Ascesa e fine dell’Italia liberale secondo Panebianco e Teodori

Ascesa e fine dell’Italia liberale secondo Panebianco e Teodori
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Ne La parabola della Repubblica (Solferino 2022) Angelo Panebianco e Massimo Teodori analizzano l’ascesa e il declino dell’Italia liberale dal Dopoguerra ad oggi. Liberali e atlantisti, analizzano decennio per decennio l’influenza dei liberali e del liberalismo nel Paese. Il volume si apre con una domanda. I liberaldemocratici italiani avrebbero avuto più fortuna politica se figure come Piero Gobetti, Giovanni Amendola, Carlo Rosselli e Giacomo Matteotti non fossero stati assassinati? Secondo Panebianco e Teodori la persecuzione dei leader socialisti è stata più accanita di quella dei comunisti durante il fascismo. Nel Dopoguerra, gli esponenti di liberalismo e socialismo democratico vennero nuovamente dichiarati un pericolo dai partiti di sinistra. Negli anni Quaranta spiccavano figure dell’ambiente laico-liberale, quali Luigi Einaudi, Altiero Spinelli, Carlo Sforza ed Ernesto Rossi. All’epoca cresceva l’ipotesi di un federalismo europeo attorno ad Alcide De Gasperi. Rappresentante Dc della prima Italia liberale, intraprese la via dell’atlantismo contro il neutralismo gradito alle sinistre.

All’inizio della Storia repubblicana molte personalità antifasciste erano tornate dall’esilio ventennale e recuperarono il ruolo di primo avuto nell’era prefascista. È il caso di Ivanoe Bonomi, Ferruccio Parri, Benedetto Croce, Francesco Saverio Nitti ed Enrico De Nicola. Nel Dopoguerra si ricostruì il Partito Liberale Italiano, diviso in due tronconi. Da una parte, la corrente democratica-riformatrice aperta al centrosinistra. Dall’altra, una moderata aperta alla destra qualunquista e monarchica. Quando nel 1955 Giovanni Malagodi venne eletto segretario del Pli, la sinistra liberale uscì dal partito per formare il Partito radicale dei liberali e dei democratici italiani. Croce lanciò il manifesto Europa, cultura e libertà, a cui aderirono Gaetano De Sanctis, Ignazio Silone, Parri, Einaudi. L’obiettivo era contrapporsi agli slogan di “pace” e “democrazia” dell’Alleanza per la Difesa della Cultura, che raccoglieva intellettuali come Emilio Sereni, Massimo Bontempelli, Sibilla Aleramo e Giacomo Debenedetti.

L’adesione alla Nato nel 1949 traghettò il Paese tra le nazioni occidentali e fece infuriare i comunisti di Palmiro Togliatti e i socialisti di Pietro Nenni, avversi all’Italia liberale. Anche la sinistra Dc di Giuseppe Dossetti era contraria all’alleanza con la «grande nazione liberista», gli Stati Uniti, in continuità con Papa Pio XII, preoccupato che il protestantesimo americano potesse influenzare il cattolicesimo italiano. De Gasperi resistette alle pressioni antiatlantiche. Le sue venature cattolico-liberali ebbero un buon influsso nel momento della ricostruzione del Paese. Rifacendosi a Friedrich von Hayek, Panebianco ricorda che l’obiettivo del liberalismo è sempre stato quello di raggiungere il miglioramento delle condizioni economiche delle fasce più deboli tramite meccanismi compatibili con il libero mercato. Sebbene l’eredità liberale prefascista fosse importante nell’Italia del Dopoguerra, secondo Panebianco la Costituzione repubblicana è socialisteggiante. Il diritto di proprietà non compare tra i diritti fondamentali.

