I primi sei mesi del governo dei Taliban

I primi sei mesi del governo dei Taliban
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Febbraio marca i sei mesi dal reinsediamento al potere dei Taliban in Afghanistan. Il loro ritorno ha posto fine alla presenza militare straniera nel Paese e ha di conseguenza significato una riorganizzazione della società afghana secondo le direttive intransigenti del gruppo di combattenti.

Il loro governo non ha ottenuto il riconoscimento diplomatico internazionale, ma amministra uno Stato alle prese con un duro inverno e una stagione di assestamenti politici, economici, sociali e culturali che si preannuncia altrettanto complicata.

I soliti noti

Giornalista e asiatista, Emanuele Giordana* ha osservato il Paese per anni. A suo avviso, «la leadership talebana ora al potere è quella di vent’anni fa». Non è però, precisa, un gruppo monolitico. Al suo interno esistono due ali. I pragmatici, provenienti dalla città di Kandahar, e i militaristi, rappresentati dalla famiglia Haqqani. Sono quelli che hanno preso Kabul e controllano ora il ministero dell’Interno. La direzione del Paese sarà determinata dall’equilibrio tra questi due gruppi. Bisogna poi considerare la loro capacità di controllare le bande di briganti (talebani o meno) che agiscono nel Paese e che devono essere riportare all’ordine, compito non facile.

A livello culturale e religioso, i Taliban rimangono guidati dall’interpretazione deobandi del Corano. «Si tratta di una scuola di pensiero indiana molto tradizionalista e rigorista. Il modello societario di riferimento è quello del primo Islam, stabilito da Maometto». Per cui, da una parte si determina sicuramente una restrizione delle libertà personali come concepite in Occidente. Dall’altra, l’Islam deobandi contiene anche elementi egualitari. Per esempio, alle banche è impedito di compiere usura: significa che non possono prestare denaro a interesse.

Come negli anni Novanta, l’Afghanistan è tornato a essere una teocrazia. L’organizzazione dello Stato è clericale. Anche se nell’Islam sunnita non esiste un clero, infatti, il governo è espressione dei mullah. E ancora nell’aria aleggia il ricordo di Mullah Omar, uno dei padri del movimento talebano afghano ed Emiro dell’Emirato Arabo dell’Afghanistan dal 1996 al 2001.

Qualcosa però sta cambiando, poco a poco. «I Taliban adottando un approccio politicamente più pragmatico che in passato, dimostrandosi consapevoli dei cambiamenti della società urbana dopo la presenza straniera degli ultimi vent’anni». Oggi, i nuovi (ma vecchi) padroni dell’Afghanistan usano video, siti, social media come Twitter. Un tempo questa digitalizzazione non sarebbe stata possibile, in primis perché il Corano vieta la riproduzione dell’immagine umana.

Ancora, hanno un atteggiamento in parte diverso sulla questione femminile. Hanno chiarito sin da subito che le donne non possono avere una posizione politica rilevante. Hanno concesso che occupino ruoli socialmente significativi, come quelli di funzionarie pubbliche, docenti, medici. È poco, ma un poco che segna uno scostamento dall’intransigenza cieca di un tempo.

Ripartire con zero

Un riferimento per lo Stato afghano ridisegnato dai Taliban può essere la Repubblica islamica iraniana. È un paradosso, perché l’Iran è sciita mentre i Taliban convintamente sunniti, ma è così. Per l’esperto, «Un’alternativa sarebbe l’Arabia Saudita, ma ha un sistema economico distante dal pensiero talebano. Perpetua infatti la disuguaglianza. I principi economici dello Stato iraniano cercano invece di attenuare le disuguaglianze, attuando un modello sociale più vicino a quello dell’Islam tradizionale».

Ma la questione dell’organizzazione politico-amministrativa del Paese è secondaria: il più urgente problema dei Taliban sono i soldi. Gli Stati Uniti hanno bloccato le riserve monetarie della Banca centrale afghana, circa nove o dieci miliardi di dollari depositati soprattutto all’American Federal Bank. Stanno ancora decidendo cosa farne. Ma, intanto, l’Afghanistan arranca. La solidarietà islamica non è molto attiva, anche se Pakistan e Iran stanno inviando aiuti umanitari. Però ora è inverno e la gente sta morendo di freddo e fame: quegli aiuti non bastano.

«Questa situazione preoccupa i Taliban perché devono dimostrare che la loro vittoria è vantaggiosa per il Paese, mentre non è quello che sta accadendo», prosegue Giordana. «L’incapacità talebana di assicurare un vero benessere al Paese genera insomma una costante tensione interna. Su tutti i fronti».

Dal punto di vista sociale e culturale, l’approccio rigorista dei Taliban ha determinato l’inasprimento di alcune questioni sociali di non poco conto, che toccano soprattutto gruppi svantaggiati, come le donne. Dal punto di vista economico, oltre alla crisi umanitaria, il blocco finanziario e la mancanza di scambi con l’esterno ha impoverito la piccola classe media che prima era sostenuta dai soldi stranieri.

