theWise incontra gli apicoltori Davide ed Elisa

Oggi theWise Magazine ha incontrato Davide Venturelli ed Elisa Rabacchi che a Pavullo nel Frignano, nell’Appennino modenese, hanno deciso di intraprendere la professione di apicoltori.

Come avete deciso di diventare Apicoltori?

«Nella mia famiglia [di Davide, N.d.R.], da parte di mamma, le api ci sono sempre state. Negli anni Ottanta mio zio regalò a mia mamma due cassette di api, una per mia sorella e una per mio fratello, che presto si dimenticarono di averle. Mia mamma le curò e le seguì fino al 1998, quando purtroppo morirono a causa di un falò fuori controllo. Insistetti molto per averne altre e, finalmente, nel 2012 presi altre due famiglie. Anche il nonno di Elisa era un apicoltore. Aveva una confidenza tale con questi animali da non dover indossare nemmeno la maschera!

La spinta per diventare apicoltore professionista l’ho avuta quando ho riletto un romanzo in cui la protagonista, Armida, una donna molto forte, lotta in una famiglia un po’ complicata. Ella ha delle api e viene chiamata “strega” proprio perché le cura e parla con loro. In suo onore ho chiamato Armida l’ape regina della mia prima cassetta, tutt’ora esistente. Elisa non aveva mai lavorato con le api. Appena conosciuta l’ho coinvolta subito, e oggi è più brava di me!»

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Gli apicoltori Davide ed Elisa.

Come si cura uno sciame?

«La gestione delle le api è un impegno variabile nel corso dell’anno. Ci sono periodi in cui bisogna visitarle una o due volte a settimana e periodi in cui si può stare addirittura un mese senza doverle visitare. Il momento di massimo impegno è fra marzo e giugno. Occorre verificare che la regina deponga le uova correttamente e che ci siano scorte di cibo sufficienti. Bisogna poi fare un eventuale controllo delle nascite, per evitare sciamature eccessive. Le api tendono a riprodursi e il loro primo obiettivo nella produzione di miele è la prosecuzione della specie. Per le scorte di cibo, la loro filosofia è “prima per me e per gli altri se ce n’è”. A noi apicoltori spettano solo gli eventuali surplus di produzione di miele.

Quando vogliono riprodursi, in primavera, le api operaie scelgono alcune larve che vengono nutrite con la pappa reale e si trovano in apposite celle reali. Possono essercene anche quindici per cassetta, ognuna delle quali può far potenzialmente nascere una regina. Nel momento in cui la regina viene alla luce, la famiglia si divide. Metà resta nella cassetta e metà esce con una delle due regine, formando un nuovo sciame. Sta all’apicoltore trovarlo e recuperarlo. Si possono poi fare nuovi sciami artificiali, chiamati nuclei. L’impegno per ogni cassetta durante la visita può variare da un quarto d’ora fino a un’oretta, in base anche ai periodi dell’anno e ai lavori che si devono eseguire. Il detto popolare recita “fino a San Pietro alle api stacci dietro”. Quindi, fino a fine giugno si possono fare controlli; dopodiché i lavori possono essere sospesi fino alla smielatura estiva, solitamente tra fine luglio e metà agosto. Subito dopo iniziano i trattamenti contro la Varroa destructor.

D’inverno è meglio non fare delle visite aprendo la cassetta, perché le api devono mantenere una temperatura fissa all’interno dell’arnia che deve essere fra i venti e i venticinque gradi. Aprendola si può creare uno shock termico importante, quindi meglio evitare. Se lo si deve fare è bene farlo nelle giornate e nelle ore più calde».

Come si arriva al miele?

«La produzione di miele dipende in primis dalla forza della famiglia dopo l’inverno. Ci sono famiglie che riescono a passare la stagione fredda con un numero importante di api operaie e quindi sono già strutturate per poter portare molte scorte dentro la cassetta. Anche l’età della regina è un fattore importante. Superati i cinque anni di vita, le regine tendono ad avere un brusco calo di prolificità, quindi è consigliabile sostituirle e rinnovarle, qualora non siano già le stesse api operaie a provvedere in tale senso. Gli apicoltori devono saper riconoscere quando la famiglia ha scorte sufficienti nel nido ed è quindi in grado di poter affrontare l’aggiunta del melario, cioè del ripiano superiore nel quale le api possono depositare la produzione di miele in eccesso.

I tipi di miele possono essere diversi e variano in base alla zona in cui si trovano le api, poiché esse si muovono nel raggio di circa due chilometri dalla loro arnia. Più la cassetta è vicina alla fonte di cibo, maggiore sarà la quantità di miele prodotto. La produzione risente sempre delle condizioni meteorologiche: eventuali periodi di eccessivo freddo o siccità, il troppo vento, troppa pioggia o gelate fuori stagione sono fattori che possono ridurre fortemente o azzerare la raccolta di determinate fioriture.

