Il giornalismo secondo Omar Monestier: «Non parliamo di crisi, ma di trasformazione»

Il giornalismo secondo Omar Monestier: «Non parliamo di crisi, ma di trasformazione»
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Ho avuto la fortuna di conoscere Omar Monestier nel novembre del 2021, quando ero a lavoro su una tesi sui nuovi modelli di giornalismo. Il direttore del Messaggero Veneto (oltre che del Piccolo di Trieste) si era interessato al mio lavoro e mi aveva voluto presentare in prima persona il suo giornale. Un giornale locale tra i più virtuosi nell’approccio a tecniche innovative e tra i più stabili a livello finanziario, un esempio all’interno del gruppo Gedi (Repubblica, La Stampa) tra quelli più sostenibili e rispettabili. Questa notte, Monestier ci ha lasciati, colto da un malore. Io e la redazione di theWise ci stringiamo ai colleghi del Messaggero Veneto e ai suoi familiari, ricordando il direttore con l’intervista che ci aveva concesso a novembre scorso. Un’intervista che spiega non solo le idee di Monestier, ma anche la sua sensibilità verso i suoi lettori e il futuro del giornalismo.

Cos’è il Messaggero Veneto e di che località si occupa?

«Il nome è un portato storico che suggerisce una suggestione sbagliata: non ci occupiamo del Veneto, questo è il giornale del Friuli-Venezia Giulia e si occupa prevalentemente delle province di Udine, Pordenone e Gorizia. Siamo il principale quotidiano della regione sia come diffusione, sia in termini di copie vendute. Il Messaggero nasce nel 1946 ed è un giornale locale ma, come del resto l’altro grande giornale di questa regione, Il Piccolo di Trieste, nasce con una vocazione nazionale: in poche parole, sono giornali nazionali fatti in loco».

Quali sono le peculiarità di questa testata locale?

«Sangue e suolo. È un giornale fortemente identitario, molto simile al Dolomiten di Bolzano, che è il giornale della comunità di lingua tedesca. In qualche modo, questo è parimenti un giornale di comunità ed è il giornale della comunità friulana».

Come ha reagito la testata alla crisi dell’editoria e del giornalismo? Quando è avvenuto il cambiamento?

«Intanto contesto l’uso della parola crisi. Piuttosto, parlerei di trasformazione: il termine “crisi” riguarda l’aspetto strettamente industriale, ma sotto il profilo del prodotto venduto, cioè l’informazione, direi che è un momento di passaggio. Se ci limitassimo al concetto di crisi, dovremmo restringere il campo a elementi quali la riduzione dei costi e i tagli al personale, ma non è questo il nostro approccio. 

Dal punto di vista del rapporto con la rete, ben prima che diventasse un obbligo per tutte le testate occuparsi del digitale, questo giornale si era organizzato con una buona presenza sul web. Già durante la mia prima direzione del giornale, tra 2012 e 2014 (mi sono poi reinsediato da luglio 2016) abbiamo deciso di avere una redazione web, una squadra che non si occupasse (come si usava all’epoca) soltanto di riversare online gli articoli che il giorno successivo sarebbero finiti sulla carta. Abbiamo cominciato a produrre testi solo per il sito, man mano che gli articoli principali della giornata venivano conclusi. Un’idea che all’epoca sembrava “marziana”, ma che io avevo avuto modo di osservare durante i miei viaggi negli Stati Uniti: lì, anche le testate locali lavoravano molto solo online». 

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Quali sono i prodotti editoriali “innovativi” che la testata propone ai suoi lettori? Ci sono, per esempio, iniziative legate alla comunità locale? Qual è il modello di business?

«Dal mio rientro dagli Stati Uniti abbiamo cominciato a organizzare iniziative legate alla membership: si trattava di eventi solo per i lettori, aperti a chi si iscriveva tramite il sito web, gratuiti, che spaziavano da eventi “pop” come la degustazione di prodotti locali cucinati da grandi chef a iniziative culturali e visite guidate. Tuttavia, a causa della pandemia, abbiamo temporaneamente sospeso questi progetti.

In seguito, abbiamo lanciato le newsletter, anch’esse gratuite e accessibili tramite iscrizione. Quella che curo personalmente, “La Bussola”, viene spedita ogni mattina a oltre ventimila iscritti e si occupa degli argomenti del giorno e della vita nella regione. Ne abbiamo anche una che, per ovvie ragioni, è a pagamento: si tratta di “Anteprima MV”, che contiene le anticipazioni del Messaggero Veneto (tre articoli selezionati dalla redazione) che uscirà il giorno dopo nelle edicole e arriva ogni sera agli abbonati, alle 22. 

Come contenuti a pagamento proponiamo gli articoli di approfondimento, sia di cronaca locale che nazionale, accessibili con le formule “stai con noi” e “leggi con noi”, entrambe legate al paywall ibrido, sul modello delle altre testate del Gruppo GEDI: la prima comprende l’accesso illimitato alle notizie coperte da paywall, la seconda aggiunge anche le versioni in pdf del giornale di carta».

Avere una dimensione locale aiuta a stringere rapporti più solidi con i lettori?

«È una fattispecie che non riscontro in termini economici e di sottoscrizioni. È sì vero che i lettori sono vicini in termini di prossimità, ma convincerli ad abbonarsi non è così semplice. Inoltre, proprio in ragione di questa vicinanza, sono più esigenti, più presenti, vogliono più attenzione. Non è una caratteristica necessaria, né sufficiente per far poi sottoscrivere loro abbonamenti.