La Repubblica è “fondata sul lavoro”, non fondata sulla libertà, in ossequio a un compromesso per far felice Togliatti. Il cui ruolo di esorcizzatore del mondo laico e il suo bollarne gli appartenenti come fascisti fu esiziale per il movimento liberale. Gli anni Quaranta erano anche gli anni in cui riemerse l’antica contrapposizione tra Croce ed Einaudi in materia di libertà politica ed economica. Gli anni Cinquanta hanno visto l’affermarsi della Guerra Fredda e i liberali, repubblicani e socialdemocratici presidiare l’Occidente democratico di fronte al maccartismo americano e all’autoritarismo sovietico. La sconfitta della legge cosiddetta truffa sancì la fine del centrismo degasperiano. Sono anche gli anni in cui il centro liberale si dota di strumenti culturali. Nasce Il Mondo di Mario Pannunzio, strumento di approfondimento e dialogo tra forze laiche e la Dc di De Gasperi.

Nel 1955 nacque L’Espresso, diretto da Arrigo Benedetti e da un giovane giornalista economico, Eugenio Scalfari, vicesegretario del Partito Radicale. Un denominatore comune di queste voci fu l’orientamento europeista. D’altra parte, l’egemonia culturale della sinistra, risultato del gramscismo, trovò anche in sede europea una formulazione antioccidentale: un Congresso degli intellettuali per la pace a Breslavia nel 1948. Parteciparono anche Julien Benda, Pablo Picasso e Salvatore Quasimodo, che si sarebbero poi opposti al Congress for Cultural Freedom, tenuto a Berlino Ovest nel 1950, a cui parteciparono Arthur Koestler e Silone tra gli altri. Gli anni Cinquanta sono gli anni della polemica tra Albert Camus e Jean-Paul Sartre. Quelli in cui il Pci flirtava con l’Urss e attaccava i laici e i liberali. Un istinto federalista s’impossessò di queste piccole formazioni e trovò espansione politico-intellettuale a partire dal Manifesto di Ventotene a firma degli antifascisti Spinelli, Rossi ed Eugenio Colorni.

L’obiettivo era il mantenimento della pace e lo sviluppo del benessere e l’espansione della liberaldemocrazia, nonché la tutela della libertà politica e civile e dei diritti dell’uomo. La prima in Italia repubblicana aveva un forte influsso dei liberali identificati tra i cattolici (De Gasperi), gli azionisti (Spinelli, Rossi), i classici (Einaudi, Gaetano Martino), i socialdemocratici (Silone, Giuseppe Saragat), i repubblicani (Sforza, Randolfo Pacciardi). Secondo Panebianco, la vitalità e l’influenza laico-liberale nei primi attimi dell’Italia liberale ebbero un peso superiore a quello che si crede in genere. Tanti sposarono la linea atlantista, antisovietica, federalista-europeista, che aborriva totalitarismi e nazionalismi. Gli anni Cinquanta sono anche gli anni del Trattato di Roma, del naufragio del progetto di difesa comune europea, del successo della Ceca, il trionfo dell’Europa funzionalista. Questa tendenza sottovalutò la forza degli Stati nazionali, nonché l’identificazione naturale degli Stati nei confronti delle loro tradizioni e culture.

Nel 1964 Togliatti spirò, ma il Pci non avviò una revisione dei suoi rapporti con Mosca. Sono gli anni del Concilio Vaticano II, della modernizzazione, delle battaglie per i diritti civili, del consumismo. Sulla scena appare il Partito Radicale di Marco Pannella e la Lega per l’istituzione del divorzio (Lid). Dopo il Sessantotto, con la strage di Piazza Fontana iniziò la stagione di terrorismo. La spinta laico-liberal-radicale per i diritti civili si contrappose agli estremismi di destra e di sinistra. Liberale e liberista, promotore di un regime di libera concorrenza e di antistatalismo, Malagodi fu accusato di essere appiattito su Confindustria e Confagricoltura. Strenuo oppositore dell’apertura della Dc ai socialisti, fece lievitare il Pli al record del sette per cento nel 1963. Gli italiani iniziarono a interessarsi alle questioni dei diritti civili, ma erano anche gli anni dell’anticlericalismo liberale, in opposizione alle censure della Dc allineata con la Chiesa.

