Se questi sono uomini: i centri di detenzione di oggi

Se questi sono uomini: i centri di detenzione di oggi
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Dopo lo scandalo suscitato dall’inchiesta della Cnn che mostra migranti venduti all’asta come schiavi in Libia, si torna di nuovo a parlare di questo Paese e delle condizioni inumane in cui si trovano molte persone che vi vivono o che vi sono solo di passaggio. Infatti, la Libia sta svolgendo sempre di più il ruolo di ponte tra l’Africa e l’Europa, e dal 2015 circa 45.000 persone sono partite da questo Paese per attraversare il Mediterraneo e giungere nel vecchio continente. Più di mille hanno trovato però nel Mare Nostrum la morte. Alcuni di loro invece sono stati riportati indietro e imprigionati nei centri di detenzione, dove vivono in condizioni inumane. Si tratta di veri e propri campi di concentramento del terzo millennio, di cui anche l’Europa è responsabile. Ma cerchiamo di capire meglio.

L’inizio del viaggio

La rotta libica è diventata un’autostrada per i migranti: sono migliaia gli africani che tentano di arrivare in Libia per provare ad attraversare poi il Mediterraneo. Intraprendere un viaggio del genere significa pagare dei trafficanti e andare incontro a sofferenze e a maltrattamenti. Il traffico di migranti in Libia ha un impatto sull’economia locale molto forte e con alti proventi, soprattutto nelle zone lungo la fascia costiera. Infatti, questi luoghi basano la propria attività economica sul commercio, da beni “innocui”, come la farina, la benzina e anche i televisori, sino ad arrivare al commercio di droga, armi e persone. Quest’ultime possono essere costrette a lavorare per un lungo periodo prima di ottenere un passaggio verso la costa o, nel peggiore dei casi, diventare degli schiavi. Inoltre, è importante notare che prima di giungere nel territorio libico molte persone provenienti da altri Paesi africani, come l’Eritrea, sono costrette ad attraversare il deserto. Questo significa sottoporsi al rischio di essere catturati dai banditi, picchiati e, nel caso delle donne, violentate: numerose sono le testimonianze di giovani eritree che, prima di intraprendere il viaggio della speranza passando dal Sudan fino alla Libia per poi attraversare il Mediterraneo, decidono di prendere dei contraccettivi per evitare la gravidanza a causa degli stupri. Inoltre, attraversare il deserto significa provare la fame e la sete per giorni, col rischio di non sopravvivere.

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Come arrivano nei centri di detenzione?

La risposta è semplice: o riesci ad attraversare il Mediterraneo, o rischi di essere portato in un campo per un tempo indefinito. La seconda opzione è diventata molto più plausibile da quando l’Italia ha cercato di controllare i flussi migratori attraverso la collaborazione con le forze istituzionali del governo di al-Sarraj, quello riconosciuto dalla comunità internazionale. Questo ha portato alla stipulazione di un memorandum d’intesa (MoU) il 2 febbraio 2017 tra il presidente del consiglio Paolo Gentiloni e il primo ministro del governo di unità nazionale di Tripoli con lo scopo di contrastare l’immigrazione illegale. Il patto, che può essere considerato un’estensione del primo trattato di amicizia tra l’Italia e la Libia, sottoscritto nel 2008 tra il governo di Berlusconi e quello di Gheddafi, prevede l’addestramento degli agenti della guardia costiera libica e il supporto tecnico nelle attività di pattugliamento e di soccorso all’interno dell’operazione EUNAVFOR Med, la missione militare UE per combattere il traffico di migranti nel Mediterraneo, conosciuta anche con il nome di operazione Sophia. E fin qui tutto bene. Tuttavia, se da un punto di vista formale la decisione dell’Italia può rappresentare la volontà di combattere i flussi tramite le vie legali, da un punto di vista pratico le conseguenze sono diverse. Le navi dell’operazione Sophia possono navigare solo oltre dodici miglia dalla costa libica, dove termina la sovranità della Libia e di conseguenza il compito di sorveglianza e protezione affidato alla guardia costiera nazionale. Gli scafisti, sapendo che se oltrepassano le dodici miglia entrano quindi in acque internazionali e rischiano di essere arrestati dagli agenti presenti sulle navi dell’operazione Sophia, decidono di rimanere nelle acque territoriali, sotto il controllo esclusivo della guardia costiera libica. Il problema è che quest’ultima è un arcipelago di guardie differenti, cosa che ne rende il coordinamento difficile, e soprattutto è ipotizzato che vi sia una continuità tra la guardia costiera libica e gli scafisti stessi: quest’ultimi consegnano ai primi i migranti, che vengono così riportati indietro e rinchiusi nei centri di detenzione per un tempo indefinito. Anche la tregua firmata tra le varie tribù al confine meridionale della Libia, nota con il nome di “pace di Fezzan”, di cui l’Italia si è fatta garante, si pensa abbia finito per alimentare nuove forme di corruzione, instabilità e traffico di esseri umani. Infatti, anche qui, i migranti che cercano di entrare in Libia per poi andare in Europa vengono catturati e messi nei centri di detenzione.

