La FIFA contro le belle donne: ecco come il calcio combatte il sessismo

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Nelle ultime ore ha fatto scalpore la richiesta della FIFA di ridurre il numero di riprese dirette verso tifose particolarmente attraenti durante le partite dei mondiali. Molti sostengono che la richiesta sia un tentativo di ridurre il sessismo “censurando” la figura femminile. Altri sostengono che questo tipo di riprese sia la risposta più adeguata alla visione di 90 minuti di maschi sudati che corrono. In realtà, la decisione è più che ragionevole e ha il sostegno della ricerca psicologica. La richiesta è stata avanzata direttamente dal responsabile della sostenibilità e della diversità della FIFA, Federico Addiechi. La decisione è stata presa in seguito al rilevato aumento dei casi di sessismo rispetto ai casi di razzismo. Ma cosa significa questo? Può il sessismo essere diretta conseguenza della visione di donne avvenenti? È davvero una decisione che può arginare il problema della disparità di genere? Andiamo con ordine.

Donne “spogliate” dalla propria umanità

Il sessismo, chiamato anche “pregiudizio di genere”, è una particolare forma di pregiudizio che consiste in un atteggiamento negativo nei confronti delle donne e ha la particolarità di essere fortemente radicato, soprattutto nella cultura italiana. La ricerca distingue due forme di sessismo, una più ostile e manifesta (ad esempio: «la donna deve stare al suo posto e deve occuparsi della famiglia») e una più benevola e sottile (ad esempio: «le donne vanno servite per prime al ristorante»). La cosa interessante è che il sessismo non è una prerogativa esclusiva degli uomini, ma è accettato come vero e “genetico” anche dalle donne stesse. Il sessismo è così pervasivo da influenzare direttamente il modo con cui le donne si descrivono. In uno studio dell’Università di Padova viene dimostrato come le donne tendano a descriversi maggiormente con tratti stereotipici della donna (es. casalinga) rispetto agli uomini (es. manager). È importante notare come il sessismo, così come ogni altra forma di pregiudizio, non sia solo un fattore culturale, ma anche un fattore cognitivo.
Oltre al sessismo, che è un fenomeno che mette al proprio posto le donne stesse, vi è un altro fattore che non emerge così chiaramente ma che è, in realtà, il nucleo fondante della notizia: l’oggettivazione. L’oggettivazione è una forma di deumanizzazione che implica la percezione dell’altro come un oggetto o come uno strumento (per approfondimenti si rimanda qui). Il classico esempio è quello dello schiavo dell’antichità, ma lo stesso concetto oggi trova rilevanza nell’oggettivazione sessuale di donne e uomini. La cosa più importante che va sottolineata è che l’oggettivazione ha come caratteristica la negazione della soggettività. In altre parole, chi viene oggettivato si vede “spogliato” delle caratteristiche proprie dell’essere umano, come l’empatia e la capacità di provare dolore ed emozioni.

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Federico Addiechi, Head of Sustainability & Diversity di FIFA. Foto: efdnconference.org.

Ma che cosa hanno a che fare sessismo e oggettivazione con le riprese dei mondiali? La risposta può essere spiegata dalla qualità e dalla quantità di queste riprese. Una partita di calcio maschile, in questo caso in diretta mondiale, ha, banalmente, tutta l’attenzione sul gioco e sul movimento della palla. Per questo motivo la regia focalizza gran parte delle riprese sui giocatori e sulle loro azioni. Per una questione di intrattenimento e di distrazione, tuttavia, le riprese si direzionano anche sul contesto, come nel caso delle riprese del campo o dei tifosi. Il punto su cui si focalizzano Federico Addiechi e la FIFA è proprio questo: il numero delle riprese dei tifosi, le quali sembrano essere maggiormente indirizzate verso donne avvenenti e in linea con lo stereotipo di “bellezza da copertina”. Il problema sta proprio nella percezione di cosa viene ripreso. Aumentando la frequenza di questo tipo di immagini, ciò che passa inconsapevolmente è che quelle donne non siano allo stadio per fare il tifo, ma per essere riprese in quanto corpi attraenti, messi lì per allietare lo sguardo. Ed è proprio questo il messaggio che può arrivare a chi si gode la partita dalla tv di casa. Considerare quelle donne solo come corpi attraenti significa, a conti fatti, deprivarle di umanità e agenticità. Cognitivamente parlando, verrebbero elaborate dal nostro cervello al pari di un bell’armadio all’Ikea. Mancano, però, ancora due tasselli importanti: la connessione tra le immagini oggettivanti e le conseguenze nella vita di tutti i giorni.