Il risultato è che oggi si stima che nove afghani su dieci siano poveri. «Il che non è una situazione radicalmente diversa da quella lasciata dalla lunga presenza straniera nel Paese, quando sette afghani su dieci vivevano in condizioni precarie».

Leggi anche: Perché l’Afghanistan è caduto in mano ai talebani.

Rapporti di vicinato

Il ritorno dei Taliban non significa però che gli stranieri non siano più in Afghanistan. Ci sono, in modo diretto o indiretto. E i Taliban stessi hanno bisogno di loro. Il loro governo deve essere riconosciuto dal resto del mondo, se vogliono effettivamente amministrare il Paese. Tuttavia, questo riconoscimento sta tardando ad arrivare, anche dagli Stati che più sono vicini ai Taliban.

Stati come il Pakistan. Islamabad ha investito sul movimento talebano. Per due ragioni. La prima è di carattere internazionale: l’esercito pakistano considera l’Afghanistan uno spazio nel quale retrocedere e dal quale difendersi in caso di attacco indiano. È la dottrina militare della cosiddetta strategia di profondità. A questo, si accompagna un interesse interno. In Pakistan, esistono Taliban “locali” che combattono contro il Governo nazionale perché lo considerano apostata. «L’élite politica di Islamabad – continua Giordana – ritiene che la vicinanza con i Taliban afghani possa essere una leva per avere influenza su quelli pakistani. Ha funzionato, per un po’. Perché l’anno scorso si sono effettivamente aperti dei negoziati tra Governo e Taliban pakistani, però ora sono stati sospesi».

Anche l’Iran si è dimostrato compiacente nei confronti di almeno una parte dei Taliban afghani, «tanto da dare loro la possibilità di avere una shura (sunnita) nella sciita Mashad». Questa politica sembra aver funzionato finora, anche se il presidente iraniano Raisi ha di recente ribadito che la stabilità afghana è necessariamente legata alla costituzione di un governo inclusivo. «Era una sorta di avvertimento ai Taliban, che hanno escluso dal proprio progetto politico gli hazara, una minoranza mongola sciita protetta dall’Iran ma perseguitata in patria».

La Cina è interessata all’Afghanistan perché per questo territorio passa il progetto del presidente cinese Xi Jinping per una nuova Via della seta. L’autostrada Cina-Kabul è un’infrastruttura fondamentale. Allo stesso modo, il gigante orientale ha già messo gli occhi sulle risorse minerarie dell’Afghanistan, per cui ha già siglato contratti di utilizzo. «Contratti che – precisa Giordana – Pechino vuole vedere rispettati a prescindere da chi governa».

Capitolo Russia. «Il Cremlino guarda alla situazione afghana come una possibilità di mettere piede in una regione dalla quale gli Stati Uniti se ne sono andati da perdenti». Mosca, dunque, corteggia il governo talebano con incontri e viaggi diplomatici. Diversa è la situazione per l’India. Il Paese è per ora tagliato fuori dal quadro, nonostante i grandi investimenti nelle telecomunicazioni e nelle risorse afghane.

Far West

Gli attriti più sostanziosi i Taliban li hanno con l’Occidente. In particolare con gli Stati Uniti. «Con il tonfo in Afghanistan, gli Usa hanno perso il loro piede in Asia centrale. La trattativa con il nuovo Governo afghano è aperta, ma nulla si muove dal punto di vista finanziario: i soldi afghani sono bloccati. E intanto la gente, come detto, muore di fame e freddo».

L’Unione Europea sta aspettando di essere indirizzata dagli Usa. «L’immobilismo europeo genera un problema etico, perché l’assenza di trattative diplomatiche significa l’impossibilità di intervenire in aiuto degli afghani. Senza propri rappresentanti, i Paesi europei non sono capaci di difendere i diritti umani che tanto dicono di voler tutelare».

Prendiamo il caso delle donne. Denunciare la riduzione delle loro libertà è giusto e corrisponde a un grave problema reale, ma non lavorare all’interno dell’Afghanistan per migliorare le loro condizioni equivale a lasciarle a sé stesse. A parlare senza agire. Questa assenza implica anche che l’Europa non è in grado di gestire la distribuzione degli aiuti umanitari che arrivano in Afghanistan, compito affidato alle Nazioni Unite.

Restringendo ancor di più l’analisi, ci si può concentrare sull’Italia. È in questo contesto che l’esperienza di Emanuele Giordana si fa più viva. È infatti presidente di Afgana. Si tratta di una rete informale della società civile italiana di cui hanno fatto parte singoli individui, sindacati, associazioni e Organizzazioni Non Governative, uniti nello scopo di dare voce e supporto alla società civile afghana nel suo tentativo di ricostruire il Paese. È nata nel 2007 e, nei primi anni di vita, la sua consistenza è riuscita a guadagnarle il supporto finanziario del Governo italiano per l’organizzazione di un gruppo di lavoro e due conferenze (a Kabul e Roma).

Poi, dal 2011, le attività della rete hanno subito una battuta d’arresto per diverse ragioni – tra cui l’incapacità dell’Europa di considerare l’importanza della società civile nella riorganizzazione dell’Afghanistan. «Non abbiamo mai costruito la Casa per la società civile a Kabul, per esempio: era un progetto importante, perché sarebbe servito da rifugio contro la classe politica corrotta e la guerriglia, entrambi ostili a una società civile impegnata».

