Italia-Svezia: il lunedì nero del calcio

Italia-Svezia. Foto: Claudio Villa/Getty Images.
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È accaduto quello che stavamo cercando di scongiurare in tutti i modi possibili. Non volevamo pensarci, mai volevamo credere che l’ipotesi più remota di non andare ai mondiali potesse avverarsi. Abbiamo sperato di fare l’impossibile, ovvero riuscire a trionfare in un playoff difficile contro la Svezia orfana di Ibrahimovic – ormai ritirato dalla sua selezione – e andare a giocare il Mondiale di Russia 2018. Invece siamo qui a raccogliere i cocci di una Nazionale che non rende merito al nome e al prestigio della maglia azzurra mentre gli italiani, i famosi 60 milioni di CT, puntano il dito contro tutti. A partire dal tecnico Gian Piero Ventura, colpevole di non essere riuscito a centrare la qualificazione, passando per i piani alti della FIGC – vedi la figura del presidente Carlo Tavecchio – che hanno messo l’ex-Torino alla guida degli Azzurri. L’Italia non falliva l’appuntamento Mondiale dal 1958, anno in cui la competizione più importante si giocava proprio in casa di quella Svezia che ci andrà a battere a sessant’anni di distanza. Nell’ultima partita valida per la qualificazione l’Italia venne sconfitta in trasferta a Belfast dall’Irlanda del Nord, mancando così il primo posto nel girone di qualificazione e condannando gli Azzurri alla clamorosa eliminazione.

Italia-Svezia 0-0, i giocatori azzurri sconsolati al fischio finale. Foto: Dino Panato/Getty Images.

Italia-Svezia 0-0, i giocatori azzurri sconsolati al fischio finale. Foto: Dino Panato/Getty Images.

Italia, cosa non è funzionato?

Sono diversi i fattori che hanno portato a questa débâcle. È stato un concatenarsi di diverse scelte sbagliate, supportate dalla noncuranza degli addetti ai lavori che sono sfociate nella situazione disastrosa in cui il calcio italiano momentaneamente si trova. E no, non si parla dei troppi stranieri nei vivai e degli oriundi in Nazionale, lasciando perdere i populismi che non hanno tardato a farsi sentire anche nel gioco che più amiamo. Nella partita giocata a San Siro, il migliore giocatore di tutta la squadra azzurra – sia per impegno che per forza di volontà nel cercare di ribaltare il risultato – è stato Jorginho: il centrocampista di origini brasiliane della squadra di Sarri non aveva mai esordito in gara ufficiale con la maglia dell’Italia prima della partita giocata contro la Svezia. Stesso discorso vale per Eder, quando segnò all’Europeo proprio contro la nazionale di Ibrahimovic: per caso abbiamo evitato di esultare, solo perché è oriundo? Facendo due conti si capisce come spesso i selezionatori siano costretti a valutare giocatori provenienti da altre nazioni con un parente italiano sperduto dall’altra parte del mondo, solo perché i club non fanno giocare i propri talenti da poterli mostrare alla Nazionale. Perciò, è meglio aspettare che un talentino sbocci a 25 anni, in tempo per votare alle elezioni per il senato, o tentare di risollevare le sorti di un movimento naturalizzando un giocatore mentalmente già pronto di passaporto italiano?

Eder esulta dopo aver segnato il gol vittoria per l'Italia contro la Svezia a Euro 2016. Foto: Getty Images

Eder esulta dopo aver segnato il gol della vittoria dell’Italia contro la Svezia a Euro 2016. Foto: Getty Images.

La Nazionale oggi più che mai ha bisogno di un processo di ringiovanimento della rosa e soprattutto di un lavoro che parta proprio dalla base del movimento calcistico italiano. La sconfitta contro la Svezia è da considerarsi come il punto più basso di un lento declino cominciato molti anni prima, già dai “bei tempi andati” del post Germania 2006. L’Italia campione del mondo dopo la finale di Berlino presentava una formazione già matura all’Europeo di Austria e Svizzera, in cui i giocatori più giovani erano Chiellini e Aquilani, allora a 23 anni. Negli anni successivi questo “svecchiamento” non c’è stato: al Mondiale giocato in Sud Africa nel 2010, gli Azzurri si ripresentarono con buona parte della formazione che trionfò quattro anni prima. Siamo e saremo eternamente riconoscenti ai 23 che presero parte al Mondiale di Germania, però il tempo passa per tutti. Ricordiamo perfettamente come andò a finire: due punti in tre partite e sconfitta-beffa contro la Slovacchia, che andò agli ottavi al posto nostro. Se non altro, dopo la prima beffa ottenuta a livello di Mondiali si cominciò a intravedere qualcosa di nuovo all’interno dei ranghi della Nazionale, andando a dare fiducia a ragazzi che scalpitavano pur di indossare l’azzurro. L’Europeo 2012 infatti è da considerare un mezzo miracolo, dal momento che pur essendoci tutti i problemi legati al ricambio generazionale e ai pochi talenti in circolazione, l’Italia è arrivata comunque alla finale.