Nella zona dell’Appennino modenese le fioriture più famose e mellifere sono quelle del tarassaco (uno dei mieli più difficili da produrre, poiché legato al meteo primaverile), l’acacia tra maggio e giugno, il castagno tra giugno e luglio e genericamente il millefiori, cioè il mix originato da tutti i vari fiori stagionali. Qui da noi nel periodo estivo prevale certamente l’erba medica. La presenza di giardini fioriti aiuta fortemente le api, come anche le fioriture delle piante officinali. Per questo motivo noi abbiamo avviato una piantagione di oltre trecento esemplari di lavanda».

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Il primo piano di un’ape regina.

Cosa si prova a curare le api, che non sono animali “domestici” in senso comune?

«Non dico che le api arrivino a riconoscerti, ma quasi. Il legame che c’è tra gli apicoltori e le loro api è dato soprattutto dei movimenti e dall’odore. Andare dalle api dopo essersi dati deodoranti, profumi o dopo barba è sconsigliatissimo, perché l’ape viene infastidita da questi odori troppo forti. Vedevo spesso che gli apicoltori erano sudati e sporchi, poi ho capito due fattori chiave. Chiaramente indossando la tuta integrale si fa una vera e propria sauna, ma d’altronde il sudore è il nostro odore caratterizzante. Le api a lungo andare imparano a riconoscerlo e ad accettarlo con minor timore.

Per quanto riguarda i movimenti, è importante riuscire a capire quali le infastidiscono. Se davanti alla cassetta vedono una figura scura che armeggia, la scambieranno per un orso o un predatore e la attaccheranno. Per questo motivo è sconsigliato aggirarsi nei loro paraggi con abiti scuri. Prendersi cura delle proprie famiglie è una bella soddisfazione. Sono necessarie grande attenzione e grande delicatezza. Le api sono molto importanti e, aggiungerei, rilassanti».

Come è considerata oggi la professione degli apicoltori?

«Ci sono due grandi categorie di apicoltori. Da un lato gli apicoltori professionisti, che possono essere nomadi o sedentari, e dall’altro gli apicoltori hobbisti. Un apicoltore professionista è come un “fungaio”: ognuno ha i suoi segreti! Pochi sono disposti a condividere quello che è il loro lavoro. Credo che quei pochi che lo fanno siano preziosi e contribuiscano a diffondere conoscenza. C’è inoltre una diatriba ricorrente tra gli apicoltori professionisti e gli hobbisti, che si accusano a vicenda di sottrarsi la produzione o di essere “untori” di malattie.

Oggi l’apicoltura è tornata di moda, però è fondamentale capire che non ci si può improvvisare. Per fare questo mestiere si deve avere un approccio abbastanza tecnico. Non dico scientifico, ma quasi. Occorre prepararsi prima a livello teorico e successivamente affiancare un apicoltore professionista per il corso di tutto l’anno, per poter vedere le varie fasi della vita delle api e capire il ciclo e l’organizzazione dei lavori che ne derivano. Solo così si potrà raggiungere un livello di preparazione adeguato. Consigliamo di solito di partire con un paio di arnie».

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Un’ape operaia con il polline appena raccolto.

Qual è il valore delle api? Consigliereste di tenerle, anche solo come metodo di relax?

«Il valore delle api è immenso. Dal loro lavoro di impollinazione dipende quasi il settantacinque per cento di tutto ciò che mangiamo. Le api sono un indicatore importante del livello di salute di un luogo. Dove le api stanno bene significa che ci sono dei buoni livelli di purezza dell’acqua e dei terreni e non c’è inquinamento. Il primo consiglio per coloro che vogliono provare a diventare apicoltori è di prepararsi in modo adeguato e di confrontarsi spesso con qualcuno di più esperto. Le api non sono giocattoli che possiamo dimenticare o accantonare. Le arnie vanno seguite con regolarità a seconda delle varie stagioni. Abbandonare degli alveari al loro destino senza più seguirli è molto rischioso, soprattutto per il diffondersi di malattie che potrebbero contagiare anche le arnie di vicini e confinanti. In natura le api selvatiche sono quasi scomparse, mentre quelle domestiche sopravvivono grazie al lavoro e alle cure periodiche degli apicoltori, specie contro il pidocchio chiamato Varroa destructor.

Un fattore fondamentale per la salvaguardia delle api è la diversità delle colture. L’ape ha bisogno di diverse fioriture e di avere il più a lungo possibile la disponibilità di fonti di polline fresco. Ci è capitato di sentire affermare da aspiranti apicoltori: “Vorrei mettere su le api perché vivo vicino a tante acacie”. Bisogna fare attenzione: se queste sono l’unica possibile fioritura di cui si dispone, non saranno sufficiente a sfamare le famiglie per l’intera bella stagione, ma solo per le due/tre settimane in cui effettivamente fioriranno. È importante quindi valutare se, dove vogliamo posizionare delle arnie, ci sia sufficiente biodiversità e un susseguirsi di fioriture per tutta l’arco dei mesi tra aprile e ottobre».

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