Il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese: la guida del dragone

Tra poco più di un mese la Cina vedrà l’inizio del 19° Congresso del Partito Comunista Cinese, l’equivalente cinese delle elezioni di midterm statunitensi. Durante tale congresso si decideranno le nomine delle cariche più importanti che guideranno il dragone cinese nei prossimi anni e, di conseguenza, il percorso che seguirà la Cina durante il prossimo lustro. Pechino si avvicina a questo evento con delle situazioni decisamente scottanti sia a oriente (Corea del Nord) che a occidente (India e Himalaya).

Congresso per gli alti gradi del partito significa manovre politiche per cercare di piazzare i propri cavalli vincenti nelle posizioni migliori e per cercare, in definitiva, di far valere la propria corrente. Ciò che in democrazia si conquista con i voti qui si conquista grazie all’appoggio dei membri del partito e ai 2300 delegati delle varie province che si ottiene grazie a favori, pressioni e ogni sorta di metodologia attuabile pur di ottenere una certa conformità di comportamento.

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L’attuale presidente cinese Xi Jinping. Lintao Zhang/Getty Images.

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Lo stragrande favorito per la vittoria e per l’ottenimento della carica di presidente della Cina e segretario del Partito Comunista Cinese è il numero uno uscente Xi Jinping. Il partito è quasi completamente nelle sue mani e il presidente negli ultimi tempi è riuscito a diventare un vero e proprio centro di gravità del partito stesso, garantendosi la stra spianata verso il secondo mandato. Le sensazioni che arrivano da più parti dicono che questo congresso serva all’attuale segretario per preparare il terreno per il Congresso del 2022. Un possibile contendente alla poltrona più alta è Hu Chunhua, legato al precedente presidente Hu Jintao e che, per tale motivo, viene chiamato “piccolo Hu”.

Chunhua è un elemento che viene dal basso e si è fatto tutta la gavetta dai livelli meno importanti del partito fino ad ottenere la carica di segretario del Partito Comunista del Guangdong. Ha lavorato come muratore per finanziare i propri studi e quando è entrato nei Giovani Comunisti è andato in Tibet, feudo di Hu Jintao, dove ha fatto la conoscenza dell’ex presidente. Da quel momento la sua carriera è stata una continua ascesa e ad oggi il cinquantaquattrenne burocrate mira, se non alla carica di numero uno della Cina, almeno all’ottenere un seggio presso il Comitato permanente del Partito Comunista Cinese. Tale organo vedrà 5 membri su 7 andarsene in pensione e i loro rimpiazzi verranno scelti durante il congresso.

Il grande scontro infatti avviene qui: la rivoluzione nella composizione del Comitato permanente rappresenta la battaglia decisiva per Xi Jinping, che se dovesse riuscire a far occupare ai suoi almeno 4 posti (come sembra probabile dalle previsioni) potrebbe garantirsi il terzo mandato nel 2022. Altra battaglia decisiva avviene nel contesto dell’elezione del Politburo, organo composto da 25 elementi che ha il compito di avallare le politiche provenienti dal Comitato centrale. Dai risultati di queste elezioni sarà possibile capire anche se può emergere un possibile erede dell’attuale presidente, carica che al momento non sembra definibile in un candidato specifico.

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Hu Chunhua, segretario del Partito Comunista Cinese del Guangdong e possibile sorpresa di questo congresso. Agenzia Nuova Cina.

Dal congresso uscirà anche un altro dato importante relativo all’effettivo potere dell’attuale presidente sul comitato: Xi Jinping rischia, infatti, di vedere uno dei propri principi politici inserito nella Costituzione del Partito con il rango di teoria guida. Si tratta della teoria dei 4 principi comprensivi: la costruzione di una società prospera, il rafforzamento delle riforme, il governo del paese secondo la legge e il rigido controllo del partito. Tale postulato fu introdotto nella Costituzione come menzione già nel 2012, ora si dovrà decidere se elevarlo al rango di teoria guida. Qualora tale eventualità accadesse, sarebbe la prima volta nella storia del Partito Comunista Cinese che un principio enunciato da un presidente ancora in carica viene elevato a tale rango rendendo, in un certo senso, Xi Jinping ancora più potente e importante del padre della nazione Mao Tse Tung.

Tale eventuale modifica avrebbe significati importanti non solo nel contesto delle lotte di potere interne, ma anche sulla società cinese in sé: il controllo rigido del partito è da intendersi come controllo delle élite sulla “fanteria di prima linea” dello stesso. Questo controllo si esercita attraverso leggi come quelle derivanti dalla vasta campagna anticorruzione promossa da uno dei grandi vecchi del partito, Wang Qishan, il quale dovrebbe andare in pensione durante questo congresso per sopraggiunti limiti d’età, ma probabilmente verrà riconfermato come ringraziamento per i servigi resi alla nazione e anzi, secondo diverse fonti potrebbe essere eletto premier e quindi sostituto di Li Keqiang. Grazie a questo complesso di leggi, infatti, sono stati incarcerati migliaia di cinesi, alcuni dei quali rivali politici del presidente. Lo stesso Xi Jinping ha dichiarato che la pulizia degli elementi corrotti proseguirà per anni. Tale inserimento rappresenta sicuramente una svolta in senso ulteriormente autoritario del paese.

