Perché Pochesci non ha ragione

Perché Pochesci non ha ragione
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All’indomani della sconfitta d’andata contro la Svezia, tra le analisi sugli Azzurri ha trovato posto anche l’irriverente opinione di Sandro Pochesci, allenatore della Ternana. Gli utenti delle diverse piattaforme social hanno generalmente apprezzato e condiviso le sue parole, che sono state accolte come schiette, dirette. Nel video della conferenza stampa (nel post partita di Ternana – Novara), Pochesci si esprime con una marcata cadenza romana e non usa giri di parole. Parla di quanto sia vergognoso essere stati battuti da «una squadra di profughi», denuncia la mancanza di «italiani che “menano”» e infine imputa la sconfitta all’«aver portato tutti gli stranieri in Italia».

Non è difficile capire perché le parole di Pochesci siano state accolte con tanto entusiasmo. Forma e contenuto sono perfettamente consoni al tifoso da social. Da una parte, l’uso del dialetto, sentito come una forma di sincerità in un contesto che ormai pretende un linguaggio più educato da parte anche degli addetti ai lavori. Dall’altra, una risposta semplice e rapida ad un problema molto complesso, sul quale occorrerà lavorare per anni. La soluzione del tecnico della Ternana (attualmente al ventesimo posto in Serie B) è perfetta per essere condivisa su Facebook.

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Un po’ di dati

I primi trenta secondi di dichiarazioni sono, come le ha definite Pochesci stesso, nient’altro che chiacchiere da bar. Sull’essere troppo pariolini e sulla necessità di menare di più c’è ben poco da dire. Altrettanto superfluo sembrerebbe commentare le parole sulla Svezia, definita una squadra di profughi. Quello che può invece essere preso come spunto di discussione è la riflessione sulla presenza dei troppi stranieri nel nostro campionato. Parlando del campionato maggiore, la Serie A è certamente tra le competizioni nazionali più multietniche. A livello di percentuali, con il 53,2% di giocatori stranieri, l’Italia è seconda soltanto all’Inghilterra. La Premier League ne conta il 67,2%; terza la Bundesliga con il 52,7%.

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Le percentuali di stranieri nei primi cinque campionati d’Europa (fonte: transfermarkt)

Tra le seconde divisioni, la Serie B scende invece al quinto posto, con appena il 23,5% di giocatori stranieri. Ai primi tre posti, la Championship inglese (50,3%), la Ligue 2 francese (36,2%) e la 2. Bundesliga (31,5%). Per quanto riguarda la Primavera, la percentuale di stranieri è del 30,9%. I numeri sono indubbiamente alti, ma è importante capire che questo trend è non tanto italiano nello specifico, quanto europeo. Alla luce di ciò, risulta difficile pensare che il problema della Nazionale sia da ricercare nel numero di giocatori stranieri impiegati in campo. O, meglio, sarebbe una semplificazione del problema.

La questione delle giovanili

Quando pensiamo al Mondiale vinto nel 2006, pensiamo ad un’epoca d’oro del calcio italiano. La verità è che a livello di Nazionale, già allora mancava un solido ricambio generazionale. La media d’età della squadra che alzò la Coppa del Mondo undici anni fa era di 29 anni. I risultati mediocri nelle ultime manifestazioni internazionali erano comunque abbastanza decorosi da permetterci di nascondere la polvere sotto al tappeto, ma già si stava venendo a creare il problema che stiamo vivendo in questo momento. Il processo graduale che ci ha portati fin qui, però, non è il divenire dei vivai un terreno fertile per soli giovani stranieri come paventa Pochesci, ma è il progressivo disinteresse delle squadre italiane verso i propri settori giovanili.

L’avvento nel calcio europeo dei miliardari mediorientali ed est-europei, sommato ai già esistenti strapoteri come Barcellona, Real Madrid, Manchester United e via dicendo, ha innalzato i prezzi del mercato e la competizione nei campionati internazionali. Al fine di restare al passo con queste realtà, per i grandi club italiani con ambizioni europee è necessario investire in talenti che siano pronti nell’immediato o al limite in un futuro molto prossimo, possibilmente giovani e con margine di crescita. Allo stesso tempo, la medesima necessità si presenta alle squadre più modeste, il cui obiettivo è una salvezza o un posto a metà classifica. Decidere di investire nel vivaio piuttosto che nel calciatore fatto e finito è sicuramente la scelta più saggia nel lungo periodo. Ma bisogna considerare che non tutte le squadre possono permettersi di pensare in questi termini.

Le nostre mancanze

Tuttavia, mentre questo trend andava affermandosi, i grandi club del resto d’Europa prendevano accorgimenti in questo senso. Gli investimenti nelle infrastrutture e nei vivai hanno permesso un ricambio generazionale che permette ai club esteri di portare gradualmente in prima squadra giocatori delle proprie giovanili. Oltre agli evidenti meriti di Francia e Germania e alle ben note canteras spagnole, è notevole anche il caso della Premier League. Qui, il vivaio più produttivo non appartiene a una big, ma al Southampton, con sei giocatori ancora in rosa – senza contare quelli venduti a cifre astronomiche nelle ultime finestre di mercato – prelevati dalla squadra under 20. Com’è stato possibile? Mentre l’importanza dei diritti televisivi aumentava, in Premier League si è stati abbastanza avveduti da decretare una distribuzione equa dei ricavi. Così, anche una squadra come il Southampton (di proprietà svizzera), con i giusti investimenti, può puntare a crescere nel tempo.

Naturalmente, vivere di soli giocatori autoctoni sarebbe impossibile, specialmente ad alti livelli. Ma tali accorgimenti hanno portato a conseguenze solamente positive per chi li ha adottati: oltre al risparmio sul mercato quando si promuove un giocatore in prima squadra, i ricavi dalle vendite di giovani promesse sono sempre molto buoni. È soprattutto in questo che l’Italia ha accumulato un enorme ritardo. Le conseguenze dei mancati investimenti nella crescita dei giovani sono evidenti. Strutture inadeguate, staff tecnici poco formati, con una conseguente perdita sullo sviluppo potenziale del giovane calciatore. La crescita troppo lenta dei ragazzi li porta ad arrivare in età da debutto nel calcio professionistico impreparati e immaturi. Anche per questo si preferisce comprare i giovanissimi dei campionati con Youth Systems più efficienti.

Pochesci ha sbagliato mira

Se non per le esternazioni velatamente xenofobe, o per quelle innecesariamente maciste, sarebbe bastato sentirlo consigliare di «dare una possibilità [in Nazionale] ai ragazzi della Serie C» per delegittimare Pochesci e i seguaci del suo pensiero semplicistico. Ma parlare alla pancia, si sa, fa audience.

In conclusione, appare evidente come lo «sfogo» (sic) del tecnico della Ternana sia totalmente fuori luogo. Pochesci ha confuso le cause con le conseguenze. Quello che ne è uscito è stato l’ennesimo, noioso (al punto da essere seccante) discorso qualunquista sul genere de “l’Italia agli italiani”, del quale proprio non si sentiva il bisogno. E se tali non dovessero essere state le intenzioni di partenza, è certamente in coloro che la pensano a questo modo che Pochesci ha riscosso più successo. Con buona pace di certi avvoltoi.

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Pubblicato da Carlotta Betti

Studentessa di Mediazione Linguistica Interculturale. Innamorata di Bologna da quando vi sono nata e del Bologna FC dall'età della ragione. Ossessionata dallo sport e dalla politica. Scrivo solo del primo perché riesco a viverlo razionalmente, la seconda è una questione troppo passionale.