What a time to be alive: il presente secondo Iconografie

Se c’è una cosa alla quale internet ci ha abituati nell’ultimo decennio è l’assurdità. La rete ha contribuito a diffondere le stranezze esistenti nel mondo e a crearne di nuove, normalizzando sempre più la locuzione «Ah, ma non è Lercio», riferendosi alla famosa testata satirica. Ma oltre a strappare qualche risata e a suscitare perplessità, c’è chi nel bizzarro che ormai avvolge completamente la società vede lo Zeitgeist, lo Spirito del tempo che indica la tendenza culturale predominante dell’epoca in corso. A indagare sul filo conduttore che lega culture, estetiche ed eccentricità del mondo è Iconografie, progetto cross-mediale che si propone di raccogliere le immagini più significative del nuovo millennio.

Iconografie nasce nel 2019 come pagina Instagram, con l’obiettivo di diventare una capsula del tempo per quegli elementi minori che non fanno notizia e vengono presto dimenticati ma che, accumulandosi, sono il terreno di coltura della storia. Gaffe, meme e stravaganze istituzionali vengono raccolte per dimostrare che miriadi di piccole icone dell’assurdo celino in realtà gli indizi di un cambio di passo culturale a livello globale. È possibile trovare di tutto: dall’ormai noto sciamano dell’assalto di Capitol Hill a Qr code formati da droni nei cieli cinesi, da lezioni di aerobica con colpi di Stato sullo sfondo a Spiderman in udienza dal Papa, passando per mucche nel metaverso e guerre in diretta streaming. Qui un riassunto del 2021 per immagini, vedere per credere. Scorrendo la galleria i sentimenti sono contrastanti: divertimento, preoccupazione e, soprattutto, fascinazione, mentre la voce nella nostra testa ripete: «Cosa diavolo sto guardando?».

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Il colpo di stato trasmesso in diretta Facebook sullo sfondo di una lezione di aerobica a Naypyidaw, in Myanmar.

Per dare una risposa a questa domanda, dal 2021 Iconografie è diventata anche una rivista cartacea che attraverso numeri monografici cerca di approfondire e spiegare singoli filoni di questi fenomeni. Temi come i meme dei militanti jihadisti, le estetiche delle proteste globali o l’uso politico dell’automobile trovano quindi una loro dimensione teorica che li inquadra e rende più coerenti e razionali di quanto si possa credere. A completare il quadro è da poco arrivato Interregno: Iconografie del XXI Secolo, libro in cui Mattia Salvia, fondatore e curatore dell’intero progetto, analizza l’(apparente) confusione contemporanea per delineare una chiara correlazione con il momento di transizione storica e culturale che il mondo sta vivendo. Abbiamo incontrato l’autore per far luce su quelle che definisce «cose che non dovrebbero esistere ma esistono lo stesso».

Come nasce il progetto Iconografie?

«Casualmente, dal materiale che trovavo e mi salvavo per interesse personale. Ho iniziato a condividerlo sui social per avere uno spazio di archiviazione e da lì è cresciuto. È diventato un progetto più strutturato e si è evoluto man mano che ha trovato un pubblico interessato e ricettivo, plasmandosi con esso. È un processo di apprendimento continuo il cui approccio è cambiato, da attività che facevo per me a lavoro dedicato agli altri. Ora Iconografie ha fatto un ulteriore passo in avanti diventando una rivista registrata, ma continuiamo a imparare».

Qual è il processo di ricerca del materiale? Devi scavare a fondo nei meandri del web oppure siamo talmente circondati dal grottesco che è lui a venire da noi?

«La mia rete di fonti è la stessa di molti giornalisti professionisti, che però prestano attenzione alle potenziali notizie e non a immagini o elementi culturali rilevanti dal mio punto di vista. La differenza è negli occhi di chi cerca. Ma questo genere di contenuti e testimonianze sta emergendo sempre più in superficie, più andiamo avanti e meno c’è bisogno di scavare. Molte cose che non venivano notate ora sono ricercate, al pari delle notizie classiche».

