Enrico Mazzone: una Divina Commedia di 97×4 metri

Enrico Mazzone: una Divina Commedia di 97×4 metri
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La mia amicizia con Enrico Mazzone risale al settembre dello scorso anno a Pescara, dietro le quinte del Premio Internazionale Giovani Eccellenze organizzato dalla Universum International Academy.

In quel periodo, nel Mercato Coperto di Ravenna, Enrico stava ultimando un progetto sensazionale: illustrare la Divina Commedia su un foglio di carta lungo novantasette metri e alto quattro. In altre parole, ricalcare il viaggio dantesco nell’Inferno, nel Purgatorio e nel Paradiso, ma senza nessun Virgilio a fargli da compagnia e soprattutto da guida.

Praticamente il nostro Enrico rimaneva dieci-dodici ore al giorno sdraiato su un cuscino tra Beatrice, Minosse, Pier della Vigna, Paolo e Francesca, e tanti altri personaggi danteschi. La tecnica della puntinatura si ripeteva in modo paziente e meticoloso. Questo impegno è durato ben cinque anni ed è iniziato in Finlandia.

L’opera, dopo essere stata presentata a Ravenna, è stata esposta per l’intera estate a Montella, nel cuore dell’Irpinia, e successivamente in Piemonte, nei comuni di Camerana e Monesiglio.

Di recente l’ho rincontrato e gli ho posto alcune domande.

Monesiglio.

Sono sicuro che l’esposizione della tua opera a Montella, nella chiesa di Santa Maria della Neve all’interno di un magnifico complesso monastico e lungo la via del Corso, sia stata per te una forte emozione. Che tipo di accoglienza hai ricevuto sia dalle autorità che dai cittadini?

«La mia permanenza a Montella, dalla prima visita all’esposizione, è stata un’esperienza molto particolare perché mi hanno accolto in modo spontaneo e non invasivo; ho apprezzato molto questo tipo di approccio dato che sono una persona timida, ma anche espansiva. Penso che questo tipo di accoglienza, un pochino diversa da quella tipica del Sud, sia proprio insito nella cultura dei montellesi, probabilmente perché legata a un magnifico paesaggio naturalistico che fa trasparire tranquillità ed elimina qualsiasi forma di ansia.

L’organizzazione dell’evento fatta dall’amministrazione, dalla comunità montana e dagli stessi cittadini è stata eccezionale. A loro, con altrettanto entusiasmo, si è unita l’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento, proprietaria del complesso monastico. Un lavoro ottimo ed efficace, che non ho mai visto nel nord Italia e raramente in Finlandia; in pochi giorni hanno realizzato il collegamento a internet, la filodiffusione, la palizzata in legno di faggio e castagno, l’illuminotecnica, il differente deflusso di acqua, il servizio di catering, la pulizia del giardino, la costruzione dell’orto botanico… Questo per me è stato un ulteriore segno di stupenda accoglienza».

Enrico Mazzone
Montella.

La mia personale esperienza mi dice che queste piccole realtà superano spesso città più popolose come iniziative, senso di imprenditorialità e intraprendenza. Il caso di Montella mi sembra anche un chiaro esempio di riscatto di un magnifico Sud, che però spesso è denigrato e sconosciuto. Sei d’accordo?

«Sono d’accordo con te, è bene che si sfatino certi pregiudizi sul Sud. Nel Nord c’è progresso, economia, imprenditorialità, però è utile ricordare che i primi latifondisti sono stati siciliani. La realtà è che negli ultimi quaranta, cinquant’anni la mancanza di infrastrutture, le incertezze, la produzione a basso costo e tanti altri fattori hanno cercato di sfigurare le regioni meridionali. Riporto alcuni casi di eccellenza che ho incontrato a Montella. Il turismo è la principale fonte di reddito, ma è lontano dai canoni di business che caratterizzano altri luoghi; inoltre, è vero che tanti giovani vanno al Nord per cercare lavoro, però di recente parecchi sono tornati o venuti al Sud, hanno ripopolato i borghi e sviluppato varie forme di impresa. Il tutto è supportato da un profondo senso di pulizia e d’incontaminazione industriale, dalla natura, da paesaggi e scorci fantastici e, non ultimo, dagli sforzi delle amministrazioni locali e associazioni di volontariato. Tanti prodotti agricoli o alimentari sono esportati in Europa direttamente, senza intermediari. Un esempio è la Castagna di Montella, famosa all’estero e riconosciuta come marchio I.G.P.».

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È stato da poche settimane pubblicato un tuo libro, Dalla Galaverna alle Malebranche. In viaggio con Dante, con la prefazione di Vittorio Sgarbi. È una tua autobiografia, e in particolare hai raccontato gli ultimi cinque anni, cioè il periodo in cui hai realizzato la tua interpretazione della Divina Commedia. Da dove è nata l’idea di scrivere un libro e cosa vuoi comunicare?

«Dalla Galaverna alle Malebranche è un viaggio il cui il punto d’inizio è Galaverna, cioè i ghiacci della Groenlandia, e il punto finale le Malebranche: il gruppo di diavoli più irruenti e aggressivi dell’Inferno che Dante e Virgilio incontrano ai bastioni della città di Dite. Con questa autobiografia vorrei raccontare i miei ultimi cinque anni, caratterizzati da viaggi, spostamenti e intenso lavoro; comunicare la mia esperienza, creare interesse e anche una forma di sinergia con coloro che hanno avuto delle esperienze simili. Un episodio che ho riportato è la visita a Upernavik, un’isoletta della Groenlandia abitata da poco più di un migliaio di persone. Ci ero andato per avere l’ispirazione di quella che poi sarebbe stata la mia opera dantesca realizzata in cinque anni: là ho provato delle emozioni che non dimenticherò mai. 