Gli azzurri festeggiano Balotelli dopo aver segnato due gol per l'Italia contro la Germania a Euro 2012. Foto: Getty Images.

Gli azzurri festeggiano Balotelli dopo aver segnato due gol per l’Italia contro la Germania a Euro 2012. Foto: Getty Images.

Quando in qualche competizione internazionale i risultati dell’Italia deludono, la prassi dei commentatori è dare la colpa ai settori giovanili che non sfornano talenti, agli oriundi, eccetera. Nel caso del Mondiale 2014 oltre a quello – assolutamente immancabile per un popolo di CT come quello italiano – c’è stata una vera e propria inadempienza da parte di Prandelli, reo di non aver avuto abbastanza piglio sulla squadra, oltre a voler adattarla a un gioco che non le apparteneva. Infatti la spedizione azzurra di Prandelli verso il Mondiale brasiliano adattò il 3-5-2 ispirandosi al modulo di Antonio Conte che tanto aveva fatto bene in bianconero. Proprio il tecnico di Lecce infatti succedette a Prandelli, plasmando la Nazionale a suo piacimento, facendo ritornare la speranza in un calcio nostrano di alto livello, capace di affrontare chiunque. Agli Europei di Francia infatti gli Azzurri sono stati in grado di vincere contro il Belgio dei fenomeni e contro la Spagna rifilando un sonoro 2-0 in entrambi i casi. Dopo la sconfitta ai rigori contro la Germania, Conte andò ad accasarsi al Chelsea, dopo che la FIGC aveva annunciato l’arrivo di Gian Piero Ventura – prima del torneo europeo – a guidare la Nazionale alla qualificazione per i Mondiali 2018.

Gian Piero Ventura, l’uomo sbagliato al momento sbagliato

«È un maestro di calcio», così l’ha definito il presidente FIGC Carlo Tavecchio, riponendo la sua fiducia nel tecnico che era riuscito a ottenere buoni risultati sulla panchina del Torino. Ventura è un allenatore di lungo corso, perlopiù rimasto nella periferia – facciamo hinterland – del calcio italiano: la sua prima panchina risale infatti agli anni Settanta, quando fece l’allenatore delle giovanili e successivamente il vice allenatore nella Sampdoria. Da lì cominciò la sua avventura sulle panchine in giro per l’Italia, navigando perlopiù in squadre tra la serie C e la Serie D. La prima occasione nel calcio professionistico la ricevette quando il Venezia lo chiamò nella stagione 1994/95, subentrando alla panchina della prima squadra dopo esserne stato vice. Dopo l’esperienza con i Lagunari di Zamparini Ventura andò ad allenare il Lecce, arrivando in due anni dalla Serie C fino alla Serie A. Successivamente allenò anche Cagliari, Sampdoria e Udinese, sempre però tra alti e bassi. Stesso discorso anche durante le stagioni sulla panchina del Pisa: un anno ha portato i nerazzurri a lottare addirittura per la Serie A, mentre l’anno successivo ha condannato la stessa squadra alla retrocessione. Il picco più alto della carriera di Ventura è stato certamente il Torino, riportando i granata dalla Serie B nuovamente nella massima serie italiana. Durante la sua esperienza da allenatore è riuscito a portare il Toro perfino in Europa League fino agli ottavi della competizione. C’è da considerare però che la squadra di Ventura è arrivata nelle coppe solo perché il Parma è stato penalizzato dal Fair Play Finanziario, lasciando il posto proprio al Torino. Se consideriamo “il meglio” che l’allenatore è riuscito a ottenere durante il suo percorso di club, troviamo solo un settimo posto. E dunque, nonostante un Ciro Immobile capocannoniere e un Alessio Cerci in formato fenomeno, a questo punto si intravedono segnali d’allarme abbastanza chiari.

