La trattazione del velo islamico nel Corano

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Hijab, chador, niqab, burqa. L’uso del “velo” nelle sue varie declinazioni è pratica ormai entrata nel nostro orizzonte culturale, nel costume urbano italiano. Considerandone la capillare diffusione tra le donne musulmane, si potrebbe pensare che il Corano contenga in merito una qualche prescrizione vincolante, un dettame preciso e inequivocabile che non lasci adito a dubbi. Così non è. I versetti dedicati al tema della vestizione femminile sono solamente quattro e, cosa piuttosto frequente nel Corano, è difficile trarne una norma univoca. Pur redatti in un linguaggio semplice e immediato, per comprenderne il senso è necessario conoscere, almeno per sommi capi, la natura e la morale coranica.

Vari tipi di velo islamico, photo credit: Eudebates.it

Vari tipi di velo islamico. Foto: Eudebates.it

Il Corano: brevi cenni sulla natura del libro

Il termine “Corano” deriva dall’arabo al-Qur’ān, che è una forma intensiva del verbo qara’a, “leggere”. Il Corano è quindi una “lettura” (ad alta voce), una “recitazione” e infine, per estensione, anche una “predicazione”. I musulmani vi si riferiscono con vari termini, quali “il volume”, “la separazione” o “il discrimine” tra verità ed errore, il “ricordo” o la “menzione”, o semplicemente “il libro” per antonomasia. Occorre specificare che il Corano non è un semplice libro redatto da Maometto sotto l’ispirazione di Dio, ma costituisce la trascrizione esatta della parola di Dio, che sarebbe “discesa” sul Profeta. Come ben affermato da Borges in Del culto dei libri, è da considerarsi attributo divino e in quanto tale immodificabile e non riformabile dall’uomo (ma nemmeno da Dio stesso, perché si tratta della rivelazione ultima, non essendo, secondo il consensus della comunità, contemplata la venuta di altri profeti dopo Maometto).

All’inizio, durante la vita del profeta, il messaggio divino venne trasmesso oralmente dai credenti, affidandosi solo saltuariamente (come aiuto per la memoria) a raccolte scritte tracciate su supporti di fortuna (pietre, ossa…). Da qui la diffusione di diverse versioni del Corano, che si differenziavano a seconda del “narratore”. Questo stato di cose si protrasse finché Uthman, il terzo califfo della storia dell’Islam, decise di varare un corpus unico, basandosi sui “fogli” di Abu Bakr, amico del Profeta nonché primo califfo dell’Islam. Una volta ultimato il testo le altre versioni vennero distrutte, anche se alcuni frammenti sopravvissero fino al X secolo.

Il Corano di oggi è un volume di 114 capitoli detti süre, composti da āyāt, versetti. Le sure, ad eccezione della prima, la “Sura Aprente”, sono ordinate dalla più lunga alla più breve. Tutte le sure, tranne la IX, si aprono con la bàsmala, formula rituale che recita «Nel nome di Dio, clemente misericordioso». Le sure sono classificate in due gruppi: le Sure Meccane, le prime in ordine cronologico, e quelle Medinesi, più recenti, rivelate dopo l’ègira a Yathrib (poi rinominata Madinat an-nabi, “città del profeta”). Visto che nel Corano, per la cosiddetta “scienza dell’abrogante e dell’abrogato” (II,106), le rivelazioni più recenti possono abrogare o modificare quelle anteriori, conoscere l’esatto ordine cronologico della Rivelazione diventa essenziale.

Come afferma lo stesso Corano (XXVI, 195) la lingua del libro è l’arabo, «arabo chiaro». Secondo i musulmani, lo stile perfetto e inimitabile del Corano costituirebbe la prova della sua origine divina, perché nessun essere umano sarebbe in grado di replicarlo. Di conseguenza Maometto, che la tradizione vuole (non si sa quanto fondatamente) analfabeta, non potrebbe esserne l’autore.

La morale coranica, un argomento complesso e con varie interpretazioni, è approntata allo spirito di fondo del “non eccedere”. In tutto il Corano vi è un continuo richiamo di fondo alla misura, alla temperanza (VIII, 31), anche all’adempimento dei precetti sacri (II, 178) o all’esercizio del bene (VII, 141). Godere dei piaceri del mondo è legittimo, ma senza farsi dominare dalle passioni e ponendo sempre fede in Dio.

Una pagina istoriata del Corano

Una pagina istoriata del Corano.

Il velo nel Corano

Nel Corano si usa il termine hijab, che non significa solo “velo”, ma anche “tenda” o “cortina”, cioè qualcosa che separa il mondo esterno da quello interiore, i credenti dai non credenti. Infatti nella sura XVII, 45 è usato appunto col senso di barriera, probabilmente metaforica, che favorisce un intimo raccoglimento e distingue il musulmano dai dannati: «E quando tu reciti il Corano noi poniamo tra te e coloro che rinnegano la Vita Futura un velo disteso».

