Bardonecchia, il gemito della sovranità nazionale

Bardonecchia
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Un arrocco malriuscito

La sovranità nazionale è sotto assedio, o così si dice perlomeno. L’Italia si è fatta serva periferica di un’Europa dispotica, il deficit democratico contemplato dai nostri principi costituzionali è sfociato in una schiavitù amministrativa soffocante, la tacita subordinazione della politica italiana (alimentata dal dislivello economico) è divenuta legittimazione e invito a trasgredirne la potestà statale. Se queste siano affermazioni più o meno veritiere è certamente opinabile, ma lo stesso non si può dire per la condiscendenza dimostrata dal bel paese nel sottomettersi ad autorità esterne per poi ravvedersi, come di consueto, solo a “delitto” consumato. A seguito della spiacevole catena di eventi verificatisi sul confine piemontese lo scorso 30 marzo, l’asse Roma-Parigi è crollato sotto il peso del problema “immigrazione” e la precaria intesa per la cogestione dei flussi è venuta meno: Bardonecchia si tramuta, a posteriori, in una piccola Sigonella del XXI secolo.

Ancor prima dell’eclatante blitz all’ONG Rainbow 4 Africa, la vicenda ha inizio su un treno ad alta velocità (TGV) della linea Parigi-Napoli quando cinque gendarmi della Dogana francese, nel tratto Modana-Bardonecchia, fermano un giovane Nigeriano munito di regolare biglietto: sospettando potesse trattarsi di un corriere della droga (magari con qualche ovulo nello stomaco), gli agenti scendono alla prima stazione italiana oltreconfine e si dirigono verso lo spazio delle Ferrovie dello stato occupato dalla già citata ONG con l’intento di sottoporre il migrante ad un’analisi delle urine. Di qui lo sgradevole susseguirsi di infrazioni e prevaricazioni che hanno smosso l’opinione pubblica dell’intera penisola: i poliziotti doganali irrompono armati nel centro migranti, aggrediscono verbalmente i medici volontari costringendoli a cooperare nello svolgimento del controllo e abbandonano l’infrastruttura solo all’arrivo delle forze dell’ordine italiane.

E la totalità dei suddetti atti, afferma l’irremovibile voce tutelatrice di Parigi, sarebbe da ritenersi perfettamente lecita in quanto avvenuta nei limiti prestabiliti da un accordo bilaterale sulla cooperazione transfrontaliera risalente al 1997 (a integrazione del precedente accordo del 1990 sulla riammissione dei cittadini stranieri), convenzione che il Viminale ha provveduto a sospendere immediatamente fino a successive consultazioni.

La scacchiera

Ma Bardonecchia non è che la punta emersa di un iceberg spaventosamente più ampio, una manifestazione superficiale di quella profonda tensione politica generata dall’incompatibilità gestionale del fenomeno migranti. Per molti degli speranzosi sbarcati a Lampedusa, le traversate del deserto africano e del mar mediterraneo a seguire non segnano che la prima metà del percorso: risalito lo stivale, le Alpi sono l’ultimo ostacolo all’Europa delle utopie e delle possibilità. Trovato rifugio in uno dei centri migranti delle località sul confine (317 solo nei comuni del torinese), spinti più dalla disperazione che dal desiderio, tentano il passaggio di notte (a gruppi di dieci persone) col favore del buio, trascurando il rischio di morire congelati nell’impresa (l’escursione termica notturna raggiunge anche i picchi di -15°), magari sommersi da un metro e mezzo di neve; nella migliore delle ipotesi, verranno “rimpatriati” dai doganieri francesi o recuperati fortuitamente dalle ronde civili.