In una società libera, ricorda Panebianco, nessuno deve imporre il proprio credo morale. I liberali sono sostenitori del principio di Camillo Benso di libera Chiesa in libero Stato. Tuttavia, i liberali anticlericali non riuscirono a cogliere il liberalismo cattolico come quello di Don Luigi Sturzo. Dunque, non furono poste le premesse per un’apertura a dialoghi costruttivi tra mondo liberale e mondo cattolico. Allora il Partito radicale, che rappresentava l’Italia liberale, mise al centro della sua azione politica l’attenzione per i diritti civili. Dal fronte Psi, intanto, Bettino Craxi non trovò un’intesa con Pannella per via di una reciproca diffidenza. Teodori ricorda che le formazioni laico-liberali del tempo intendevano tenere assieme libertà, giustizia sociale, garantismo, laicità e welfare non sommerso dallo statalismo, in un quadro internazionalista, atlantico ed europeo negli anni dell’estremismo politico. Nel 1979, dopo l’assassinio di Aldo Moro e l’archiviazione del compromesso storico, ci fu un boom radicale.

Tre anni prima il partito ottenne 400mila voti. Furono eletti quattro deputati: Pannella, Emma Bonino, Adele Faccio e Mauro Mellini. La quota salì a 1,2 milioni di voti. Panebianco sostiene che allora «i diritti civili subirono una doppia torsione: da un lato diventarono cioè espressioni di forme di individualismo estremo […]. Ma questa è una formula di individualismo irresponsabile che […] non coincide con l’ideale dell’individuo libero e proprio perché libero, responsabile, consapevole che la propria libertà finisce dove comincia quella degli altri». Dall’altro lato, «i diritti civili, anche se non tutti, hanno acquistato, con il tempo, un’impronta collettivista, sono diventati strumenti di affermazione di identità di gruppo. Amministrati da minoranze, spesso illiberali, che usano posizioni di forza acquisite nel sistema della comunicazione per intimidire […] chiunque voglia manifestare il suo dissenso nei loro confronti». L’ascesa di Craxi fu un dirompente.

Secondo Panebianco ebbe la colpa «di non avere impedito a tanti dei suoi di riempirsi le tasche, di sfruttare a fini di arricchimento personale le leve del potere politico. Nella lotta per farsi strada tra i due grandi partiti e il bisogno di ingenti risorse, di grandi quantità di denaro». Con la stagione di Mani Pulite «diventò il capro espiatorio l’uomo-simbolo della corruzione», ma fra i meriti di Craxi ci fu lo scontro con il Pci e la Cgil nel referendum sul punto unico di contingenza. Negli anni Ottanta il Pci innalzò la bandiera del moralismo e della diversità. Il che significava rifiuto del pluralismo della democrazia liberale. Secondo Teodori, Craxi «impresse un’impronta avversa ai comunisti di Enrico Berlinguer che dal canto loro si erano a lungo adoperati per emarginare il socialismo autonomista tentando un ponte diretto con il mondo cattolico su un terreno tendenzialmente illiberale».

Erano gli anni della “grande riforma”, poi elaborata da Giuliano Amato e altri, comprendente presidenzialismo, democrazia dell’alternanza, anti-consociativismo, che avrebbe dovuto fare l’Italia repubblicana più simile alla Francia della Quinta Repubblica. Il decreto di San Valentino che tagliava tre punti della contingenza nella scala mobile, cioè il meccanismo che prevedeva l’adeguamento automatico dei salari all’inflazione, sancì la rottura tra socialisti al governo e comunisti all’opposizione. D’importanza per le questioni liberali anche l’arresto di Enzo Tortora, che per Teodori «testimoniò la pervasività del connubio giustizialismo-emergenzialismo-sensazionalismo». Il popolare presentatore tv, poi assolto nel settembre 1986, divenne testimonial dei radicali come Europarlamentare. Pannella continuava a insistere sulle trasformazioni del Partito Radicale in un partito e transnazionale. L’immagine di Mahatma Gandhi sostituì la rosa in pugno. Teodori non apprezzò la virata sciamanica di Pannella. Nonché la personalizzazione del partito, la mania di grandezza, le candidature di Ilona Staller e Toni Negri.