Sul piano economico, questo giornale è sempre stata la cassaforte del Gruppo L’Espresso, oggi gruppo GEDI, tra i giornali locali. Abbiamo una buona raccolta pubblicitaria e una maggiore sostenibilità economica rispetto alle altre testate di pari peso. Questo dipende dal fatto che questo giornale ha un legame molto intimo con questo territorio, cementatosi sensibilmente grazie al lavoro di informazione capillare e costante portato avanti dal Messaggero Veneto durante il terremoto del Friuli del 1976, l’“orcolat”. È stato un elemento di coesione sociale che ha avvicinato la maggior parte dei friulani al nostro giornale. Mi riferisco in particolare alla generazione di chi oggi ha sui cinquant’anni, una generazione che ci ha sempre seguiti con grande attenzione e che ora si è spostata più su Facebook che su formati tradizionali come la carta. È il nostro zoccolo duro, ma è chiaro che più passeranno gli anni e più quella generazione uscirà di scena; a quel punto, cominceremo anche noi ad avere gli stessi problemi che hanno tutti gli altri giornali, pur avendoli avuti finora in percentuali assai meno rilevanti rispetto alla concorrenza. Io dirigo anche l’altro quotidiano della regione, il Piccolo di Trieste: in questo caso, l’erosione della parte cartacea è stata esponenziale, molto più alta rispetto a quanto avvenuto al Messaggero Veneto». 

Ci sono differenze, tra testate locali e nazionali, in termini di perdite derivanti dal calo delle vendite in edicola?

«La dinamica è la stessa. Io non credo che i mercati siano differenti: sono diversi solo i contenuti. Io ho lavorato per giornali in realtà diverse che fino a non molto anni molti anni fa avevano il doppio delle copie che hanno ora: l’elemento di erosione è sempre lo stesso. E non è vero, come dicono alcuni, che la vicinanza al territorio sia un elemento di supporto che può portare più avanti nel tempo i giornali locali su carta: come Repubblica subisce la concorrenza di tutti i siti nazionali di notizie e di portali gratuiti, anche in realtà come la nostra ci sono testate digitali a noi concorrenti». 

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Qual è il rapporto del Messaggero Veneto con le piattaforme e i social network? Quali sono le strategie introdotte dalla testata per attirare un pubblico giovane, che rimpiazzi chi a mano a mano andrà via?

«Siamo presenti su tutte le piattaforme, quali Youtube, Facebook, Instagram e Twitter; quest’ultima, però, genera meno traffico rispetto alle altre. Abbiamo anche un programma legato ai giovani, Messaggero Veneto scuola. È un progetto di alternanza scuola-lavoro, ma non è una scuola di giornalismo: ci serve per tenere agganciata la generazione dei lettori che va dai 16 ai 24 anni. Non vogliamo inseguirli, ma convincerli che la buona informazione va pagata: quella generazione lì questa convinzione non ce l’ha, lo scoglio del pagamento per le notizie è per loro un passo al momento insormontabile. Credo si tratti di una questione culturale, più che di disinteresse. 

Manca il riconoscimento al giornalismo del ruolo che una volta si sarebbe definito “la sentinella della democrazia”, un ruolo che di contro la generazione degli over 50 ancora riconosce. Questo dipende anche dal fatto che, quando quella generazione era giovane, non c’era questa sovrabbondanza di notizie, questa facilità nel reperirle. Le nuove generazioni non riconoscono alla stampa alcun valore di tutela della democrazia, per cui non sono disposte a pagare. L’informazione c’è, la trovano ovunque. Spesso, però, manca in loro la capacità di discernere le notizie false da quelle reali».

Sono allo studio nuove iniziative o prodotti per sostenere il giornale e coinvolgere maggiormente i lettori?

«Non in questa fase: colpa del Covid-19, che rende difficili tutte le attività in presenza. Le abbiamo soppresse fino alla fine della pandemia e in questo momento non è allo studio un loro sviluppo. Di contro, stiamo investendo molto sul nostro approccio al digitale, per esempio attraverso il potenziamento delle newsletter e la proposta di articoli longform, di approfondimento, che facciamo su alcune notizie selezionate. Si tratta di un lavoro di empatia, gratuito, offerto ai lettori per cercare di avvicinarli e far percepire loro che non siamo soltanto scrittori di notizie, ma che le notizie possono essere anche immagini, video, racconto».

Quali sono gli scenari futuri per il giornalismo locale?

«Credo che il giornalismo locale debba vivere di forti aggregazioni e che debba farlo in tempi molto rapidi per ottimizzare i processi di produzione. E credo che debba abbattere i confini fra le testate, almeno in rete: mentre per il cartaceo è importante l’identità, per il web questa caratteristica conta un po’ meno. Bisogna investire su un tema fondamentale: la formazione dei giornalisti, un tema sul quale gli editori sono molto in ritardo, al di là di uno spontaneismo da parte di direzioni isolate o singoli giornalisti: molti professionisti dell’informazione non sanno nemmeno come usare i social network.

C’è una generazione di professionisti scarsamente coinvolta e interessata. Dovremmo investire su questo, piuttosto che sulla tempestività. Questo mi suggerisce l’esperienza: gli investimenti andrebbero fatti sulla qualità e sull’approfondimento, oltre che sulla proposizione di contenuti che non siano solo scritti, ma abbiano anche parti legate all’audiovisivo». 

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Pubblicato da Francesco Stati

Fondatore di theWise. Giornalista professionista, collaboro con Il Foglio, Linkiesta, Jefferson e altre. Capistrellano di origini, romano d'adozione. Ho creato questa testata nel 2017 ed è stata la miglior cosa che mi sia successa. Scrivo di politica, cultura internet, di altre amenità. E vedo gente.

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