Dopo lo scandalo scoppiato nello scorso ottobre, con le denunce nei confronti di Harvey Weinstein, molte altre persone si sono fatte avanti per denunciare molestie e violenze subite. Cosa ha spinto molte donne (e uomini) a farsi avanti, dopo anni di silenzio? Che conseguenze hanno queste denunce?

Lo stereotipo del sesso come “moneta di scambio” nel mondo dello spettacolo è più vecchio dell’ambiente stesso. Tuttavia, un ciclone di denunce e di ribellioni come quello che si sta avendo in questi giorni è senza precedenti: sono cadute teste eccellenti, principalmente quelle di Harvey Weinstein, uno dei produttori più influenti di Hollywood, e di Kevin Spacey, attore che non necessita di presentazioni. Ma, come lo stereotipo suggerisce, queste molestie erano un segreto di pulcinella. Weinstein non è nuovo a certe accuse, e un mini scandalo riguardante Spacey era già stato insabbiato. Tuttavia, erano altri tempi.

Una delle cause principali della “caduta” del produttore, prima gigantesca tessera del domino, è la differente mentalità. In passato, moltissime accuse decadevano per omertà, accordi tra le parti, e un senso di isolamento che pervadeva le vittime. Perché denunciare, se nove volte su dieci finiva con la carriera della vittima stroncata? Invece, con l’inchiesta del New York Times, un nutrito gruppo di donne si è fatto avanti, compatto, e questo ha dato coraggio a chi non si è fatto avanti insieme a loro. Il femminismo, spesso (giustamente) criticato per la sua ferocia in battaglie “cruciali” come il genere della parola ‘sindaco’, ha comunque portato ad una maggiore forza morale nelle donne, com’è giusto che sia.

Come conseguenza immediata della caduta di Weinstein, si è creato un clima da “il re è nudo”: se un colosso come Weinstein, capace di usare vere e proprie spie per proteggersi, non era più intoccabile, non lo era più nessuno. Tuttavia, il problema principale ora non sono le accuse di molestie, quanto il clima di giustizialismo che si è aperto.

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Caparezza aveva previsto quasi tutto. Foto: Jordan Strauss/Invision/AP, File.

Spacey (colpevole sicuramente del peggiore coming out della storia) ha visto la sua carriera andare a pezzi, senza alcun processo. Netflix l’ha rimosso dalla produzione di House of Cards, che senza Spacey è difficile immaginare possa andare avanti; la Emmy gli ha ritirato un premio, ma la goccia che ha fatto traboccare il proverbiale vaso è il caso del film Tutti i soldi del mondo. Prodotto da Ridley Scott, già girato, concluso, in uscita tra circa un mese e in odore di nomination agli Oscar, è tornato in produzione. Tutte le scene contenenti Spacey verranno cancellate e rigirate con Christopher Plummer. È giusto tutto ciò, per delle accuse di molestie?

Il rovescio della medaglia di questa torbida faccenda è che, mentre da una parte viviamo in un mondo con persone più coraggiose, dove l’omertà non è più l’unica via percorribile, dall’altra viviamo in tempi dove imperversano l’indignazione facile, la polemica spiccia e il giustizialismo a tutti i costi. Spacey ha commesso degli errori, ed è giusto che paghi. Ma perché deve pagare la sua carriera? Perché, per errori dell’uomo, viene indissolubilmente macchiata la figura dell’artista, in una frenesia che ci spinge a spogliarlo di tutti i suoi meriti passati, presenti, e futuri, in una damnatio memoriae senza sosta?

Siamo così ipocriti? La storia è piena di artisti con un lato umano assolutamente deprecabile. Di Picasso conosciamo a memoria le opere, ma non di come spegnesse le sigarette sulle prostitute. Di Dalì ricordiamo il genio, non le sue eccessive attenzioni nei confronti dei ragazzini. E a tal proposito, meglio non cominciare a elencare i costumi di Socrate e Platone.

Nessuna virgola di questo articolo vuole essere una scusante per Spacey e compagnia. Chi sbaglia paga, senza alcun dubbio. Ma i gradi di giudizio devono essere quelli dei tribunali, non quelli dei social. E questo aspetto è ancora più evidente nel nostro Belpaese. Fausto Brizzi, regista noto in particolare per molti cinepanettoni, è stato accusato (anonimamente!) da varie donne di molestie in un servizio delle Iene. Le poche che si sono fatte avanti pubblicamente già ritrattano. Quindi, se  oltreoceano abbiamo giornalisti d’assalto che raccolgono dati, nomi, interviste e dichiarazioni di ben novanta persone, noi abbiamo le Iene, con i loro tagli e montaggi discutibili.

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Fausto Brizzi, regista tra gli altri di ‘Notte prima degli esami’ (2006), produttore e autore della sceneggiatura di svariati cinepanettoni. Foto: Getty Images.

Tutto questo porta soltanto a svilire un problema grave come le molestie sessuali: la reazione alle stesse passa dall’essere un momento di riaffermazione della dignità femminile a mero strumento mediatico per screditare e/o fare più ascolti.