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Una sobrissima tifosa del Perù. Foto: Getty.

L’effetto delle immagini dei media

Possono le immagini dei media influenzare direttamente chi le guarda? Sì. Una meta-analisi dell’Università del Winsconsin ha preso in considerazione 141 studi diversi pubblicati dal 1975 al 2007. I ricercatori hanno riscontrato tre principali vulnerabilità causate dalle esposizioni mediatiche (americane) di immagini di donne sessualizzate: insoddisfazione per il proprio corpo, interiorizzazione della magrezza e disturbi relativi all’alimentazione. Inoltre, i risultati sottolineano come vi sia stato un aumento della frequenza di queste vulnerabilità nel passaggio dagli anni Novanta agli anni Duemila.
Ma non è finita. Uno studio dell’Università del Michigan rivela come una cultura che veicola donne oggettivate (in cui si può considerare anche l’esposizione mediatica) abbia ripercussioni dirette sulla percezione stessa delle donne. Lo studio dimostra come la self-objectification, alimentata anche dai media, influisca direttamente sulla percezione di vergogna del proprio corpo. Ciò che ne consegue è un’eccessiva focalizzazione sulla quantità di cibo ingerito (troppo contenuto), una minore energia a disposizione per focalizzarsi su altro che non sia il proprio corpo, e, di conseguenza, minori performance mentali. Questo dimostra come la continua visione di immagini di donne sessualizzate porti a conseguenze anche molto gravi per le donne stesse. Vi è quindi una connessione importante tra ciò che si può vedere in tv e l’idea che abbiamo di noi stessi e del mondo che ci circonda.

L’effetto del sessismo sul comportamento

Può il pregiudizio di genere portare a comportamenti sessisti? Non esiste ancora una vera e propria risposta certa. La relazione tra atteggiamento e comportamento è, ancora oggi, uno dei temi più studiati dalla ricerca psicologica. La risposta che si può dare al momento è che dipende. Ciò che si può affermare è, però, che è tanto più probabile un comportamento estremo quanto più è estremo l’atteggiamento. Per esempio, è tanto più facile che qualcuno metta in atto un comportamento violento nei confronti di un immigrato quanto più alto sarà il pregiudizio etnico nei suoi confronti.
A diradare la nebbia ci pensano i ricercatori dell’Università di Princeton. Il loro studio dimostra come uomini che hanno un sessismo ostile (ad esempio: «le donne non devono alzare pesi») percepiscano le donne sessualizzate – ossia, nello studio, mostrate in immagini in cui erano “svestite”, in confronto con immagini in cui erano “vestite” – come dotate di minore agenticità. Questo, secondo gli autori, significa che le donne sessualizzate vengono più facilmente percepite come oggetti – invece che agenti – rispetto alle donne vestite, ma solo da uomini che hanno sessismo ostile. La cosa particolare è che l’effetto si riscontra anche a livello di attivazione cerebrale. Gli stessi autori dimostrano come uomini con sessismo ostile abbiano una minore attivazione delle regioni cerebrali associate alla percezione di una mente altrui (qui la specifica delle regioni interessate).
Questo studio dimostra non solo che vi è una connessione tra sessismo e oggettivazione, ma anche come questo sia specifico della parte più estrema del sessismo, quello ostile. Ciò che possiamo ipotizzare è che un comportamento sessista sia tanto più probabile quanto più il sessismo è forte e quanto più si percepisce il target come privo di mente, di sentimenti e di volontà. Se la donna è vista come un oggetto, si può comprendere molto chiaramente come sia facile, per esempio, violare i suoi spazi o, direttamente, il suo corpo. Avete mai visto qualcuno avere premura di toccare un armadio all’Ikea? Può sembrare esagerato? Non la penserebbero così Maria Fernanda Mora e Marina Lorenzo, entrambe croniste sportive, che sono state palpeggiate durante i collegamenti con i mondiali. Certamente le due donne in questione non erano sessualizzate, ma ciò che importa è la conseguenza dell’atteggiamento sessista che viene alimentato da molti fattori, comprese le riprese ad hoc di donne considerate solo per il loro corpo.