Pensiamo al confronto tra i nostri nonni, nati quasi un secolo fa, che hanno visto il mondo mutare radicalmente dal punto di vista politico, culturale, economico e tecnologico, e gli under trentacinque, che oltre a essere nativi digitali sarebbero definibili “nativi dell’assurdo”. Quali sono le differenze tra queste generazioni nel vivere e interpretare la contemporaneità? Il mondo è diventato bizzarro o lo è sempre stato?

«Prendo come esempio mia nonna, scomparsa quest’anno a 97 anni. Era una persona ignorante, aveva fatto solo tre anni di scuola elementare prima di dedicarsi a zappare i campi per tutta la vita. Allo stesso tempo, però, era molto acuta. La cosa che mi ha sempre colpito è che, parlandole, mi mettevo nei suoi panni rendendomi conto di avere davanti una persona che stava vivendo in un mondo del tutto diverso da quello in cui era nata, sentendomi come su un altro pianeta. Questo è stato il punto di partenza per scrivere Interregno: chiedermi cosa è cambiato nel lungo periodo di prosperità, benessere e crescita economica coinciso con la vita di mia nonna.

La risposta che mi sono dato è che oggi viviamo sul ciglio di un ciclo storico, una fase di crisi in cui quel processo di sviluppo che lei ha vissuto dopo la Seconda guerra mondiale è arrivato alla sua conclusione. Il titolo nasce da una citazione di Gramsci che descriveva il mondo prima della guerra: “La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere; in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. Il mondo non è sempre stato assurdo, ma lo diventa nel passaggio da un ciclo all’altro, e ora ci troviamo nell’interregno prima della nascita della prossima epoca».

Oggi la disintermediazione regna sovrana e i politici hanno feedback da parte dei cittadini in tempo reale. I social permettono ai leader di ostentare i loro aspetti più umani e popolari anche a costo di ridicolizzarsi, toccando un fondo che sembra spostarsi sempre più in basso. Nelle democrazie, la comunicazione politica è emulazione del popolo, con la persona comune diventata influencer dei potenti?

«Uno degli ultimi numeri di Iconografie, che parla di meme, è costruito proprio in questo modo, dividendo l’analisi in ciò che nasce dall’alto verso il basso e viceversa. Non c’è una risposta univoca, è una dialettica tra le due parti. I politici fanno crossdressing transclassista [si camuffano per fingere di appartenere a una determinata classe sociale, ndr], per esempio Salvini munito di felpa che si aggira per le sagre di paese. In questo caso è lui, leader dall’alto, che si mostra e cerca di venire incontro al basso, i cittadini. Allo stesso tempo compiamo una sorta di proiezione di elementi che ci appartengono e vorremmo rivedere nei politici. Penso a elettori dell’estrema destra italiana che vedono Giorgia Meloni come una di loro quando con ogni probabilità governerà come una liberale conservatrice, ma l’immedesimazione è comunque presente».

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Quanto questa assurdità diffusa è involontaria e quanto ricercata dai leader? Prendiamo come esempio i due pesi massimi dell’ambiguità di questi anni, Trump e Bolsonaro, ma anche Gurbanguly Berdimuhamedov, ex presidente del Turkmenistan con toni da superstar. Gli adulti nella stanza stanno scomparendo o hanno imparato a divertirsi e giocare? Insomma: ci sono o ci fanno?

«Conta molto il contesto. Trump e Bolsonaro agiscono in democrazie spettacolari dove vi è il voto, il giudizio supremo. Sicuramente suscitano imitatori ma loro sono genuini, così come li vediamo, è il loro modo di comunicare a essersi diffuso.