Da Ventimiglia a Mentone, da Bardonecchia a Modana o a Brianzone verso sud, la storia si ripete pedissequamente, le stazioni nostrane si improvvisano rifugi e gli agenti d’oltralpe sopportano il monotono susseguirsi dei giorni tra respingimenti e accuse. Il più recente scandalo del maltrattamento ai danni di una donna incinta sul treno per Mentone (costato una segnalazione all’Osservatorio nazionale sulle violenze della polizia) è solo l’ultimo di un interminabile susseguirsi di espulsioni al limite della legalità; una condotta, quella della gendarmeria nazionale, che ha perfino spinto Amnesty International a disporre un’inchiesta per violazione in materia di diritti umani: secondo quanto riportato nel dossier consegnato alla Commissione Europea, la polizia di frontiera francese disattende quotidianamente una serie di indefettibili garanzie quali il diritto di asilo (la stessa Rainbow 4 Africa tiene a precisare che la gran parte dei migranti assistiti è composta da richiedenti asilo dotati di permesso di soggiorno temporaneo, ma che questi vengano comunque respinti senza possibilità di replica) e i diritti dei bambini (i c.d. MSNA, acronimo per minori stranieri non accompagnati, a cui non si applica il criterio del primo paese dei dublinanti, vengono illegalmente respinti tramite la falsificazione dell’età).

Bardonecchia

Uno dei manifesti distribuiti dall’ONG Rainbow 4 Africa nel tentativo di dissuadere i migranti dal tentare la pericolosa traversata delle Alpi.

Cavallo mangia cavallo

Primo di una lunga sfilza di emissari intervenuti a difesa dei trasgressori è il ministro dei conti pubblici di Macron, Gérald Darmanin (a cui fra le altre cose fa capo Rodolphe Gintz, direttore generale della Dogana) che tenta invano di far ingerire la pillola infarcendola di vari epiteti e inutili vezzeggiativi quali «Italia partner essenziale», «paese fratello», «nazione sorella» e altre inappropriate parentele bastarde. Di fianco alle parole spese dal giovane membro del governo, la Farnesina ha inoltre ritenuto opportuno convocare con immediatezza l’ambasciatore francese, Christian Masset, per ricevere ulteriori chiarimenti, mentre il Viminale ha provveduto a fissare un secondo incontro proprio con Darmanin, summit conclusosi poi con l’emissione di un ordine di investigazione europeo e la promessa di un futuro ripristino degli accordi.

Eppure non serve un’analisi troppo approfondita per cogliere la totale infondatezza legale dell’operato dei cinque gendarmi: parafrasando i termini dell’accordo del ’97, la cooperazione transfrontaliera si prefigge l’obiettivo di collaborare nel respingimento degli irregolari tramite il reciproco scambio di informazioni o tutt’al più attraverso il coordinamento di operazioni congiunte; non si fa accenno ad alcun genere di intervento che non sia preavvisato e coadiuvato dalle rispettive autorità competenti (casi che peraltro competono più al trattato di Shengen, ai sensi degli articoli 40 e 41). E per quanto concerne il prelievo del campione delle urine (benché si trattasse di un controllo consensuale), la Dogana francese non è abilitata a svolgere le funzioni di polizia giudiziaria su suolo straniero ed è pertanto inutile appellarsi all’articolo 60 bis del codice delle dogane. Semmai, è giusto riconoscere alla versione di Parigi una giustificazione all’irruzione nel locale della stazione occupato dall’ONG: in base alla concessione della Rete ferroviaria italiana (RFI) prescritta dall’accordo del 1963 per la creazione degli uffici di controllo nazionali giustapposti, lo spazio in questione è riservato agli agenti d’oltralpe per agevolarne l’attesa dei treni per i controlli o il rientro.

Sebbene sussistano gli estremi per i reati di abuso d’ufficio, violenza privata e ispezione arbitraria, tra i capi d’accusa (tutt’ora a ignoti) sollevati dal procuratore di Torino Armando Sparato, quello di violazione di domicilio è certamente il primo a cadere: l’occupazione dell’ambiente da parte dell’ONG, benché si trattasse di un utilizzo relativamente corretto in quanto accordato dalle istituzioni locali (per la sensibilizzazione e la dissuasione dei migranti dal tentare la traversata, spiega il sindaco di Bardonecchia Francesco Avato), non esonera l’organizzazione umanitaria dal subire eventuali (e altrettanto lecite) rivendicazioni; e anzi c’è da precisare che in una mail risalente al 13 marzo, i funzionari della Dogana francese avevano già lamentato a RFI l’impossibilità di usare la stazione da parte della gendarmeria perché indebitamente occupata.