Via via Pannella trasformò il partito in un partito tutto personale. Panebianco riconosce a Pannella un posto di rilievo nella storia del liberalismo italiano. Era un uomo dell’Occidente, un federalista spinelliano, nemico dei totalitarismi. Ebbe grandi meriti ma, sostiene Panebianco, era indifferente alle questioni economiche. Tuttavia, Pannella «non avrebbe potuto dare vita al partito liberale di massa per la semplice ragione che egli non era un federatore». Con l’arrivo della Seconda Repubblica, l’Italia liberale tramontò definitivamente. Il Caf non fu in grado di dare risposte a problemi come la corruzione dei partiti, la criminalità organizzata, il logoramento delle istituzioni. Francesco Cossiga “picconò” la partitocrazia e sottolineò l’urgenza del riformismo. Dopo il crollo del muro di Berlino e l’arrivo di Mani Pulite il blocco centrista scomparve. Arrivò Forza Italia di Silvio Berlusconi che proponeva il partito liberale di massa, ma in realtà era una amalgama di diverse tendenze.

Panebianco e Teodori guardano con rispetto al discorso del 3 luglio 1992 con cui Craxi denunciò il sistema dei finanziamenti dei partiti, in un momento in cui la Lega stava incrementando i suoi consensi e le procure sembravano onnipotenti. Teodori sottolinea come negli anni Settanta ci sia stato un riformismo sui diritti civili. Nei quarant’anni successivi la cosa si arenò. Nella Seconda Repubblica questioni come i matrimoni gay sono state affrontate dopo le condanne della Corte di Strasburgo. Tra i due autori è Panebianco che si sofferma sulla figura di Berlusconi. Ne identifica tre pregi. Il Cavaliere è stato l’uomo dell’alternanza e creò il centrodestra. Sdoganò e obbligò la destra di Gianfranco Fini a moderarsi e istituzionalizzò la Lega Nord di Umberto Bossi. Un secondo merito è che spostò il baricentro politico e geografico dal Centro-Sud al Nord.

Negli anni Ottanta la Lombardia assunse un peso politico che mai ebbe nella Storia repubblicana. Un terzo merito di Berlusconi fu che fece entrare nella politica l’impresa privata, in contrasto con Dc e Pci, ostili alla libera impresa. Per quanto sognasse una nuova Italia liberale, il Cavaliere liberale non lo fu affatto. Forza Italia all’inizio era composta da intellettuali, molti dei quali venivano dall’estrema sinistra. Da Giuliano Urbani ad Antonio Martino, da Lucio Colletti a Saverio Vertone, da Marcello Pera a Giorgio Rebuffa. Ultimo merito di Berlusconi, secondo Panebianco, è «di aver mantenuto ben salda l’appartenenza del Paese al mondo occidentale nella sua eterogenea coalizione fossero presenti anche rappresentanti di culture politiche di diverso segno e orientamento». Con rivoluzioni di Mani Pulite, la magistratura diventò sempre più protagonista nella vita pubblica italiana. Con le cesure del 1989-1991 si creò uno squilibrio a favore dei magistrati.

Scrive di una democrazia giudiziale che ha determinato una «penalizzazione integrale della vita pubblica, una estensione abnorme del ricorso al diritto penale». Non stupisce che negli anni Duemila il populismo sia diventato il metodo usuale di offerta politica della maggioranza dei partiti. Nel marzo 2018 l’Italia fu il primo Paese europeo con governo a guida populista. Nell’ambito di una simpatia spiccata per le democrature, i sistemi illiberali e autoritari, sia Lega che Movimento 5 Stelle sono promotori di posture antistituzionali e avverse alla democrazia parlamentare. Secondo Teodori «fino a quando hanno agito partiti, movimenti d’opinione sociali e culturali che personificano comportamenti politici e ideali “liberali”, il populismo […] è stato tenuto a bada». Le piccole formazioni liberali hanno fatto da argine al populismo e il sovranismo perfino negli anni peggiori del terrorismo. Oggi, forse, i tempi sono maturi per una nuova rappresentanza liberale in Italia.

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Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, classe 1997, MA in Relazioni Internazionali, BSc in Comunicazione, giornalista freelance, gestisce “Blackstar”, www.amedeogasparini.com