Il senso di separazione, unito a quello di un grande pudore, ritorna esplicito nella sura XXXIII, 53: «Non entrate negli appartamenti del Profeta senza permesso, per pranzare con lui, senza attendere il momento opportuno! […] E quando domandate un oggetto alle sue spose, domandatelo restando dietro una tenda: questo servirà meglio alla purità dei vostri e dei loro cuori».

Nella sura XIX, 16-17, si ricorda la figura di Maria che si protegge da alcune persone circostanti con un velo: «E nel Libro ricorda Maria, quando s’appartò dalla sua gente lungi in un luogo d’oriente – ed essa prese, a proteggersi da loro, un velo». Il velo questa volta è un capo di vestiario, ma non sono chiari né foggia né dimensioni. Ciò che invece traspare è il pudore di Maria e il senso di protezione associato al velo. Ritorna quindi la concezione simbolica del velo come barriera protettiva.

Nella sura XXIV, 31 compare la parola khumur, tradotta come “velo”: «E dì alle credenti che abbassino gli sguardi e custodiscano le loro vergogne e non mostrino troppo le loro parti belle, eccetto quel che di fuori appare, e si coprano i seni d’un velo e non mostrino le loro parti belle altro che ai loro mariti o ai loro padri o ai loro suoceri o ai loro figli […]». L’unica indicazione esplicita qui è quella di coprire con un generico velo il seno e le “parti belle”, ragionevolmente le parti intime, quelle cioè che non appaiono “di fuori”. Questo versetto va letto tenendo presente quello precedente, che recita: «Dì ai credenti che abbassino gli sguardi e custodiscano le loro vergogne […]». Quindi le donne sono soggette a certe norme in virtù delle proprie specifiche forme, ma l’invito alla morigeratezza vale per tutti i credenti. Per completezza segnaliamo anche la traduzione del Piccardo: «E dì alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto […]». Considerato che khumur è il plurale di khimar, cioè il pezzo di tessuto con cui una donna copre la propria testa, quest’ultima traduzione sembra apparentemente la più sensata. A differenza della traduzione di Bausani, il velo coprirebbe quindi anche il capo e le orecchie, scendendo fin sul petto. È necessario precisare che qui il Corano si rivolge alla sfera sociale e non a quella religiosa, regolando un’abitudine anteriore all’Islam, cioè il coprirsi la testa con una sciarpa per proteggersi dal sole, estendendo la copertura ai seni. L’averne tratto una istanza politico-religiosa, fino a farne un vero e proprio simbolo della religiosità islamica, è un’interpretazione degli islamisti e costituisce un allontanamento dallo scopo originario di questi indumenti.

Nella sura XXXIII, 59 appare la parola jilbab (tunica che va dalla testa ai piedi), tradotta come “mantello”: «Dì alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano dei loro mantelli. Questo sarà più atto a distinguerle dalle altre e a che non vengano offese. Ma Dio è indulgente clemente!» Ancora una volte ricorre il sentimento di separazione tra credenti e non («distinguerle dalle altre»), e protezione («non vengano offese»). Il messaggio è perentorio, ma quel «Ma Dio è indulgente clemente» sembra mitigarlo e dirci, esempio lampante della morale coranica, che non è il caso di eccedere e che non dobbiamo essere troppo zelanti nell’applicare la parola divina.

Oltre le prescrizioni

In conclusione, sembra piuttosto complicato normare un rigido dress-code da questi versetti, perché appaiono piuttosto vaghi. Le prescrizioni ci sono (non obblighi ma affermazioni di principio), ma sembrano scaturire più da un generale desiderio di salvaguardia e pudica separazione applicato alla donna che da un animus dominandi maschile (implicito in una società patriarcale come quella araba del VI secolo), il quale comunque va valutato considerando anche l’influenza di fattori pre o extra-islamici, in particolare cristiano-orientali. Come ha scritto Bausani in merito alla posizione della donna nel Corano, infatti, questa ha «diritti simili, ma l’uomo un gradino più in alto» (II, 228).

Ampliando lo sguardo oltre le prescrizioni dei singoli versetti, appare invece chiaro il messaggio cardine: un costante invito, esteso a tutti i credenti, ad agire sempre secondo quel contegno, quella mitezza ed equilibrio che rifugge gli eccessi e quindi esclude a priori ogni fanatismo o integralismo religioso, anche nel vestire.

Bibliografia e sitografia

Alessandro Bausani (a cura di), Il Corano, Bur Rizzoli, Milano, 2009.
Alessandro Bausani, L’Islam, una religione, un’etica, una prassi politica, Garzanti, 1999, Milano
Giovanni Filoramo (a cura di), Islam, Editori Laterza, Bari, 1999.
Alain Ducellier, Françoise Micheau, L’Islam nel medioevo, Il Mulino, Bologna, 2004.

 

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Stefano Cavallini

Nato a Bologna nel 1991, è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche della sua città natale. Attualmente proiezionista, spera un giorno di lavorare in una casa editrice. Ha scritto per Clamm Magazine, Bibliomanie, Inchiostro alla Spina e Bologna Blog University, presso cui ha curato una rubrica bisettimanale sullo slang bolognese. Quando può, scrive poesie, con alcuni buoni risultati. Ama Gozzano, gli Skiantos e i tortellini.