Netflix a Cannes

Nonostante l’ultimo festival di Cannes sia stato fiacco secondo molti critici, sicuramente l’entrata di Netflix in concorso ha animato la situazione. Infatti la nota casa di produzione per home-video sta scalando la vetta: dopo diversi anni di attività ed espansione internazionale comincia a intrufolarsi nei festival cinematografici facendo sentire la propria voce di nuovo nemico per i puristi della settima arte. Netflix infatti ha la nota distintiva, rispetto alla consolidata esperienza cinematografica di un secolo, di non prevedere alcuna proiezione in sala, ma soltanto una distribuzione per i televisori delle nostre case, o, ancora peggio secondo molti cinefili, per gli schermi dei dispositivi mobili. Tuttavia è indubbio che rispetto ai recenti costi delle principali sale di distribuzione cinematografiche Netflix si fa avanti senza timore, conscia di rappresentare un notevole incremento di pubblico e voglia di vedere film grazie a soluzioni di prezzo molto più ragionevole e vantaggioso rispetto all’offerta proposta. Con l’intraprendenza e sicurezza ormai acquistate, essa intende articolare e ampliare sempre più la varietà del proprio catalogo, favorendo di recente anche il cinema da festival e così d’autore. Proprio per questo ha presentato due film di produzione originale per l’ultimo concorso del festival francese: Okja di Bong Joon-ho e The Meyerowitz Stories di Noah Baumbach. Non è tutto andato a rose e fiori: Pedro Almodòvar, qui presidente della giuria, ha manifestato sin da subito il proprio scontento, suscitando vivi dibattiti, e ha condannato in via ufficiale la partecipazione di Netflix al concorso, proprio per via della sua violazione della proiezione in sala, che non rappresenta soltanto un punto sacro per molti cultori del cinema, ma una fonte di guadagno per tutto il business del settore. Pur consentendo una regolare partecipazione per l’ultima edizione e così un giudizio imparziale, sembra che non le sarà più consentito partecipare per il futuro. Bong Joon-ho, immancabilmente interrogato al riguardo, afferma di non provare particolare disturbo all’idea che la sua opera sia goduta soltanto sugli schermi domestici, a patto si escludano gli smartphones e tablet, tanto che il suo film in alcune scene mostra dettagli importanti che non possono essere visionati a dovere sui dispositivi in questione.

La scelta di Bong Joon-ho

Non stupisce comunque la scelta di Bong Joon-ho per una produzione originale di Netflix da portare a Cannes. Oltre ad appoggiare la linea politica generalmente progressista di Netflix, il regista sud-coreano ha dimostrato nel corso dell’ultimo ventennio di saper intrattenere attraverso storie avventurose e di saper lavorare con alcuni generi popolari, ad esempio l’americano monster-movie in The Host (2006) o il poliziesco in Memories of Murder (2003), reinterpretandoli sotto un’ottica nuova, stupendo con la compresenza frizzante di caratteri eterogenei e con uno sguardo lucido e creativo al contesto socio-politico di provenienza. Così un suo film di certo può essere fonte di interesse per un pubblico abbastanza largo, ma allo stesso tempo è appetibile per chi non intende rinunciare alla qualità intelligente nelle proprie visioni cinematografiche.

Okja non è esente da questa tendenza: corre insieme alla protagonista alternando dramma toccante e di denuncia alla commedia, e in quest’ultimo elemento oscilla tra il sottogenere slapstick e un’evidente satira. Prende inoltre due soggetti già noti nel cinema per le famiglie e non solo, cioè il rapporto d’affetto incondizionato tra una bambina e un animale e una missione di salvataggio, e li immerge in un contesto adulto e sociale disincantato, a tratti con immagini forti sul trattamento verso gli animali, che fuoriescono dalla consueta edulcorazione del genere di partenza e fanno sì che sfugga, di nuovo, a facili inquadramenti.

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Un animale è più di un ammasso di carne

Tra i vari elementi di Okja non manca uno spietato racconto di formazione. L’innocenza della protagonista preadolescente, Mija (Ahn Seo-hyun), è contestualizzata in un paesaggio rurale, montagnoso e bucolico, quindi isolato dal cuore della macchina della società, rappresentata nel film dalla capitale sud-coreana Seul e da New York City. Mija è la nipote di un allevatore coreano locale (Byun Hee-bong). Quest’ultimo è stato scelto da un programma della multinazionale alimentare Mirando Corporation, a capo di cui c’è Lucy Mirando (Tilda Swinton). Il film infatti si apre con una conferenza in cui Lucy spiega il suo nuovo piano di marketing: ufficialmente dichiara di aver scovato nelle campagne del Cile un peculiare maiale gigante, definito «supermaiale», allevato in un contesto naturale, e questa scoperta l’ha spinta a iniziare un progetto di riproduzione e allevamento disseminato in varie località del mondo per distribuire poi carne suina naturale e maggiormente «gustosa». Ventisei supermaiali sono stati affidati a vari allevatori locali per un concorso e dieci anni dopo sarà scelto il migliore supermaiale tra di essi, la cui premiazione avverrà a a New York, sede principale della Mirando Corporation. Con ciò si intende andare incontro ai clienti riluttanti a mangiare cibi geneticamente modificati e far sì che la pubblicità e la maniera di allevamento bio-friendly incrementi gli affari. Le verità ignote a Mija sono varie: Okja (il supermaiale che viene assegnato alla sua famiglia) non deve allontanarsi da casa soltanto per un temporaneo concorso di bellezza, ma per andare definitivamente al macello; inoltre il progetto della Mirando Corporation ha alla sua base una grave falsità, dal momento che questi supermaiali sono creature di laboratorio e il ruolo degli allevatori locali è un puro strumento promozionale, come la dicitura “naturale” prevista per le loro confezioni alimentari. Nel momento dell’ignoranza (e quindi ancora dell’infanzia), Mija e Okja vivono spensierate in mezzo ai boschi un rapporto molto stretto dando, rispetto al mondo adulto che ben presto avrà la sua fiera, una versione più genuina, attenta e generosa della maniera di vedere un animale e relazionarsi con lui. Le due hanno anche un linguaggio tutto loro, tanto che in alcuni momenti neanche lo spettatore può sapere cosa si stiano dicendo.