Vorrei sottolineare un concetto che più volte ho evidenziato nel mio libro: rendere omaggio alla concretezza dei fatti. Mi spiego meglio: noi tendiamo a sognare di evadere dalla routine quotidiana, ma finiamo nel dire a noi stessi: “Ah, se potessi…”, “Ah, se non fossi legato alla famiglia, al lavoro…”, e non realizziamo ciò che desideriamo. Io vorrei semplicemente affermare che ci sono riuscito allontanando paure e preconcetti insiti nella nostra psiche.

Un altro messaggio del libro è sottolineare che il viaggio, non però come prodotto turistico, è bello perché libero da vincoli. Viaggiare significa trovare sé stessi in altre dimensioni, confrontarsi con diverse persone, tornare con del lavoro o con del materiale su cui lavorare. A livello imprenditoriale può essere una scoperta di altre forme di associazioni, sinergie, prodotti, innovazione… in sintesi, un libro anche per invogliare a muoversi, esplorare nuovi luoghi e culture».

Quest’estate mi hai telefonato con un regista che stava filmando un documentario sulla tua opera nel contesto di Montella. Inoltre lo scorso 30 settembre la trasmissione di Rai2 Tutto il bello che c’è ha trasmesso una ampio reportage su di te e sulla tua realizzazione. Che emozioni trovi nel condividere con altri artisti le tue opere? E nel vedere che queste sono note a un pubblico sempre più numeroso?  

«Mi ricordo la telefonata, ero con Daniel Isabella nel comune di Camerana, in Piemonte, dove avevo esposto alcuni settori del mio lavoro. Daniel è un amico di vecchia data che quest’estate mi ha raggiunto a Montella, si è fermato qualche giorno e con la sua videocamera ha filmato squarci di paesaggio, di rioni, di incontri con i montellesi e con il Forum Giovani. Alla fine, ha raccolto tutte questo materiale per montare un documentario su Montella che ha chiamato Battesimo d’autunno. Confrontarsi con lui è stato utile perché condividiamo le stesse idee. Abbiamo parlato di Bergman, Ibsen, Lynch e Fellini. Rincontrarci dopo vent’anni con una maggior entusiasmo è stato eccezionale.

Il confronto con artisti, soprattutto se di opinioni diverse, porta un arricchimento, un progresso. L’artista singolo e isolato non può eludere il mito di Prometeo, cioè l’individuo come essere singolo non può fare a meno dell’arte del saper vivere insieme».

Montella.

Noi abbiamo delle eccellenze italiane che spesso non conosciamo, per esempio siamo primi nel mondo nelle tecniche di restauro e le nostre scuole sono ambite da stranieri che vengono per imparare. La tua opera ha subito uno strappo che è stato repentinamente riparato dalla Scuola di Restauro di Venaria. Che effetto ti ha fatto incontrare questi professionisti, anzi, dei veri artisti?

«Nel comune di Monesiglio, dove l’opera era esposta, si è verificato un danno dovuto a temperature e tassi di umidità alti. In pratica si è creata della condensa e per il peso un foglio è caduto strappandosi. Per fortuna l’assicurazione ha coperto il costo del danno e la riparazione è stata effettuata dalla Scuola di Restauro di Venaria. Il team, capitanato da Maddalena Trabace, ha riparato il foglio in soli otto giorni con un lavoro accurato, da certosino e con autentica passione. Hai perfettamente ragione: il restauro è pura arte, in quanto occorrono sensibilità e creatività, ed è sicuramente una forma di eccellenza italiana. Inoltre ti confesso che vedere il mio disegno accanto ad altre opere da restaurare è stata una forte emozione».

Lo strappo.

 

I tuoi programmi nel futuro?

«Due obiettivi principali. Il primo è portare la mia esperienza nelle scuole e creare una certa curiosità nelle nuove generazioni e, perché no, magari anche creare dei giovani artisti. In questo contesto mi piacerebbe trovare anche delle più creative e svincolate forme didattiche, lasciando quelle austere e tradizionali alle spalle.  

Il team di restauro.

Il secondo obiettivo è un progetto che mi impegnerà nei prossimi cinque anni: un disegno sull’Apocalisse di San Giovanni su un chilometro di carta diviso in quattro moduli di duecentocinquanta metri, che è lo spazio necessario per narrare quest’ampia opera e il suo periodo evitando facili riassunti. Con la Divina Commedia ho imparato a lavorare su fogli di larghe dimensioni e vorrei continuare in tale senso. Mi piacciono lo spazio, la lunghezza e il dettaglio delle opere. Farò anche un cambio di tecnica con uno strumento diverso dalla matita, il colore blu anziché nero, non più puntinatura, ma tratto continuo. Proprio in questi giorni ho ricevuto due ottime notizie: una cartiera tedesca (Koehler Paper) mi fornirà gratuitamente la bobina lunga un chilometro e alta due metri e ottanta, una start up danese (Sprout World) mi darà delle matite (spure pencil), la cui capsula è un seme. La carta è in gran parte riciclata ed entrambi i materiali lanciano un forte messaggio ecologico.  Ora non mi resta che trovare un luogo adatto. Vorrei iniziare nei primi mesi dell’anno prossimo in Italia o in Finlandia, vedremo».

Che chiedere di più a Enrico? Non si può che chiudere con un bel chapeau e tanti auguri per il suo futuro.

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