The Book Of Boba Fett, la recensione – WiSerial

The Book Of Boba Fett, la recensione – WiSerial
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Con questa recensione diamo il via a WiSerial, la nuova rubrica dedicata alle serie TV.

Dopo The Mandalorian è arrivata la seconda, attesissima serie live action tratta dal franchise di Star Wars: The Book Of Boba Fett.

Prodotta e in parte diretta da Robert Rodriguez (Sin City, Dal tramonto all’alba), scritta da Jon Favreau (Iron Man, The Mandalorian) con il cruciale aiuto di Dave Filoni (The Clone Wars, Rebels, The Mandalorian), la serie racconta la storia di Boba Fett dopo Il ritorno dello Jedi e del suo tentativo di sostituirsi a Jabba the Hutt nel governo del mondo criminale di Tatooine.

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Overview

Il debutto di Boba Fett

L’essenza di Boba Fett ruota intorno alla sua armatura. In Lucasfilm era nata come prototipo per le forze speciali imperiali durante la fase di preparazione de L’Impero colpisce ancora. Realizzata in un solo esemplare, la sua prima versione era bianca come gli stormtrooper, i classici soldati imperiali che tutti conosciamo.

Il progetto fu bocciato dalla produzione, ma a Hollywood non si butta via niente: con un po’ di vernice e qualche ammaccatura per un look più vissuto divenne un cacciatore di taglie tra i tanti ingaggiati da Darth Vader per dare la caccia a Han Solo.

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Apparso per la prima volta in un dimenticabile speciale natalizio sotto forma di cartone animato, ne L’Impero colpisce ancora fa il suo debutto canonico. Ed è un debutto in sordina: nell’intera trilogia originale di Star Wars (episodi 4-5-6) appare in meno di una decina di scene e pronuncia una manciata di battute, senza mai mostrare il volto.

Per essere poco più di una comparsa ebbe un incredibile successo. L’alone di mistero che lo circondava alimentava l’aura da duro, coadiuvata da un’estetica perfetta per i giocattoli e il merchandising, che ebbero un grande successo.

La storia di Boba Fett

Ne Il ritorno dello Jedi vediamo la “fine” di Boba Fett: nella colluttazione con Han Solo finisce tra le fauci del temibile sarlacc.

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Jango Fett.

La successiva apparizione è nella trilogia prequel, dove assistiamo alla sua origine: Boba è un clone del “padre” Jango Fett, la matrice usata per creare l’esercito della repubblica durante la guerra dei cloni (tradotta all’inizio con “guerra dei quoti”, una delle numerose scelte discutibili della traduzione italiana della trilogia originale). A differenza dei soldati repubblicani, Boba è un clone perfetto, cioè non ne è stata accelerata la crescita né modificato il codice genetico per esaltare obbedienza e disciplina, come avvenuto con gli altri clone trooper.

Boba assisterà alla morte di Jango, decapitato dal jedi Mace Windu durante la prima battaglia della guerra dei cloni, cosa che lo segnerà nel profondo.

Nella serie animata The Clone Wars, che si svolge tra L’attacco dei cloni e La vendetta dei Sith, vediamo Boba in alcuni episodi (insieme a quelle che potremmo definire brutte compagnie) nell’intento di diventare un cacciatore di taglie famoso quanto il padre.

L’analisi della serie

La struttura

DISCLAIMER: da qui in poi sono presenti numerosi SPOILER della serie.

The Book of Boba Fett ha una struttura peculiare, che è anche il suo più grande tallone d’Achille.

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I primi episodi abbondano di flashback, inseriti nella trama principale sotto forma di visioni da cui Boba è afflitto quando si sottopone alle sessioni curative per guarire dai pesanti danni causati dal sarlacc. Il parallelismo tra guarigione fisica e mentale è evidente: la vita di Boba è un susseguirsi ininterrotto di traumi devastanti, elaborati nella solitudine, senza il conforto di una figura guida o di un credo (a differenza del suo amico Mando). In questo senso il bacta tank è l’espediente narrativo per approfondire i suoi nodi interiori.

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La parte cruciale di questa prima parte è la rinascita di Boba: dopo tanto tempo con i Tusken, i misteriosi e primitivi indigeni di Tatooine, trova la famiglia che non ha mai avuto solo per vederli massacrati per mano dei Pyke.

Gangster movie o film d’avventura?

La dissonanza è evidente. Con il sistema dei flashback si vanno a mescolare due generi distinti: un gangster movie come Il padrino (non è un caso che Boba non voglia trafficare in spezia, come don Vito non voleva avere a che fare con la droga) intervallato da flashback su Lawrence d’Arabia (film citato a piene mani nelle visioni di Boba). Due pellicole leggendarie se prese da sole, una maionese impazzita se intervallate una all’altra.