Gian Piero Ventura, ex-allenatore dell'Italia e Carlo Tavecchio, presidente della FIGC. Foto: FIGC.it

Gian Piero Ventura, ex-allenatore dell’Italia e Carlo Tavecchio, presidente della FIGC. Foto: FIGC.it

L’inizio delle qualificazioni ha visto un’Italia comunque capace di tenere botta a quelle che sono state delle partite difficili come la trasferta in Macedonia, rimontata negli ultimi minuti, e soprattutto il primo scontro tra gli Azzurri e la Spagna, portando a casa un pareggio. Anche nelle amichevoli di marzo e inizio giugno l’Italia sembrava aver trovato la quadratura del cerchio, provando comunque soluzioni nuove con interpreti diversi nella sua formazione. La partita di ritorno a Madrid contro la Furia Roja è stata però un altro grande segnale di allarme non recepito da chi di dovere: la sconfitta ci poteva stare contro una Spagna oggettivamente più avanti in tutto rispetto all’Italia, però è da rimproverare la perseveranza a riproporre le stesse soluzioni sebbene abbiano già maturato una sconfitta pesante. È quello che è successo nelle partite di qualificazione successive, in cui la Nazionale ha cominciato a sentirsi impaurita, nello sconforto più totale, dove faticava a trovare quella spavalderia che l’aveva condizionata nelle partite precedenti. Sono arrivate quindi le partite sofferte contro Israele, Macedonia e Albania: delle nazionali sicuramente di livello, ma che non devono fare paura quando porti quattro stelle nel tuo cuore. La responsabilizzazione derivata da un momento difficile, di avere un’ultima chance di evitare l’impensabile – perlomeno in Italia – non è arrivata: la squadra è rimasta ugualmente impaurita anche nelle due partite giocate contro la Svezia. A tutto ciò si aggiungono anche delle scelte ampiamente discutibili, ad esempio l’ostentazione di un Candreva che non ha avuto modo di essere decisivo se non contro l’Albania, oppure l’inserimento di Insigne in un ruolo non suo. Inoltre, Ventura ha sempre avuto come marchio di fabbrica il 4-2-4, mentre con la Svezia ha cercato di scimmiottare un 3-5-2 che la squadra non ha tra le corde.

Tifosi svedesi a San Siro durante Italia - Svezia. Foto: Miguel Medina/Getty Images.

Tifosi svedesi a San Siro durante Italia – Svezia. Foto: Miguel Medina/Getty Images.

Il prossimo futuro azzurro

Con la mancata qualificazione ai Mondiali, molti interpreti della Nazionale recente hanno raggiunto il capolinea. Andrea Barzagli, Gigi Buffon e Daniele De Rossi – i tre campioni del mondo in squadra – hanno detto addio alla Nazionale, dando il via a quella che sarà effettivamente un ringiovanimento forzato della rosa. Dall’altra parte invece Ventura, dopo aver chiesto scusa al popolo italiano, attende risposta da parte della FIGC – notificato del suo esonero nella giornata di mercoledì dopo Italia-Svezia – che prenderà una decisione a breve tempo. Sul banco degli imputati c’è anche Carlo Tavecchio, che a detta del presidente del CONI Giovanni Malagò dovrebbe rassegnare le dimissioni, visto il fallimento recente degli Azzurri. Nel frattempo i tifosi sognano l’arrivo di Ancelotti, tecnico liberatosi dal Bayern Monaco e da cui è arrivata un’apertura circa il suo eventuale ruolo di CT. Inoltre assieme all’arrivo di “Carletto” è possibile un ruolo di dirigente all’interno della Federcalcio per Paolo Maldini. Serate come quella di San Siro serviranno come monito per cercare di migliorare un movimento rimasto indietro rispetto ad altre Nazionali che viaggiano a gonfie vele: del resto, le chiacchiere hanno stufato. Ormai non ci sono più scuse. Non vogliamo semplicemente più vivere serate come questa.

Alessandro Florenzi, centrocampista dell'Italia e della Roma, disperato dopo Italia - Svezia. Foto: Marco Luzzani/Getty Images.

Alessandro Florenzi, centrocampista dell’Italia e della Roma, disperato dopo Italia – Svezia. Foto: Marco Luzzani/Getty Images.

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Arnaldo Figoni

Sono nato a Olbia il 30 giugno 1989, ma da sempre vivo a La Maddalena. Coinvolto fin da piccolo negli sport - calcio, basket, ma anche rugby - ho sviluppato una passione per la disciplina sportiva in generale, nel conoscere e poter raccontare delle storie, coltivando il sogno nel cassetto di poter esercitare proprio la professione di giornalista.