Nelle società autoritarie, invece, il cittadino non ha alcuna voce in capitolo e il capo di stato non deve dimostrare niente, fa uno show per esso. Nel caso di Berdimukhamedov, la questione è più sottile. È un mix tra l’indole dell’individuo e l’intento propagandistico con alle spalle un vera e propria organizzazione. Infatti ora al potere c’è Sedar, il figlio, e la comunicazione è rimasta la stessa: a cambiare è solo l’attore che recita la parte».

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Al netto di quanto i leader cerchino di mostrarsi “come noi”, il senso di impotenza verso i grandi eventi cresce, globali o nazionali che siano. Enormi proteste di piazza fanno rumore a livello mediatico ma non riescono conquistare risultati concreti, come Hong Kong o Black lives matter. Un’altra piazza che si infiamma quotidianamente è quella di Twitter e dei social, che a volte riesce a raccogliere vittorie, come nel caso del contributo dell’alt-right americana per l’elezione di Trump. Internet sta assumendo il ruolo di principale mezzo di attivismo politico nonostante sia sempre più scollato dal cosiddetto “paese reale”?

«La questione è quanto le cose rappresentate abbiano una base nella realtà. Nel caso dei movimenti di protesta, dal coinvolgimento dei gangli effettivi della produzione deriva una maggiore o minore spettacolarizzazione. I partecipanti a Black lives matter o alle proteste di Hong Kong appartengono per lo più al ceto medio, quindi un grande contenitore informe che finisce per sfogare tutto nell’autorappresentazione per dimostrare di avere una voce.

Se guardiamo invece le recenti proteste del settore energetico iraniano, le battaglie iniziano a diventare rilevanti dal momento che a mobilitarsi è anche la classe operaia, che acchiappa meno like e per la quale l’essere virali in rete non è nemmeno funzionale al raggiungimento dell’obiettivo. Quella di raccontarsi attraverso i social è un atteggiamento che appartiene alla bolla del ceto medio. Ci sembra un fenomeno diffuso perché negli ultimi decenni è la parte di società che si è estesa più delle altre, soprattutto in occidente».

Parliamo di twiplomacy, l’uso di Twitter e dei social come strumento di dialogo tra nazioni. In pochi anni siamo però già andati oltre arrivando alla shitpost diplomacy, la diplomazia mediante meme e ironia, con un utilizzo consapevole dello strambo da parte delle istituzioni. Nel libro sostieni che se due Paesi si lanciano frecciatine a suon di immagini divertenti c’è da preoccuparsi perché significa che hanno smesso di parlarsi, almeno pubblicamente. Il caso più emblematico è proprio quello dello scontro di meme tra Russia e Ucraina. La guerra è però scoppiata davvero e si sta combattendo con le armi, non (solo) con le emoji. Questo approccio “simpatico” di comunicazione istituzionale ha perso credibilità agli occhi delle opinioni pubbliche o ha ancora spazio?

«Ormai è l’unico modo in cui si comunica, ed è problematico. Non bisogna, però, invertire i nessi causali: non è che se lo fanno attraverso i meme due Stati non comunicano ma, al contrario, parlano con un altro linguaggio, sostitutivo di quello a cui siamo abituati. Questo lo vediamo anche in altre forme, come la Russia che annette le regione dell’Est Ucraina per poi chiedere di trattare e Zelensky che fa una legge per vietare di dialogare finché c’è Putin. C’è un crescente fondamentalismo fanatico che non lascia spazio al dialogo tra le parti. I meme, infatti, non servono a dialogare ma a fomentare le opinioni pubbliche interne “blastando” l’avversario. Questo avviene perché ormai etichette e protocolli diplomatici sono saltati e tutto ciò è funzionale esclusivamente ai fini della ricerca di consenso nazionale».

L’Italia è da sempre un laboratorio politico di esperienze e sistemi di governo ma anche di stranezze quotidiane di ogni genere. Con lo stesso spirito del progetto pilota, hai aperto anche Italografie, che raccoglie le immagini più iconiche e significative del Bel Paese. In cosa si contraddistingue l’eccentricità made in Italy?

