La figura di Delgado sembra essere caduta nel dimenticatoio, sia all’interno della comunità scientifica, sia nella cultura popolare. Eppure l’onda lunga dei suoi risultati è ben presente ancora oggi: chi non ha mai sentito parlare dei pacemaker? Tuttavia, come spesso accade nella ricerca scientifica, l’applicazione pratica arriva solo alla fine di un lungo e tortuoso cammino. In questo caso, per arrivare al cuore il punto di partenza è stato il cervello e uno dei pionieri è stato proprio Delgado. Il neurofisiologo spagnolo, professore a Yale e deceduto nel 2011, era interessato al rapporto tra mente e cervello. L’aspetto controverso della ricerca di Delgado risiede nella metodologia: i suoi esperimenti prevedevano infatti la manipolazione diretta – tramite elettrodi impiantati nel cervello – dell’attività elettrica dei neuroni. Gli elettrodi, chiamati da lui stesso stimoceveir e grandi quanto una moneta da mezzo dollaro, erano in grado sia di registrare l’attività neuronale sia di modificarla tramite impulsi radio. I vantaggi erano evidenti: le cavie potevano essere osservate e manipolate nel proprio contesto naturale – per quanto naturale possa essere un contesto sperimentale – senza l’impiccio dei cavi e senza causare stress aggiuntivo a quello dell’operazione chirurgica. Per l’epoca (si parla degli anni Cinquanta del secolo scorso) una vera e propria rivoluzione. Non manca nemmeno il lato misterioso della faccenda: l’apice scientifico delle ricerche di Delgado coincide con l’apice della Guerra Fredda e a quanto pare vari programmi per il controllo mentale furono lanciati proprio in quegli anni (MKUltra della CIA è uno  dei pochi verificati).

Delgado
Una delle rare fotografie di Delgado. Foto: https://alchetron.com

Controllo del sistema motorio

La ricerca di Delgado inizia con il controllo del sistema motorio di gatti, scimmie e esseri umani. Gli elettrodi vengono impiantati in vari punti della corteccia motoria degli animali in modo da indurre il gatto a leccarsi o la scimmia a muovere un determinato arto. Importante notare, secondo il neurofisiologo spagnolo, come la stimolazione elettrica del cervello non sia in grado di creare l’effetto marionetta. Non è quindi possibile indurre un gatto a cacciare un topo stimolando semplicemente i punti della corteccia motoria corrispondenti ai movimenti necessari alla caccia. Stimolare nella giusta sequenza e con il timing corretto tutte le zone cerebrali coinvolte in un movimento complesso era ed è tutt’oggi semplicemente impossibile, essenzialmente perché le suddette zone e il timing non sono noti. Per quale motivo questa limitazione è importante? Innanzitutto perché ridimensiona non di poco eventuali scenari apocalittici. In secondo luogo mette a nudo i numerosi limiti dell’apparato metodologico. Gli stimoceveir sono infatti un corpo totalmente estraneo rispetto alle dinamiche del sistema in cui si trovano. Questo si evince per esempio dal fatto che l’intensità della corrente necessaria a provocare una risposta comportamentale è migliaia di volte superiore a quella misurata in condizioni normali. Inoltre si osserva una variabilità non indifferente nella risposta: la stimolazione dello stesso punto (in termini di coordinate spaziali) in due soggetti diversi potrebbe evocare due risposte diverse. D’altro canto i cervelli non sono uguali tra di loro per forma e dimensione, quindi la posizione esatta in cui inserire l’elettrodo per indurre il movimento di un braccio potrebbe differire di diversi centimetri in soggetti diversi.

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Foto: https://alchetron.com

Inferno e paradiso all’interno del cervello

Al netto di tutti i limiti di cui sopra, la stimolazione elettrica del cervello può avere effetti tutt’altro che scontati. Si è detto quindi dell’impossibilità di controllare tutti i muscoli di un gatto come un burattino per metterlo in caccia. Tuttavia potrebbe essere sufficiente fargli venir voglia di cacciare e aspettare che i rispettivi schemi motori vengano attivati. Questo è forse l’aspetto più disturbante a emergere dalla lettura di Physical Control of the Mind, libro a carattere divulgativo scritto da Delgado nel 1969. Gli esempi discussi nel libro sono numerosi e spaziano dagli uccelli ai gatti, passando per le scimmie e pazienti psichiatrici. Numerosi anche i comportamenti presi sotto esame: il gruppo di ricerca di Salgado ha dimostrato di poter manipolare i livelli di aggressività (celebre è l’esperimento in cui Salgado, posto al centro di un’arena, ha fermato un toro in carica), indurre una madre a ripudiare momentaneamente il suo cucciolo, provocare il sonno, indurre allucinazioni, sensazioni di piacere ma anche controllare l’assunzione di cibo e rendere più amichevoli delle persone. Il tutto premendo semplicemente un pulsante.