Questo si è tradotto in quattro interi episodi nei quali la storia avanza con lentezza e a strappi: si sarebbe potuto condensare tutto il passato in un unico episodio prologo, prima di far partire col botto la trama vera propria.

The Book Of Boba Fett o The Mandalorian 2.5?

Nel frattempo, la storia principale si delinea: per ottenere il controllo del crimine di Tatooine Boba affronterà i Gemelli, parenti di Jabba che reclamano il suo trono. Sconfitto il loro sicario wookie Black Krrsantan, i Gemelli regalano un rancor a Boba quale tributo nei suoi confronti e lasciano il pianeta avvisandolo: i veri nemici sono i Pyke, una sorta di cartello di gangster che ha puntato gli occhi sui traffici di spezia di Tatooine e per questo ha messo zizzania tra Boba Fett e gli Hutt.

Dopo questi episodi introduttivi arriva una badilata in faccia che sveglia anche il fan più annoiato. Il quinto episodio è a tutti gli effetti una puntata di The Mandalorian, nel quale Boba Fett non appare e il protagonista indiscusso è Din Djarin.

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La puntata viene affidata alle sapienti mani di Bryce Dallas Howard, che del team di registi di The Mandalorian è quello che più di tutti sa lavorare sullo sviluppo dei personaggi.

Vediamo Din gestire con difficoltà la darksaber, acquisire una nuova (stupenda) nave ed essere allontanato dalla sua setta per aver tolto il casco. A proposito, quelle corna sull’elmo dell’armaiola ricordano un po’ troppo quelli dei mandaloriani seguaci di Maul, già visti nelle serie animate. Staremo a vedere. A ogni modo, lo stacco con gli episodi precedenti (in particolar modo i due diretti da Rodriguez) è imbarazzante per questi ultimi.

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Ma la bomba arriva nell’episodio successivo, e si chiama Dave Filoni. Co-scrive l’episodio, sua è la regia. E si vede.

Pesca a piene mani da Il buono, il brutto e il cattivo, cita a ripetizione l’allenamento di Luke Skywalker su Dagobah, evidenzia le ipocrisie dei jedi nella trilogia prequel ancora presenti in Luke, rende più profondo il legame paterno di Din nei confronti di Grogu, pesca dalle sue opere precedenti tirando fuori dal cappello un glaciale Cad Bane.

Filoni è la bibbia umana di Star Wars. Ha creato da zero buona parte della lore extra-film con le magnifiche serie The Clone Wars e Rebels, dimostrando di essere uno storyteller di raro talento. Forse migliore anche di Jon Favreau, la persona che più di tutti sta scrivendo questo nuovo corso seriale di Star Wars. Che è bravissimo, ma quando entra in campo Filoni si vede chi è il vero fuoriclasse.

Il finale di The Book Of Boba Fett

Nel finale tutte le linee narrative costruite nei precedenti episodi si incontrano: la rinascita di Boba con i Tusken e il loro sterminio, i Pyke, Mando e Grogu, il rancor, Cobb Vanth (quasi ammazzato da Cad Bane nell’episodio precedente) e gli abitanti di Freetown.

Boba Fett completa la sua redenzione e da aspirante gangster diventa sceriffo di fatto. Questo non significa affatto rammollirsi: in un finale dal grande impatto action, nonostante l’età e gli acciacchi stermina un’enorme numero di nemici, uccide il suo vecchio mentore Cad Bane e cavalca un rancor. Alla faccia!

A proposito del rancor, abbondano le citazioni: King Kong e Godzilla, ma anche un pizzico di Neon Genesis Evangelion. Per non parlare di Grogu aka Mr. Crocodile Dundee.

Citazione bonus. C’è un easter egg ricorrente in Star Wars ed è un oggetto di scena usato ne L’Impero colpisce ancora. Si tratta di una gelatiera, trasportata senza alcun camuffamento da uno dei civili in fuga da Bespin City. In The Mandalorian viene battezzata camtono, e si scopre essere una sorta di piccola cassaforte portatile per trasportare oggetti preziosi. Nessuno può levarmi dalla testa che quel nome viene dal video di questa adorabile bambina divenuto virale alcuni anni fa.

Le pagelle

Regia

O meglio regie. Come ormai da tradizione, nelle serie di Star Wars ogni episodio ha il suo regista – più o meno affermato – e ogni regista ha la sua firma stilistica.

In The Book Of Boba Fett brillano i già citati Filoni e Howard.