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Il ministro dei conti pubblici francese, Gérald Darmanin.

I Re e la pedina

L’Italia ha una reputazione infallibilmente negativa in fatto di buchi amministrativi e il caso Bardonecchia ne è la riprova. Ma questo genere di lassismo, alla lunga, diventa assai più pericoloso in tempi di scarsa collaborazione: gli stati, a mo’ di puzzle, trovano gli adeguati incastri giuridici per convivere pacificamente, ma laddove le forme non dovessero combaciare, non ripiegano sulla compensazione autonoma interpellando per prassi la controparte. Lo sconfinamento cui abbiamo assistito, ovviamente, non è cosa da poco e difficilmente resterebbe senza strascichi in una nazione diversa dall’Italia: il nostro paese, benché negli ultimi tempi non abbia peccato tanto d’audacia quanto di autorevolezza, riamane preda del connotato disinteresse della sua classe politica. L’ultima legislatura ha piegato il capo all’Europa nel momento in cui non ha provveduto a tutelarsi contro la subdola ostilità francese: una volta appurata la totale assenza di solidarietà da parte delle nazioni oltreconfine, perché ritardare così a lungo lo stop alle ONG sul versante opposto rischiando così di rimanere schiacciata tra sbarchi e respingimenti? E se davvero la Francia, indisturbata, viene meno ai patti, perché sospendere solo ora gli accordi e, soprattutto, perché lasciare che siano le marginali organizzazioni non governative a richiamare all’ordine l’Unione con le dovute denunce e inchieste?

E alla luce di questo, è comunque di sovranità violata che è necessario parlare? Sì. Sì perché è innegabile che l’Italia, economicamente, militarmente e quindi politicamente, non conti niente nell’Unione Europea e che quest’atto, si è già capito, verrà omertosamente insabbiato; perché è inopinabile che la Francia agisca a detrimento del suo paese “cugino” per poi nascondersi dietro a futili retoriche pacifiste; perché ogni qual volta le forze congiunte prendano la decisione di determinare i destini dei popoli bombardando a proprio piacimento il terzo mondo africano e mediorientale, approfittano della sudditanza della nostra nazione che, con i sacrifici dei suoi cittadini, conterrà i danni e si occuperà dei profughi generati dai loro crimini. Conseguentemente, la più “alta” posizione internazionale a cui la nostra penisola possa aspirare è quella di un mero argine naturale, un capolinea portuale per la tratta umana, una prima linea continuamente disertata dai suoi difensori e contemporaneamente colpita dal fuoco amico e nemico.

Per consultare il testo dell’accordo Chambery sulla cooperazione transfrontaliera in materia di polizia e dogana, cliccare qui.

Per consultare il testo dell’articolo 323 del codice penale (Abuso d’ufficio), cliccare qui.

Per consultare il testo dell’articolo 609 del codice penale (Perquisizione e ispezione personali arbitrarie), cliccare qui.

Per consultare il testo dell’articolo 610 del codice penale (Violenza privata), cliccare qui.

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Riccardo Italo Scano

Nato fisicamente a Roma, spiritualmente in qualche pub Londinese, la mia vita di ex studente delle superiori e ora di giovanissima matricola alla LUISS sembra essere quasi rinata sotto la luce inebriante dello studio universitario (deo gratias) ancor più umanistico di quanto lo fosse l'indirizzo classico del quinquennio liceale. Benché non disdegni assolutamente la carriera diplomatica, e la facoltà scelta (Scienze Politiche) ne è più che una riprova, nutro il sogno indelebile di mettere la mia umile penna al servizio dell'informazione giornalistica, una meta che perseguo sin dai primi articoli sul mensile "Segnali di Fumo" dell'istituto Dante Alighieri.