I grandi dilemmi etici e filosofici

I risultati appena elencati portano a violentissime questione etiche, riassumibili in

1) Chi controlla i controllori?
2) È giusto manipolare il comportamento umano?

Delgado afferma chiaramente che non è possibile cambiare la struttura della personalità di una persona tramite stimolazione elettrica del cervello. Quest’ultima viene paragonata al pulsante che manda in orbita un razzo. È responsabile chi preme il pulsante o chi si prodiga per costruire il razzo e tutto il necessario per il lancio? L’autore del libro declina quindi ogni responsabilità, appellandosi alla neutralità della tecnologia da lui sviluppata. Secondo Salgado ognuno dovrebbe essere il controllore di sé stesso, così come l’obiettivo primario della società dovrebbe essere quello di fornire la conoscenza adatta a divenire un buon controllore. Anche la seconda domanda viene rispedita al mittente senza troppi complimenti, in quanto posta nei termini sbagliati. Secondo il neurofisiologo spagnolo la manipolazione del comportamento umano è qualcosa di già assodato. La grande domanda di Delgado è piuttosto la seguente: perché la lobotomia (ai tempi tristemente molto in voga), la psicoanalisi, le droghe psichedeliche e l’ipnosi vengono accettate senza remore, mentre la stimolazione elettrica del cervello no? La risposta è di nuovo l’ignoranza: abbiamo paura perché vediamo la stimolazione elettrica come un’intrusione in questo mai o mal definito concetto di mente, situazione a sua volta derivante dalla scarsa ricerca al riguardo.

Perché leggere Delgado oggi?

Un primo motivo per leggere Delgado e soprattutto le voci critiche al riguardo è che i limiti tecnici degli anni Sessanta e Settanta vanno scomparendo. Quindi di pari passo all’avanzamento tecnologico si ripropongono le problematiche – tutt’ora irrisolte e poco discusse in ambito scientifico – evidenziate già cinquanta anni or’sono. Per esempio si diceva in apertura che lo stimoceveir ha portato – in maniera indiretta e probabilmente non conscia – prima verso lo sviluppo del pacemaker cardiaco e dopo verso lo sviluppo di quello “cerebrale”, ossia la stimolazione cerebrale profonda (dall’inglese Deep Brain Stimulation), usata oggi per trattare disturbi neurologici quali il Parkinson. Come nel caso del pacemaker cardiaco e nella stimolazione elettrica proposta da Delgado, la stimolazione cerebrale profonda è altamente invasiva. Nel giugno 2017 è tuttavia uscito uno studio, pubblicato su Cell, in cui viene descritta per la prima volta un’applicazione non invasiva della suddetta. Se i risultati dello studio dovessero venire replicati sull’uomo, sarebbe una vera e propria rivoluzione. Al di là dell’ambito tecnico, il lascito di Delgado e del suo libro Physical Control of the Mind risiede forse nell’essersi schierato apertamente per una fazione, rimanendo tuttavia critico nel trattare le zone grigie e i limiti della sua ricerca e non limitandosi a descrivere i problemi ma proponendo delle soluzioni concrete. Delgado inoltre non si nasconde e dà una definizione di mente, vede la necessità dei comitati etici (oggi realtà assodata), della divulgazione scientifica e degli approcci multidisciplinari e si prodiga per riformare dalle basi sia il sistema scolastico sia quello politico in favore della ricerca. Il fatto che gli scienziati non prendano parte alla discussione pubblica potrebbe essere una delle colonne portanti della scissione tra scienza e società civile e quindi rappresentare uno dei motivi dell’avanzamento dei movimenti anti-scienza.

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Nato a Lucerna e cresciuto a Lugano, per una strana congiunzione astrale mi ritrovo il passaporto italiano ma non quello svizzero. Nel corso della mia vita ho cambiato idea diverse volte riguardo a cosa dover fare una volta adulto: al principio furono i dinosauri (fissa ancora oggi ben presente), poi la biologia marina e infine le neuroscienze. Burocrazia permettendo dovrei aver concluso gli studi in neuropsicologia e neuroinformatica all’università di Zurigo. Sono profondamente interessato ai correlati neurobiologici dei disturbi psichiatrici e delle sindromi neurologiche, non disdegno però temi di più ampia portata come il libero arbitrio o la ricerca sulla coscienza. Nel tempo libero scrivo di neuroscienze per IMDI (http://ilmegliodiinternet.it/author/ludovico_coletta/), leggo fumetti e guardo film: Gipi, Baudoin e Gaspar Noé sono i miei raccontastorie preferiti. Fun fact: la foto profilo per theWise è allo stesso tempo il mio primo selfie di sempre.