«Italografie è un progetto delicato. La pagina principale di Iconografie vuole rappresentare un punto di vista astratto e distaccato dal mondo, visione che non puoi avere rispetto all’Italia, vivendoci dentro. Non siamo neutri guardandola: non sapendo quali siano le cose che vale la pena storicizzare, si rischia di lasciare una fotografia non del tutto veritiera.

È innegabile che l’Italia abbia delle caratteristiche che ne fanno una società peculiare, ma non credo che in questo momento sia più speciale degli altri Paesi europei. Un archetipo più singolare può essere l’Ungheria o la Polonia, dove dovremmo guardare per capire cosa succede in Italia: vi è un crescente ritorno alle origini del liberalismo, tornando talmente indietro da diventare illiberale per molti aspetti. L’unico fenomeno italiano rilevante resta il berlusconismo, unicum e archetipo per i fenomeni politici globali. C’è del Berlusconi in Trump, Bolsonaro e tutto il populismo contemporaneo».

Viviamo un’epoca di transizione che chiami “l’era dell’Assurdo” con meme talebani, presidenti influencer e mucche nel metaverso: non possiamo che uscirne confusi e straniti, ed è proprio la sensazione cui Interregno cerca di dare una spiegazione. Dici che il processo di transizione è inevitabile, quindi lo è anche il nostro percepire un mondo sbagliato, sottosopra. Ma è possibile “imparare a non preoccuparsi e amare la bomba”? Quali strumenti abbiamo?

«La maggior parte delle cose che ci sembrano irreali lo sembrano perché le guardiamo con gli occhi di un mondo che è morto, quello della fine della Storia, della supremazia americana e dell’unipolarismo. Quel mondo non esiste più e tutto sembra bizzarro perché nella nostra testa la realtà è rimasta quella di vent’anni fa. I talebani che fanno i meme ci sembrano assurdi perché la nostra idea di loro è quella del 2001, dei pastori pashtun nelle grotte con l’Ak-47.

La cosa che vorrei il lettore si portasse a casa da Interregno è: cercate di aggiornare il vostro sguardo, non tanto a livello temporale quanto sul piano delle ere storiche. Dobbiamo accettare il fatto che non siamo più il centro del mondo ma una tra le tanti parti di esso».

Immaginiamo il mondo oltre la fine dell’interregno, quindi del presente. Dopo il declino dell’egemonia economica e culturale dell’occidente siamo alle porte di una lotta per un nuovo monopolio o i centri di potere saranno diffusi?

«È la domanda che si pone l’economista Andrea Arrighi nella postfazione a Il lungo XX secolo. Ipotizza tre scenari che possono sorgere dopo questa fase di caos sistemico. Il primo, più terribile, è una perpetuazione di questa confusione, un medioevo inteso come l’assenza della centralizzazione del potere, rischio del multipolarismo.

Dipende da chi vincerà lo scontro egemonico in corso, perché questo è: una lotta. Non vedo improbabile un nuovo secolo americano così come non mi è difficile immaginare un secolo cinese. Lo scenario che auspico è un multipolarismo con istituzioni sovranazionali capaci di gestire le crisi globali in modo paritario, una democrazia internazionale».

Quello di Iconografie è un lavoro di archiviazione e collezione di istantanee della realtà che hanno molto da dire sulla contemporaneità. Chiudiamo la nostra capsula del tempo che lasceremo ai posteri: qual è la cosa più stramba e rappresentativa che hai trovato, la vera iconografia dell’assurdità di questi primi vent’anni del XXI Secolo?

«Una delle cose che mi sono rimaste più impresse nell’ultimo decennio è Donald Trump e la cena a base di fast food alla Casa Bianca. Abbiamo un presidente degli Stati Uniti assurdo di per sé e lo shutdown del governo americano: la potenza che controlla il sistema economico mondiale non riesce a gestire il proprio budget costringendo il capo di Stato a fare un ricevimento a base di McDonald’s, con la cultura americana che si esplica nel cibo spazzatura».

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