Il pacchetto di leggi anticorruzione ha permesso a Xi Jinping di eliminare buona parte degli oppositori che aveva in ambito militare, consentendogli di dialogare più agilmente con questa fetta della società cinese. L’Esercito Popolare di Liberazione conta quasi due milioni e mezzo di effettivi, e sta attraversando un’importante riforma che vuole trasformarlo da forza che punta sulla quantità ad un focus maggiormente incentrato sulla qualità. L’azione legislativa e la sua applicazione hanno permesso al presidente di eliminare eventuali resistenze a questo processo di revisione dell’assetto delle forze armate di Pechino.

Altra questione in cui Xi Jinping ha dovuto forzare notevolmente la mano è stata quella della definizione dei rapporti con la Corea del Nord, ad oggi una delle spine nel fianco maggiormente fastidiose nell’assetto diplomatico di Pechino: un alleato che da almeno un lustro ha compiuto una notevole virata diplomatica sulle armi nucleari, grazie anche ad aiuti esterni non meglio precisati (forse provenienti dalla Russia o da generali cinesi non in linea con il partito sul tema nordcoreano). Molta parte del discorso politico in Cina sui rapporti con Pyongyang si deve ad un’impostazione di lungo periodo, una sorta di tradizione di politica estera che finisce per trascendere i principi della realpolitik che invece Xi Jinping intende perseguire: un detto cinese riferito ai rapporti con i nordcoreani dice che se le labbra si separano allora la bocca sente freddo, ma l’attuale numero uno intende sovvertire quest’idea, specie dopo i recenti sviluppi.

Wang Qishan, ideatore, principale promotore delle leggi anticorruzione e possibile successore di Li Keqiang alla carica di numero due del paese. Lintao Zhang/Getty Images.

Altro grande tema che sarà al centro del congresso, infatti, è quello della politica estera di Pechino. La classe dirigente ha ben chiaro in mente l’esempio storico della chiusura dei confini cinesi a metà del XV secolo, che nel giro di un secolo condusse il paese all’arretramento economico, sociale e tecnologico, rendendolo facile preda delle potenze straniere europee e occidentali. Per tale motivo il tema dei rapporti di Pechino con i propri vicini (e non solo) è percepito come cruciale per la Cina. In tale contesto il dossier più pesante riguarda sicuramente la Corea del Nord, legata a doppio filo al Palazzo Proibito e la cui ricerca ossessiva delle armi atomiche e dei vettori su cui montarle negli ultimi cinque anni ha creato diversi grattacapi agli eredi del Celeste Impero.

Pechino ha sempre privilegiato l’alleanza con Pyongyang per tutta una lunga serie di ragioni: tra le più importanti troviamo naturalmente la protezione dei propri confini orientali, in particolar modo quello che corre lungo il fiume Yalu. L’idea di una Corea riunita sotto Seul e vicina a Washington preoccupa non poco gli strateghi militari cinesi, in primis perché questo stato delle cose fornirebbe agli Stati Uniti, in caso di conflitto, capacità di proiezione sull’intera Manciuria, un territorio pianeggiante con pochi ostacoli naturali che un eventuale esercito potrebbe occupare con discreta facilità presentandosi alle porte di Pechino. Altra motivazione risiede nella capacità di proiezione missilistica: già ad oggi Washington limita fortemente questa dimensione strategica grazie alle batterie THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) studiato per fermare i missili di teatro ma meno efficaci su quelli intercontinentali (ICBM). In un ipotetico scenario con la Corea riunita, queste batterie sarebbero a diretto contatto col suolo cinese, limitando ulteriormente la capacità di usare i missili per scopi di rappresaglia.

Altro dossier aperto le cui linee guida d’azione verranno definite in questo congresso è quello legato all’espansione dell’influenza in Asia centrale per scopi di creazione di infrastrutture e di approvvigionamento energetico: specie nel primo caso, la Cina sta (inevitabilmente) venendo in contatto con l’India, prospettando così uno scontro tra titani che vede come comprimari il Bhutan, il Pakistan e il Nepal. La Cina sta cercando di costruire tutta una serie di progetti infrastrutturali (autostrade, ferrovie e porti) funzionali alla propria politica commerciale e che agevolino il trasporto di merci dal ventre produttivo della Cina fino in Europa. Questo avviene tramite una rotta marittima che passa a sud dell’India e tramite la nuova Via della Seta che passa a nord. In buona sostanza Nuova Delhi verrebbe circondata da queste due direttrici venendone tagliata fuori. Comprensibilmente questo all’India non sta bene e sta cercando di bloccare la costruzione della direttrice terrestre da un lato, mentre dall’altro cerca di ostacolare le relazioni tra Cina e Pakistan, di supporto alla rotta marittima che si dipana per buona parte del suo percorso nell’Oceano Indiano.

Questo congresso sembra interlocutorio, ma assume una notevole importanza considerando che serve a Xi Jinping per preparare il terreno per il 2022. I grandi del partito, come di consueto, si sono ritirati in conclave nella città rivierasca di Beidahe per tessere le proprie trame e porre le basi per il futuro della Cina, che essendo diventato un attore globale (basti solo pensare agli investimenti) prende decisioni che riguardano tutti. Xi vuole scrivere il proprio nome accanto a quello di Mao nella storia cinese, ci riuscirà? Al termine di questo congresso ci saranno maggiori indizi sull’esito delle speranze del numero uno di Pechino.

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