Un professore di Zoologia di Roma Tre, con una vita passata tra taccuini di campo e aule piene di mappe e foto-trappole, chiede una cosa semplice: fermarsi, respirare, e rimettere la natura al centro. Nel dibattito sul Ddl Caccia, invita a cambiare sguardo: non conta il colpo secco, conta il metodo.
C’è un momento, nel parlare di Ddl Caccia, in cui il volume si alza. Slogan, strappi, contrapposizioni. Poi arriva una voce calma. È quella del professore di Zoologia dell’Università degli Studi Roma Tre, oggi anche presidente del comitato scientifico per la fauna d’Italia. Non alza i toni. Sceglie i dati. E il quadro cambia.
Un dibattito che tocca campi e città
La fauna selvatica non è un’idea astratta. È il cinghiale che spunta lungo l’argine. È la volpe che attraversa la provinciale. È la paura di chi guida di notte. È il vignaiolo che conta i danni alla rete. Dal 2022 la peste suina africana è comparsa in più regioni, con zone di restrizione, abbattimenti sanitari e controlli rafforzati. Le cronache locali parlano di incidenti stradali con animali. In molti Comuni si sperimentano recinzioni, dissuasori, cassonetti anti-manomissione. Non serve drammatizzare: serve un piano.
Qui il professore si ferma, guarda le carte, e chiede una cosa che sembra ovvia ma non lo è: distinguere la gestione dalla soppressione. La legge può regolare l’attività venatoria, ma la gestione della fauna richiede scienza, monitoraggi, criteri, responsabilità pubblica. Le Direttive europee su Uccelli e Habitat fissano paletti chiari. L’ISPRA fornisce pareri tecnici sui calendari e sui piani. I numeri cambiano da area ad area: nessuno ha la bacchetta magica. Ma una strada esiste.
A metà del suo ragionamento arriva il punto: “La scienza deve guidare l’attività venatoria, non l’abbattimento degli animali.” Non è un gioco di parole. È un cambio di paradigma.
Cosa chiede la scienza applicata alla fauna
Dati prima dei fucili. Censimenti, fototrappole, tracciati GPS, danni agricoli mappati. Senza monitoraggi non esistono obiettivi misurabili né correzioni in corsa.
Interventi selettivi e temporizzati. Periodi, aree, specie: si agisce dove e quando serve, con piani di controllo mirati e verifiche indipendenti.
Prevenzione prima della rimozione. Recinzioni, corridoi ecologici, gestione dei rifiuti organici, cani da guardiania, indennizzi rapidi. Ogni euro speso in prevenzione riduce conflitti e costi dopo.
Ruoli separati e formazione. Controlli faunistici coordinati dall’autorità pubblica, con squadre qualificate, tracciabilità e sicurezza per tutti.
Filiera legale e sicura. Se si preleva, si garantiscono analisi, igiene, trasparenza. La carne di selvaggina non è un tabù, ma una responsabilità.
Tutele per la biodiversità. Attenzione a specie protette, periodi di riproduzione, aree sensibili. La conservazione viene prima del prelievo.
Il professore insiste su un punto spesso dimenticato: senza obiettivi chiari, l’abbattimento diventa rituale, non soluzione. Le stime locali mostrano andamenti diversi: in alcune province la popolazione di cinghiali cresce, altrove si stabilizza dove prevenzione e controllo lavorano insieme. Non ci sono numeri certi per ogni contesto, e quando mancano vanno dichiarati. Ma c’è un metodo testato: gestione adattiva, valutazione annuale, correzione degli errori.
È un invito che riguarda tutti. Chi coltiva, chi cammina nei boschi, chi amministra, chi caccia. La scienza non toglie passione. Le dà direzione. Immaginate un’alba d’autunno: rugiada, respiro corto, un fruscio nel canneto. Quanto sarebbe diverso quel momento se sapessimo che ogni scelta lì, oggi, tiene insieme natura, lavoro e città? La politica può deciderlo. Noi possiamo pretenderlo.