Di converso, i peggiori episodi sono tra quelli diretti da Robert Rodriguez. Sarà che funge anche da produttore esecutivo: sta di fatto che nei primi episodi (i più intimisti) la sua regia è piatta, anonima, senza infamia e senza lode. Tranne in quei rari momenti un po’ più pulp, in cui Rodriguez può fare il Rodriguez. Dispiace per l’occasione persa, poteva dimostrare una maggiore versatilità.

Il regista si redime in parte nell’episodio finale grazie all’alta dose di azione, nel quale sguazza come un porcellino nel fango. Ma, al contempo, non raggiunge le vette del Boba Fett in modalità macchina da guerra implacabile vista nel suo debutto in The Mandalorian.

Mediando le varie puntate, il risultato è comunque valido.

Voto complessivo: 7,5

Sceneggiatura

Al netto delle criticità espresse nell’analisi, c’è un ulteriore problema di scrittura in capo al protagonista. Nell’immaginario collettivo, Boba Fett non era certo un personaggio positivo, anzi. Una redenzione ci sta, ma dev’essere ben motivata.

Nei primi episodi la combinazione di una struttura caotica e di una regia non avvezza a scavare nei personaggi ha fatto sì che la serie su questo aspetto non centrasse il bersaglio. Per capirci, siamo sicuri che, una volta liberatosi dalle catene i Tusken, Boba Fett non li avrebbe sterminati per il solo fatto di averlo schiavizzato? Lo spietato cacciatore di taglie di un tempo si sarebbe fatto quantomeno accarezzare dall’idea.

Per il resto, la trama fila bene e come in The Mandalorian le stagioni ricalcano in parte il sistema degli archi narrativi già visto in The Clone Wars e Rebels. Il problema è avere due mandaloriani, di cui uno con già due stagioni di costruzione del personaggio alle spalle: inserire Din Djarin è stato fan service molto efficace, ma forse non è stata una mossa molto furba in una serie che si chiama The Book Of Boba Fett.

Voto: 6,5

Colonna sonora

Non la sua migliore prestazione, ma Ludwig Göransson spacca sempre tantissimo.

Si colgono richiami a The Mandalorian nel tema principale (sempre farina del suo sacco). Le colonne sonore delle due serie hanno feeling simili ma ognuna ha la sua identità. Se in The Mandalorian era più un miscuglio di western e samurai movie, in The Book Of Boba Fett c’è un tocco maori, forse in omaggio al background di Temuera Morrison, l’interprete di Boba Fett. In entrambi, comunque, c’è del Morricone.

Curioso che il tema principale sia un coro tribale che pronuncia in loop il nome Boba Fett: fateci caso, si nota in particolare nel finale di stagione.

Quanto ai temi secondari, magnifiche le sonorità arabeggianti per le scene nel deserto e strappalacrime il canto gregoriano per la morte dei Tusken.

Sempre una garanzia.

Voto: 8,5

Effetti speciali

Si rasenta la perfezione. Lucasfilm (e la sottoposta Industrial Light And Magic) è sempre stata al top in questo campo. Aggiungiamo all’equazione i quattrini di Topolino e non ce n’è per nessuno.

Anche lato animatronic e trucco prostetico (mod a parte, osceni) siamo su un altro pianeta rispetto a qualsiasi altro concorrente seriale. Se la gioca senza problemi con i film veri.

Il top del top, ma perde un punto per colpa dei mod. Spiaze.

Voto: 9

Cast e personaggi

Temuera Morrison (Boba fett)

Lui ci mette entusiasmo, ci mette la faccia, ci mette (tanti) denti. Ma non è un attorone ed è parecchio fuori forma. Questo al netto dei problemi di scrittura già evidenziati. Però gli si vuole bene, dai. Voto: 6

Ming-Na Wen (Fennec Shand)

Questa donna deve aver fatto un patto con il diavolo, ha cinquantanove anni e mangia la pasta in testa ad attrici con vent’anni meno di lei. Ormai si è specializzata nei ruoli da dura dal cuore d’oro e le vengono benissimo. Il suo personaggio è scritto e intrepretato molto meglio del protagonista, cui fa da grillo parlante a costo di evidenziare l’incapacità decisionale di Boba Fett. Quando si arrabbia fa venire la pelle d’oca, quando fa la buona fa sciogliere il cuore; brava. Voto: 8,5

Pedro Pascal (Din Djarin)

Il voto va a lui o alla controfigura? Pare che il buon Pedro abbia solo prestato la voce. Ve ne siete accorti? In tutta sincerità, viene da pensarlo. Per istinto o per innato scetticismo, ma le sue movenze parevano diverse. Poco male, quando c’è Din tutti gli altri passano in secondo piano: basta il suo timbro di voce o la sua silhouette dietro una tenda per far venire la pelle d’oca. Voto: 8

Mark Hamill (Luke Skywalker)

Qui la questione si fa complessa. C’è Mark Hamill, ma c’è un viso ricostruito in digitale con la tecnica del deepfake (brava Disney che ha assoldato uno in gamba, mille volte meglio del finale di The Mandalorian). La voce di Mark Hamill non sembra nemmeno la sua e viene usata quasi sempre fuori campo, per non complicarsi la vita col deepfake. Siamo in una fase sperimentale del cinema del futuro, in cui la linea che separa gli attori dai personaggi sbiadisce.

