori della squadra di casa (il Grande Torino), affrontarono da campioni del mondo in carica (avendo vinto il mondiale nel 1938), l’Inghilterra di Matthews, Mortensen e Tommy Lawton. 

Rinunciando addirittura al caratteristico stile di gioco fisico e rude, gli inglesi schiacciarono gli avversari sotto il punto di vista squisitamente tecnico, sfoggiando una classe cristallina e giocate brillanti, come il gol di Mortensen dalla linea di fondo campo. Oltre alla rete da cineteca di Sir Stanley, la doppietta Finney e la marcatura di Lawton suggellarono un quattro a zero difficile da digerire per la nazionale azzurra, chiaramente inferiore rispetto a una squadra troppo ricca di talento. 

Il mondiale in casa

L’edizione del 1966, oltre a essere stata la prima ad avere, per fini puramente promozionali, una mascotte ufficiale (il leone Willie), iniziò in modo quanto mai particolare: il Brasile, detentore del titolo, annunciò la sparizione della Coppa Rimet il 20 marzo, generando caos e preoccupazione all’interno della dirigenza della FIFA. Il trofeo, dopo essere stato rubato, fu trovato appena in tempo per l’inizio della competizione in un parco di Londra, grazie al fiuto dell’eroico cane Pickles. 

Altra curiosità insolita fu che gli stadi scelti per ospitare il torneo, tra cui spiccavano il Goodison Park di Liverpool, l’Old Trafford di Manchester e l’Hillsborough Stadium di Sheffield (oltre a Wembley, impianto designato come teatro della finalissima), pur essendo impianti all’avanguardia non accolsero le caratteristiche bande musicali che avrebbero dovuto eseguire gli inni nazionali a causa di alcuni dissapori da parte del governo inglese con i Paesi socialisti, in special modo con la Corea del Sud

Il cammino trionfale

Dopo aver superato facilmente la fase a gironi vincendo contro Francia e Messico e pareggiando con l’Uruguay, la nazionale di casa affrontò l’Argentina nel quarto di finale più spettacolare della rassegna. A Wembley gli inglesi la spuntarono per uno a zero a seguito di un match contornato di polemiche e lamentele, arrivate anche da oltreoceano. Decisiva fu l’espulsione del capitano dell’Albiceleste Antonio Rattìn per proteste, alquanto fiscale a detta di molti. 

In semifinale, smaltite le scorie del duro e discusso quarto di finale, i padroni di casa incontrarono il Portogallo, grande favorita per la vittoria finale. Per archiviare la pratica lusitana fu necessario uno straordinario Bobby Charlton, che, con un bel rasoterra e con uno dei più classici tap-in, siglò la doppietta decisiva per il passaggio del turno

Dal canto suo la nazionale iberica, sia pur delusa dal risultato finale, riuscì a segnare in zona Cesarini grazie al fuoriclasse Eusebio, che, trasformato il rigore giustamente concesso dall’arbitro Pierre Scwinté, fornì speranza al proprio tifo per gli ultimi minuti della gara. 

La finale

In un Wembley gremito, sotto lo sguardo vigile della regina Elisabetta II seduta in tribuna d’onore, si giocò la finalissima tra gli inglesi, allenati da Alf Ramsey, e la Germania Ovest del ct Helmut Schön. Dopo i gol di Haller per i tedeschi e Hurst (grande rivelazione del torneo) per per l’Inghilterra, entrambi nella prima frazione di gioco, a meno di un quarto d’ora dal fischio finale Peters portò avanti i padroni di casa, illudendo uno stadio intero. Ma i tedeschi, notoriamente duri a morire, trovarono il pareggio a pochi istanti dal fischio finale sugli sviluppi di una contestatissima azione a palla ferma. 

Il gol fantasma

Condannata ai supplementari, l’Inghilterra non si scompose e, a quattro minuti dalla fine del primo dei due tempi, l’attaccante Geoff Hurst lasciò partire un tiro secco che, dopo aver sbattuto sulla parte inferiore della traversa, rimbalzò sulla linea di porta. Le immagini, successivamente esaminate, dimostrarono che la sfera non varcò completamente la linea, così come previsto da regolamento, ma l’arbitro svizzero Dienst, non sicuro, dopo un difficile colloquio con l’assistente sovietico Bakhramov (il quale parlava solamente russo e turco) convalidò la rete passata alla storia come il gol fantasma.

A pochi secondi dalla fine del match, Hurst andò nuovamente a segno, divenendo l’unico giocatore della storia a segnare una tripletta in una finale di Coppa del Mondo e consegnando, dopo un dovuto omaggio alla regina, il primo e unico trofeo nella storia della nazionale inglese: ovviamente, non senza qualche giustificata polemica…

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