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Due tifosi dell’Argentina. Uno di loro non è attento alla partita. Foto: sportal.betxchange.com

Sessismo, due pesi e due misure

L’atteggiamento nei confronti della notizia è stato ambiguo rispetto ad altre notizie analoghe. La reazione alla richiesta della FIFA è stata di critica molto forte, con argomentazioni che vanno da «adesso non si possono nemmeno guardare le belle donne» a «al posto delle belle donne mettiamoci la Bindi». Per notizie analoghe, cioè che riguardano il sessismo e le sue conseguenze, la reazione è stata esattamente contraria. Si pensi agli episodi di femminicidio o la sessualizzazione nei videogiochi. Eppure si sta parlando letteralmente della stessa cosa.
Da una parte abbiamo un’opinione pubblica che si lamenta di come le donne siano vittima di una società maschilista, dall’altra un’opinione pubblica che si lamenta dell’esatto contrario, utilizzando, tra l’altro, proprio commenti tipici del sessismo ostile. Ancora una volta l’opinione pubblica, come anche il giornalismo, ha le sue responsabilità: decide il bello e il cattivo tempo di temi sociali in base al grado e al target dell’indignazione, senza riuscire chiaramente a distinguere anche solo di cosa si sta parlando e navigando in un mare di ignoranza. È purtroppo giustificabile il pensiero che queste questioni siano solo piccolezze, sfumature, e che i “veri problemi del Paese” siano altri. Ma si sottovaluta sempre la pervasività e la valanga di conseguenze che queste “minuzie” hanno sulla popolazione. Non si può parlare di femminicidi e molestie senza considerare come la cultura influenza il modo con cui uomini e donne considerano sé stessi e come si può intervenire.

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Stefano Urso

In questa linea temporale sono un dottore in psicologia sociale. In questo mondo parallelo non sono ancora morto. Il caso ce l’ha sempre avuta con me, o forse mi vuole bene ed è sempre stato un problema di interpretazione. Ventinove anni di essere umano e ancora non ho capito come ci sono arrivato. Dopo una carriera scolastica mediocre sono sbarcato al porto dell’università. Qui la mia passione per la psicologia si è trasformata in qualcosa di concreto, dove lo studio della mente umana è diventata Scienza, e dove la mia trascuratezza mentale è mutata in amore per la ricerca. Amore, a quanto pare, non corrisposto. Ho dedicato il mio percorso formativo allo studio degli stereotipi, dei pregiudizi e del come affrontarli, con un'attenzione particolare all’antropomorfismo e alla psicologia delle religioni. Ora mi dedico alla selezione, allo sviluppo delle risorse umane e allo studio della robopsicologia. Odio profondamente la PNL e chi la sostiene come verità assoluta. Amo profondamente fare pane e dolci. Mi piace pensare che il corso del tempo non sia così definito come lo si percepisce. Il me che agisce al tempo presente lo fa pensando al me futuro. Così in ogni cosa che faccio ringrazio il mio me passato, precedente me presente che ha pensato al me futuro, ovvero l’attuale me presente. Sono appassionato di viaggi nel tempo. Trovo una soddisfazione incontenibile quando, narrativamente parlando, un autore riesce a stravolgere temporalmente una storia e farla roteare su se stessa su una serie infinita di viaggi nel tempo che portano tutti ad annullarsi. Scrivo di viaggi fantastici, di gatti magici e astronauti golosi. In questa linea temporale, di questo mondo parallelo, mi ritrovo a combattere l’ignoranza in prima linea scrivendo articoli di psicologia e cercando, al contempo, di guadagnare qualcosa: autorevolezza.