Ciò che spicca in modo diretto e semplice è la forza di questa amicizia rispetto a un mondo adulto contorto, pieno di compromessi, meschinità e falsità. Mija ad esempio è l’unico personaggio completamente esente dall’esigenza di una performance e di un aspetto bizzarro, dal momento che sarà l’unica a non zigzagare nelle proprie intenzioni o il proprio percorso, puntando direttamente alla volontà di sottrarre Okja dalle grinfie della Mirando e riportarla a casa al sicuro e manifestando una serietà e determinazione da piccola guerriera.

La missione di salvataggio all’interno di una realtà sociale ostile e corrotta d’altronde è una costante del cinema di Bong Joon-ho, addirittura nel suo esordio Barking Dogs Never Bite (2000), e si costituisce proprio nel rapporto tra esseri umani e animali. L’esigenza è che si capisca che un animale può essere di più di un oggetto fastidioso da mettere a tacere o di una bistecca in potenza da sfruttare senza riguardi nei macelli del sistema capitalistico. Questi non è soltanto quella che si definisce una “bestia”, una creatura di puro istinto senza rilevanti capacità emotive e affettive, ma ha, come gli esseri umani, sensibilità e personalità, e per alcuni uomini può avere un valore affettivo importante e profondo tanto da far parte della propria famiglia. In Okja infatti questo supermaiale è spesso oggettivato. Da una parte i capi delle industrie alimentari ci vedono soltanto un mezzo per le proprie spietate logiche di profitto, dall’altra il finto amante degli animali Johnny Wilcox (Jake Gyllenhaal), volto mediatico della Mirando Corporation ed ex-star fallita della trasmissione La magia degli animali, si relaziona con lei soltanto come fantoccio per dare sfoggio del proprio ego: una volta ridicolmente esposto per gli schermi, un’altra volta nascostamente umiliato e vendicativo. Persino K (Steven Yeun), l’attivista animalista che fa parte del Fronte di Liberazione Animale che aiuterà Mija nella sua missione, vede in lei ancora prima che un animale su cui porre la massima cautela e responsabilità, un mezzo di protesta politica radicale, e un’occasione per poter fare un grande gesto degno di entrare nella Storia.

Di conseguenza il rapporto più vero ed estraneo a “sovra-motivazioni” è quello tra Mija e Okja, tanto che l’ottimo lavoro digitale compiuto su questa creatura animale fantastica di Erik-Jan De Boer fa sì che l’aderenza tra il digitale e il reale molto fluida, proprio per mostrare quanto Okja possa essere vera per Mija, nonostante la sua derivazione artificiale.

Anti-eroi nel calderone di generi

Se i frequenti primi piani sul volto dell’espressiva Ahn Seo-Hyuh e Okja mostrano un legame toccante e diretto, che assiste a scene e verità sempre più forti e orribili sulla realtà dei macelli, quelli sugli adulti spesso amplificano il senso farsesco di quest’avventura spericolata, creando proprio l’interazione frastagliata tra due toni eterogenei tipica del regista. Come già accennato, tutti i personaggi eccetto Mija presentano delle caratteristiche fisiche particolari o un modo di fare che è fonte di humor, più o meno marcato a seconda del caso. La performance del tutto sopra le righe di Jake Gyllenhaal rende Johnny Wilcox un pagliaccio consumato, Lucy Mirando si presenta con dei capelli biondo platino, un vestiario di rosa candido e l’apparecchio ai denti, e così persino il tono attento e serio del leader del gruppo attivista in missione, cioè Jay (Paul Dano), si contrappone ai suoi vari travestimenti, creando un effetto comico, anche nella confusione interna al suo gruppo, il radicalismo esagerato di alcuni dei suoi componenti, fino alla presa in giro della scena che segue i titoli di coda. L’effetto umoristico è parallelo ad un’altra costante di Bong Joon-ho: la sua attenzione verso personaggi perdenti, soggetti di un’altalenante comicità sia per tendenza naturale che per le implicazioni dietro al loro stato corrente, ad esempio degli errori di giudizio, incompetenze sul lavoro che richiamano le falle di un paese, oppure un comportamento egoista o disattento nel contesto della storia.

