Da un secolo il partito socialdemocratico domina la scena politica svedese. Secondo un trend che abbiamo già visto nel resto d’Europa, sappiamo che domenica 9 settembre qualcosa cambierà, e i risultati del richiamo alle urne sanciranno i consensi raccolti dal partito dei Democratici svedesi di estrema destra, dando loro un grande peso nella formazione del prossimo governo. L’ennesimo tassello si aggiunge al mosaico della nuova destra sovranista europea.

La nuova destra sovranista europea

I DS parlano la stessa lingua di Salvini, che è la stessa di Orbán, che è la stessa della Le Pen: no ai migranti, no al multiculturalismo, no al liberalismo, no all’Europa, e invece sì alla sicurezza, alla difesa e al ridimensionamento dei confini entro i limiti della patria, e alla rivalsa dei valori tradizionali e cristiani in contrapposizione all’avanzata dei nuovi modelli percepiti come minaccia. Questa è la lingua che vuole parlare la maggioranza degli elettori dei paesi più forti dell’Europa centrale e non solo, ma rispetto a tutto ciò è giusto chiedersi: qual è, ad oggi, il ruolo e il peso dell’opposizione, e quindi della sinistra, o più semplicemente dei moderati? Se quello della democrazia è un orizzonte dialogico, è necessario per la sua sopravvivenza che ad una maggioranza si affianchi un’opposizione ugualmente rumorosa. I partiti della nuova destra sovranista, anche e soprattutto chi in passato restava relegato al 4%, a un certo punto hanno cominciato ad alzare la voce, quando la crisi economica e la grande ondata migratoria hanno appesantito l’aria del liberalismo. Ma a questi non si è contrapposto nulla di altrettanto coinvolgente.

Destra sovranista

Il caso italiano

Il caso italiano è emblematico: il partito democratico negli ultimi cinque anni ha avuto in mano tutte le leve del potere, guidato tre governi, eletto due presidenti della Repubblica, conquistato la maggioranza in Parlamento dopo aver ottenuto solo un terzo dei voti nelle elezioni del 2013. C’è ora, in quel che rimane di questo partito che ha vissuto l’ultimo trionfo col suo ex leader Renzi e tanto in fretta l’ha perso, qualcosa che principalmente dice addio, senza alcun presentimento di cose che verranno, con la tragica sensazione che la storia stia voltando pagina. Il PD è uscito sconfitto dal referendum costituzionale del 2016 e ancora dalle elezioni del 4 marzo scorso. Oggi risulta fuori dal gioco. La maggior parte degli italiani non ne vuole nemmeno sentir parlare, anzi, l’appellativo piddino viene per giunta usato a mo’ di insulto. Poco cambierebbe il passaggio del testimone nelle mani di Zingaretti. È vero, sì, che una delle cause del crollo del partito è l’eccessivo processo di personalizzazione della politica attuato da Renzi, e che in momenti di instabilità economica è più facile prendersela con la maggioranza, favorendo l’opposizione che può tirarsi fuori dalla catena delle responsabilità. Ma la diffusa perdita dei consensi da parte della sinistra in gran parte d’Europa non può relegare il caso italiano ad un’anomalia. La sconfitta del PD alle ultime elezioni non è che il prodotto di un contesto europeo ricco di contraddizioni, di un modello di partito che non funziona più, di gruppi dirigenti che non sono più in grado di parlare alla loro fetta di elettori, di elettori che non si sentono più rappresentati e protetti dai vecchi partiti.