Afgana si è così convertita in un’associazione di promozione sociale per la ricerca e il sostegno alla società civile afghana. Offre ancora il suo contributo a tutti i gruppi italiani interessati a diffondere informazione corretta sulla situazione in Afghanistan. E qualcosa fa ancora sul campo: oggi supporta le minoranze nel Paese (gli ismaeliti) nella loro ricerca di condizioni di vita più sicure.

Ma il supporto delle istituzioni si è ridotto, se non sparito del tutto. «Questo atteggiamento altalenante nei nostri confronti rispecchia l’attitudine del Governo verso la questione Afghanistan». L’Italia ha accolto alcuni afghani in fuga, specie se avevano collaborato con le forze nazionali dispiegate nel loro territorio. Ma ne ha lasciati indietro molti. Che rimangono forse in attesa di prossime mosse.

Mosse che sembrano tardare ad arrivare, per ora. «Il comportamento dell’Italia è in linea con quello degli altri Paesi europei: il nostro Paese attende».

Leggi anche 2001-2021: la guerra in Afghanistan vista a vent’anni di distanza.

Inverno senza fine

Capire cosa ci si può aspettare dal e nel futuro dell’Afghanistan talebano non è semplice. Le trasformazioni in atto nel Paese non sono poche, i riassetti che richiedono non sono di poco conto e gli equilibri che verranno non scontati. «È necessario un certo tempo per valutare quanto sta avvenendo» sono parole che Giordana ripete più volte, a rimarcare la nebulosità della condizione del Paese. Alcune considerazioni, però, le fa. E inizia ripetendo che un primo nodo da sciogliere sono i miliardi afghani bloccati negli Stati Uniti.

Di recente, il Segretario Generale dell’Onu ha fatto un appello per sbloccarli introducendo l’opzione che succeda con condizionamenti: significa che i Taliban potrebbero avere accesso alle risorse se rispettano promesse e impegni presi. Tra questi, per esempio, la riapertura delle scuole con la garanzia che anche le studentesse siano ammesse a tutti i gradi dell’educazione. I Taliban, da parte loro, sembrano aver intercettato il potenziale di questa soluzione. È di questi giorni la notizia che hanno riaperto le università statali permettendo l’accesso (seppure separato dai compagni) anche alle donne. Resta da capire se il loro sia uno sforzo reale oppure un temporaneo pragmatismo politico.

Un’altra questione, che può diventare una delle condizioni per accedere ai soldi, è la costituzione di un governo il più possibile allargato, rappresentativo. «Le minoranze sono finora poco presenti, ma è pur vero che il Governo attuale è ad interim: esiste la possibilità di un cambiamento nella sua composizione».

Altro interrogativo è la libertà di stampa. Di recente, l’Unesco ha istituito un fondo di circa cinque milioni per aiutare le giornaliste e i giornalisti afghani espatriati a causa dei Taliban a rientrare nel loro Paese per lavorare in sicurezza. È un inizio per risolvere la situazione dell’informazione nel Paese. E potrebbe essere un’altra condizione per la liberazione dei fondi.

E poi il riconoscimento del governo afghano in ambito internazionale. A questo proposito è importante sottolineare che la rigidità porta a rigidità: se le diplomazie (occidentali, in particolare) si oppongono troppo duramente ai Taleban, la possibilità che i Taliban reciprochino è alta. «Potrebbero allora rivolgersi ai sauditi, e la possibilità che l’Arabia Saudita sia il loro principale riferimento è allarmante».

Ma il problema assolutamente più preoccupante sono le condizioni di vita del popolo afghano. «Le persone stanno morendo di fame e freddo. E questo è un crimine vero e proprio, responsabilità di tutti. La fame continuerà dopo l’inverno. E aumenterà consequenzialmente la probabilità che la gente si stanchi, si innervosisca, si arrabbi. Aumenterà la possibilità che si scateni l’ennesima grave crisi in un Paese già segnato da vent’anni di conflitto».

* Emanuele Giordana insegna giornalismo alla Fondazione Lelio Basso di Roma e all’Ispi di Milano. È presidente di Afgana, associazione che si occupa di ricerca e sostegno alla società civile afghana. Tra i saggi che ha scritto, ci sono Afghanistan. Il crocevia della guerra alle porte dell’Asia (2007, Editori Riuniti) e Diario da Kabul. Appunti da una città sulla linea del fonte (2010, O Barra O Edizioni). Tra le collettanee che ha curato, si trovano La grande illusione. L’Afghanistan in guerra dal 1979 (Rosenberg&Sellier, 2019). La sua ultima uscita è la postfazione, scritta con Giuliano Battiston, della nuova edizione di I Taleban. Storia e ideologia di Giovanni Bensi (2021, Luni Editrice). Ha partecipato alla collettanea Afghanistan senza pace. 2001-2021 curata da Daniela Musina e Delina Goxho (2022, Sbilibri 25).

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