Seguendo gli adulti si articola anche una storia di inseguimenti e di attacchi e difese che costituisce proprio le tendenze del genere d’avventura e d’azione che il regista infonde nel suo film, e dove egli mostra la sua abilità e freschezza registica, con angolazioni di camera intraprendenti ed esperte e un montaggio altrettanto smaliziato. Uno dei momenti di maggiore riuscita di queste continue compenetrazioni di genere e toni è l’irruzione catastrofica di Okja in un supermercato, inseguita dagli attivisti e anche dalle forze speciali, dove il momento di scontro tra i due fronti viene rallentato in slow-motion. Nel suo caos totale e adrenalinico risuona il brano Annie’s Song di John Denver, che nel bel mezzo di uno scontro d’azione dà morbidezza, poeticità e un senso di sospensione insieme all’azione cinematografica. In contemporanea infatti c’è la realizzazione che il mondo aggressivo in cui è incappata Mija serba per lei degli alleati (gli attivisti). Invece di uno scontro fisico con armi tradizionali, gli attivisti rispondono a fumogeni rosa usando come scudi degli ombrelli, proteggendo così Mija e Okja in una via che richiama ancora un immaginario fanciullesco. Così anche il volto di Paul Dano, impegnato a togliere un pezzo di vetro che ha ferito Okja, appare come una visione di sollievo sia per la ragazzina che per l’animale.

okja

L’uso dei media

Un’altra maniera di interazione tra i personaggi adulti, che si fonde agilmente con il lato d’azione, è la cura per l’immagine che contraddistingue individui impegnati in una dimostrazione pubblica di qualsiasi genere. Nel caso dei personaggi principali si accompagna alla ricerca della spettacolarizzazione, seppur per diversi motivi. Così di certo le avventure di Mija e Okja si caricano nella frenesia generale di un carattere volutamente assurdo e caotico. Le due sono perlopiù usate per un’affermazione o l’altra tra parti e controparti, e Mija non è lusingata né interessata personalmente a un uso attivo dei media.

Questa sensibilità ai media si declina talvolta nel patetico che strappa una risata, come per i selfie dei personaggi in contesti inadeguati e gravi, ossessionati dal testimoniare sempre la propria presenza in qualsiasi situazione che possa suscitare attenzione. Si tratta di smartphones di una società che invece che essere interessata al significato della presenza di Okja in alcuni sfondi in cui non dovrebbe essere affatto presente, è impegnata più che altro a piacere acriticamente (fino al totale sbando di Wilcox), con la stessa ignavia con cui non bada ai trattamenti riservati agli animali perché arrivino serviti per i nostri pasti. La pigrizia mentale e la credulità della maggioranza è sfruttata da chi con i media lavora ogni giorno, come nel caso di Lucy, Wilcox oppure Jay. Lucy ne fa un uso promozionale appariscente ma ingannevole e su cui i clienti sono disinformati, mentre Wilcox promuove un personaggio pubblico ormai ridotto a fenomeno da baraccone e su cui bisogna pensare due volte prima di accettare l’immagine cool propinata dalla televisione (come infatti farà Mija, prima impressionata e poi disincantata). Jay, che rimane il personaggio adulto più positivo, invece intende sottoporre immagini scioccanti in un contesto il più possibile partecipato per risvegliare le coscienze, a costo di dover far subire ulteriori tribolazioni alle protagoniste, ma nella propria esigenza che tutti vedano non sempre è consapevole di come ha contribuito a peggiorare la situazione di Okja, facendo sì che le sue sofferenze lo facciano sentire più responsabile e imperfetto rispetto alle proprie azioni.

Mija rispetto alle varie visioni che fanno agire gli altri personaggi adulti ha ricettività e prontezza, prendendo da ognuno di loro i giusti spunti e riutilizzandone i linguaggi – che siano quello dell’oro, della comunicazione immediata di una foto per persuadere un individuo, oppure dell’importanza di conoscere l’inglese perché le parole comunicate non siano alterate da voci altrui – in modo da farsi avanti nella propria missione. Acquisisce però il valore morale e formativo di questa esperienza così burrascosa, prendendo le distanze critiche e personali da tutto ciò che luccica, ma cova il marcio, come si spera che faccia o abbia già fatto lo spettatore.

Anche se Okja non ha vinto nulla a Cannes, l’approvazione da parte di numerosi critici e di una fetta sostanziosa di pubblico ha degli ottimi motivi. Per quanto sia difficile sostenere che si tratti del migliore poutpourri cinematografico di Bong Joon-ho, la commistione tra la purezza infantile e l’età adulta, come tra diverse comicità e improvvisi squarci drammatici, ha un estro creativo, vigore e dinamicità i quali dimostrano che, dopo quasi vent’anni di carriera, il regista non ha smesso di essere energico e ricco di vari spunti intelligenti anche da generi popolari, senza tagliare fuori un’audience larga e confermando un posto di rilievo tra gli autori da tenere sempre d’occhio nel panorama contemporaneo.

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