Vediamo il lato paraculo di Luke: incapace di essere il maestro che vorrebbe (qualcuno ha detto Kylo Ren?), mette un bambino con evidente disturbo post traumatico di fronte a una scelta bastardissima: preferisci me o il tuo papà? Se tutti i maestri fossero così, le scuole sarebbero vuote. Il risultato, però, è un Luke verosimile e sbalorditivo nella resa visiva, comincia a sentirsi meno la mancanza di un recast con Sebastian Stan (che rimane comunque preferibile). Voto: 8

Rosario Dawson (Ahsoka Tano)

Appare per poco tempo, ma riempie la scena. Rosario Dawson è un’attrice dal grandissimo talento e, nonostante il trucco invasivo sia parecchio scomodo, riesce a dare umanità al personaggio ed è al pari della versione animata. E poi parliamo di uno dei personaggi migliori mai creati per Star Wars. Che si sbrighino con la sua serie! Voto: 9

Cad Bane

Qui parliamo solo del personaggio. Cad Bane è il più cazzuto assassino non force user e non mandaloriano che abbia calcato le scene di Star Wars finora e ha la voce inconfondibile di Corey Burton. È il cacciatore di taglie del west per definizione, forse più ancora di Jango e Boba Fett. Rivederlo live e impeccabile è stato un piacere. Voto: 8,5

Black Krrsantan

Per gli amici “Santo”, è una vecchia conoscenza per chi legge i fumetti. Il suo debutto live funziona benissimo ed è una piacevole aggiunta alla truppa di Boba. D’altronde, i videogiocatori lo sanno bene che in ogni squadra serve un tank. Sappiamo che è un ex gladiatore e che ha le nocche elettrificate, speriamo che la sua figura venga approfondita. Voto: 8

I mod

Solo peste e corna per i power rangers in lambretta con i fermi. Osceni, una bestemmia in chiesa nell’economia dell’immaginario starwarsiano. Inverosimili, mal recitati, protesi posticce. Loro da soli fanno perdere un punto al voto globale della serie. Vergognosi. Voto: 1-

I Pyke e i gli Hutt

Due versioni diverse dello stereotipo del gangster. Da una parte l’uomo d’onore di un tempo incarnato dai Gemelli, facenti parte di una famiglia che gestisce il potere attraverso paura e favori ma la cui parola, finora, mantiene un certo valore. Dall’altra i Pyke, la rappresentazione del capitalismo sfrenato: chiamano se stessi “syndicate”, ovvero un gruppo di individui uniti dall’interesse comune, un cartello, una sorta di formicaio mafioso senza alcuna etica se non il profitto. Ad ogni modo, sia gli Hutt che i Pyke sono ben realizzati e ben scritti, speriamo di vederne gli sviluppi futuri. Voto: 7,5

Voto totale del cast/personaggi, ponderato in base al minutaggio: 7,5

Pro

  • è la stagione 2.5 di The Mandalorian
  • è una gioia per gli occhi
  • si rivedono tante vecchie conoscenze

Contro

  • i mod, i mod, I MOD
  • problemi di scrittura nei primi episodi
  • Robert Rodriguez funziona solo quando fa Robert Rodriguez

Voto globale: 7,5

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Pubblicato da Giacomo Stiffan

Classe '83, nato e cresciuto nel profondo nordest. Ho una formazione atipica, che copre vari interessi: dal mio principale ambito di studi — le lingue — alla scienza, dall'economia alla politica. La mia innata curiosità mi porta ad approfondire una moltitudine di argomenti diversi, con il fine di metterli in connessione tra loro per trovare inedite associazioni. Amo scrivere di politica estera, principale argomento che tratto su theWise Magazine. Altri ambiti di interesse giornalistico sono la scienza in generale, la sanità (in particolare quella pubblica e la sua relazione con la politica), la pop culture e, chiaramente, la linguistica e il suo intrinseco legame con la Storia. Ho un debole per la difesa dei diritti civili, ambito per cui nutro molto interesse.