In Italia il rovescio della classe politica c’era già stato venticinque anni fa, a chiudere un cerchio per aprirne un altro: questa Seconda Repubblica che è morta in primavera di fronte ai nostri occhi. Anche venticinque anni fa i vecchi partiti avevano perso la loro funzione di rappresentanza ed erano stati scavalcati da forze nuove e per questo potenzialmente pulite dal peccato della corruzione e devote a combatterlo, gruppi alternativi vicini al popolo, parte del popolo, orientati a smantellare l’establishment e costruire un ordine nuovo del quale mettersi a capo. Come ieri erano stati Berlusconi con Forza Italia e Bossi con la Lega Nord, così oggi l’alternativa al vecchio ordine sono Di Maio con il Movimento 5 Stelle e Salvini con la nuova Lega. Ma allora i governi di maggioranza dovevano fronteggiarsi con un’opposizione rumorosa, scenario impossibile oggi in quanto una delle parti è un vuoto che non trova riempimento. La deriva della sinistra non sta tanto nella sconfitta quanto nello spazio che non riesce più a colmare. Non si può nemmeno chiederle di tornare sé stessa, nell’illusione di ricominciare da capo. Un uomo non ha mai perso i suoi anni, così ad un partito e ai suoi elettori non si può chiedere di cancellare i giorni della sconfitta. Evidentemente nel suo modo di essere esisteva una falla, un difetto di sistema, che ha esaurito la sua funzione. La sinistra non è stata all’altezza del suo compito e per questo è stata punita in tutta Europa. La grande ondata migratoria del 2015 ha segnato tutti i paesi dell’Unione, minando lo spirito di accoglienza e schiacciando la sinistra anche sulla linea umanitaria, ormai minoritaria e perdente. La linea che paga di più in campagna elettorale e non solo, infatti, è proprio quella fermezza nello stop all’immigrazione (la destra la chiama invasione, costruendo fin da subito tutto un sistema di aspettative che preannuncia un allarme improvviso con conseguenze disastrose, rendendo ostile l’accettazione dei migranti). È su questo fronte populista e anti immigrazione che si posizionano Orban, Salvini, Le Pen e adesso anche il partito dei Democratici Svedesi.

È questo il tema più caldo perché resta popolare tra la maggioranza degli elettori e mette in discussione l’intera Unione Europea, che eticamente poggia proprio sui valori della cooperazione e quindi dell’aiuto e dell’accoglienza. Un processo di svalutazione dell’Unione era già iniziato con la Brexit, un salto nel vuoto, un cambiamento repentino che insieme all’elezione di Trump a Presidente degli Stati Uniti potrebbe aver segnato una deriva democonsensuale, e quindi, l’ondata di populismi che ha investito l’Europa negli ultimi anni.

Dove sono le opposizioni?

Dunque la sinistra non solo perde sul fronte economico, quando le viene rimproverato di avere attuato politiche “poco di sinistra” e di non essere più dalla parte dei lavoratori, ma anche su quello valoriale, quando sostiene quei valori post-materiali e basati sul politically correct che si esprimono nella tolleranza sociale dei diversi stili di vita, delle religioni, delle culture, della cooperazione internazionale, che si concretizzano in politiche di difesa dell’ambiente, per il matrimonio tra persone dello stesso sesso e per l’uguaglianza di genere nella vita pubblica, ma vengono percepiti da alcuni settori sociali come minacce e quindi rigettati.

Non si può affermare che nessuno più si riconosca in questi valori, perché si rischierebbe di silenziare un’intera fetta di popolazione che ha ancora fermi i suoi ideali a sinistra, o che ad ogni modo non si riconosce nella maggioranza, ma possiamo certamente affermare, con rischio e timore, che se non emergesse una nuova opposizione a farsi loro portavoce, la democrazia, che è dialogo, confronto e scontro tra forze e idee diverse, verrebbe totalmente svuotata del suo senso e della sua funzione sociale. Il vuoto lasciato dal PD, e dalla sinistra in tutta Europa, è un male per tutti. Ciò di cui è necessario è che quel vuoto venga colmato da un’opposizione diversa, che sappia ascoltare e venga ascoltata, e non liquidata con un “e allora quello che avete combinato voi?”. Nel frattempo, attendiamo domenica per l’esito di ciò che accadrà in Svezia, e con esso anche un ulteriore indizio di ciò che potrà accadere a maggio alle elezioni europee.