I campi di detenzione

I campi di detenzione stimati in Libia dall’Organizzazione Internazionale per le migrazioni sono trentaquattro, dove viene rinchiusa la maggior parte dei 250.000 migranti bloccati nel Paese. Il Dipartimento per la Lotta alla Migrazione Illegale del governo libico di al-Sarraj ne gestisce formalmente ventiquattro, capaci di ospitare tra i quattromila e i settemila detenuti. Tuttavia, la maggior parte di questi centri sono invece controllati in molti casi dalle milizie e si sono trasformati in delle “prigioni improvvisate”, aggiungendosi ad altri centri di detenzione non ufficiali. La comunità internazionale, comprese le istituzioni dell’ONU, per questioni di sicurezza può accedere soltanto a meno della metà dei centri di detenzione gestiti dal governo. Al di là del riconoscimento formale o meno del centro, in ognuna di queste strutture i migranti vengono picchiati, frustati, trattati come schiavi. Infatti vengono rinchiusi in celle non più larghe di due metri quadrati che possono arrivare a contenere fino a venti persone, ammassate l’una sopra l’altra per lunghi periodi, con delle conseguenze disastrose per la salute. Le condizioni igieniche sono ovviamente scadenti, e il sovraffollamento può portare alla perdita dell’udito e/o della vista, senza contare le gravi difficoltà psicologiche che ne derivano. Inoltre, il rischio di diffusione di malattie infettive è elevato, e aggravato dall’assenza di servizi sanitari e dalla carenza di cibo e acqua. È una situazione di caos che ostacola ogni forma di tutela dei diritti umani, e in molti finiscono per non uscirne vivi. Tra le vittime vi sono anche tanti bambini e donne. Quest’ultime, oltre a denunciare la scarsità di cibo che molto spesso incide anche sulla capacità di allattamento dei loro figli, raccontano di violenze verbali e fisiche perpetrate dalla sorveglianza, che è principalmente di sesso maschile. I bambini non ricevono alcun trattamento preferenziale e, spesso abbandonati nei centri di detenzione, vengono rinchiusi nelle celle insieme ai detenuti adulti, fatto che fa aumentare il rischio di abusi.

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La finta mobilitazione della comunità internazionale

I video che mostrano i migranti venduti all’asta hanno risvegliato l’animo dei paesi europei, tra i quali Francia, Germania e Svizzera, dove negli ultimi giorni numerose persone hanno deciso di manifestare per chiedere ai governi di non finanziare più la guardia costiera libica. Il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha dichiarato che i responsabili potrebbero essere accusati di crimini contro l’umanità e il 28 novembre, su richiesta del presidente francese Emannuel Macron, si è svolta una riunione di urgenza del Consiglio di sicurezza dell’ONU, cosa che ha fatto sì che il governo di Tripoli aprisse un’inchiesta per paura di ipotetiche sanzioni future. Alcuni Paesi, quali il Mali e il Burkina Faso, hanno richiamato i loro ambasciatori da Tripoli e il Niger ha chiesto l’intervento della Corte Penale Internazionale mentre il Ruanda si è dichiarato disponibile ad accogliere 30.000 migranti presenti in Libia. Nonostante anche pochi giorni fa, durante il quinto vertice Ue-Unione Africana svoltosi ad Abidjan in Costa D’Avorio, si sia ribadita la necessità di controllare i flussi migratori e smantellare le reti di trafficanti umani, le partenze non diminuiscono e soprattutto gli episodi di crudeltà sui migranti continuano a perpetuarsi. Forse, la Libia non può essere parte della soluzione al problema, ma è essa stessa una grande parte del problema e per fermare i campi di concentramento del terzo millennio tutto quello fatto sino ad ora non è sufficiente.

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Pubblicato da Ilaria Bertocchini

Nata in provincia di Pisa nel 1994, ma adottata dalla Capitale nel 2013, quando mi sono trasferita per studiare Scienze Politiche alla LUISS. Adesso sono al secondo anno della specialistica in Public Policies. Sebbene non sappia cosa fare di preciso nella vita, tre sono le cose delle quali sono certa: amo viaggiare, scrivere e imparare nuove lingue. In particolare, ho una fissa con la lingua araba e per questo motivo ho più timbri del Marocco, dove ogni tanto vado a fare corsi di arabo, che di qualsiasi altro Paese sul mio passaporto. Ultimamente, ci sono restata qualche mese in più per fare uno scambio all’università EGE di Rabat per poi tornare di nuovo a Roma. Nel mio tempo libero, sono una gattara che va a cavallo.