Costruire mondi irreali ma verosimili è l’obiettivo di ogni autore di fantascienza. Metafore e similitudini gli consentono di riprodurre la realtà in modo distorto, ma concreto. Così, il lettore si aggira tra le pagine di un romanzo distopico come in un labirinto di specchi deformanti; riconosce se stesso e la realtà cui appartiene, ma in una veste diversa. Il mondo descritto da Ray Bradbury in Fahrenheit 451 (1953) non fa eccezione, e catapulta il lettore in una realtà parallela e inquietante, dove i pompieri appiccano incendi anziché estinguerli. Perché? Per distruggere ogni traccia di coscienza storica e sociale: ad andare a fuoco, infatti, sono i libri. Una scelta non casuale.

Fahrenheit 451
Prima edizione originale (1953).

Il libro è l’oggetto-simbolo del desiderio di conoscenza. In un mondo senza libri, nessuno ha più voglia di crearsi un’opinione, dibattere, argomentare. La distruzione della cultura annienta alla base ogni possibilità di confronto, trasformando gli uomini in automi privi di senso e di sensibilità. È il prezzo da pagare per ottenere una società piatta e anonima, in cui nessuno eccelle e – di conseguenza – nessuno può sentirsi inferiore, come recita la legge di Jante diffusa nei paesi scandinavi. I pompieri, in questo senso, difendono la serenità apparente, la felicità artificiale delle masse, infarcite di programmi televisivi e réclame colorate che arrivano a coinvolgerle in prima persona. Ciascuno abdica, senza nemmeno rendersene conto, al proprio spirito critico, in cambio di una vita felice solo in apparenza, e in realtà terribilmente vuota.

Uno dei tratti più disturbanti di un simile scenario è la totale passività dei suoi protagonisti. Ci si aspetta che le cose vadano come devono andare, senza avvertire alcuna spinta al cambiamento, alcun anelito vitale. Guy Montag, pompiere, protagonista del romanzo, brucia decine di libri ogni notte senza farsi troppe domande. Eppure, in lui c’è una scintilla di consapevolezza, destinata a crescere ed auto-alimentarsi dopo l’incontro con Clarisse.

Fahrenheit 451
Ultima edizione italiana (Mondadori 2016).

Clarisse ha diciassette anni, un viso angelico e una mente brillante. Come ricorderà poi Montag, «Era l’attenta spettatrice di un teatro di marionette. […] Non le bastava sapere come si fa una cosa, ma voleva sapere perché». Nel torpore generale, uno spirito libero è fonte di disturbo; risveglia le coscienze, spinge all’azione, porta a interrogarsi sulla legittimità del proprio silenzio e della propria abulia. Per questo il capo dei pompieri la definirà, non senza livore, «una di quelle maledette ben intenzionate con i loro silenzi sacrosanti e indignati, il cui principale talento consiste nel far sentire in colpa gli altri».

Montag si imbatte in Clarisse in una sera d’inverno. Si vedranno ancora, e ogni nuovo incontro sarà un seme di novità e ribellione, posato nella mente assopita – ma mai davvero addormentata – del pompiere. Montag è l’unico a provare un senso di fastidio di fronte agli enormi teleschermi domestici che tanto piacciono a sua moglie, e che dispensano varietà e spensieratezza a ogni ora del giorno: «Si affogava nella musica, nella pura cacofonia» ricorderà poi. Stordire le coscienze con telequiz interattivi e spot martellanti è un espediente complementare all’attività dei pompieri, che consiste nel bruciare libri e nel ridurre al silenzio i ribelli che si ostinano ad avere una libreria in casa. È tutto parte di una manovra volta a sopprimere il libero pensiero, in ossequio a un tremendo principio: «Non permettere che una cascata di malinconia e arida filosofia sommerga il nostro mondo». Un mondo in cui l’unico sapere degno si nutre di tecnicismo e nozionismo: quel che conta è saper direzionare il getto di cherosene sulla carta stampata, saper aggiustare macchinari, infarcire la testa dei telespettatori di nozioni prive d’importanza per dar loro l’illusione di essere intelligenti, e quindi spingerli a non farsi domande.

Fahrenheit 451
Adattamento cinematografico di Francois Truffaut (1966).

Ma non tutto è perduto: dopo l’incontro con Clarisse, Montag svilupperà una resistenza sempre più tenace all’ordine costituito. Tenterà di cercarsi degli alleati, talora fallendo, talora no. Ciò che colpisce è la sua presa di coscienza: «Per la prima volta mi sono reso conto che dietro ogni libro c’è un essere umano». Ogni libro è una storia, e ogni storia è una storia di uomini, che hanno vissuto, sofferto e sperato, che hanno lottato, vinto e perso prima di noi. Sono specchi che riflettono la nostra immagine, motivo di ispirazione, alter ego d’inchiostro. David Foster Wallace, nell’opera postuma «Un antidoto contro la solitudine», ha avuto ragione di osservare: «Siamo tutti tremendamente, tremendamente soli. Ma c’è qualcosa, quantomeno nei romanzi e nei racconti, che ti permette di entrare in intimità con il mondo, e con un’altra mente, e con certi personaggi, in un modo in cui non puoi proprio farlo nel mondo reale». Quando Montag comprende finalmente questa semplice realtà, tenta con ogni mezzo di condividerla con chi gli è più vicino, sfidando incautamente la sorte, a rischio di essere scoperto e perseguitato in quanto sovversivo. Qui Bradbury riprende il tòpos platonico del prigioniero che evade dalle tenebre e viene raggiunto dalla luce della conoscenza; è il celebre mito della caverna, in cui, tra molti schiavi incatenati al buio, uno riesce a liberarsi ed esplora il mondo esterno, tentando poi – invano – di portare ai suoi compagni la luce della conoscenza. Nel settimo libro della Repubblica, Platone descrive in questi termini la presa di coscienza da parte dell’ex prigioniero: «Ma allora, ricordando la sua precedente dimora e il sapere di laggiù e i suoi compagni di prigionia, non credi che sarebbe felice del proprio mutamento di condizione, e compiangerebbe gli altri?»

Sì, Montag compiange gli altri. Compiange sua moglie, incapace di liberarsi dalla tirannia dei teleschermi colorati, di sviluppare una coscienza critica. Compiange il capo dei pompieri, totalmente asservito al sistema e convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili. Compiange se stesso, nel momento in cui comprende che difendere il fuoco di Prometeo, la luce della conoscenza, gli costerà perdite irreparabili. Ma non si ferma davanti a nulla, perché «questa è la meravigliosa qualità dell’uomo: non si scoraggia né si disgusta abbastanza da rinunciare a tentare di nuovo, perché sa molto bene che è importante e ne vale la pena».

Fahrenheit 451
Una scena del film di Truffaut.

La carta brucia a 451 gradi della scala Fahrenheit. Che sia una verità scientifica o meno, poco importa. È essenziale, invece, che Fahrenheit 451 sia diventato un monito, come sottolinea Neil Gaiman nella sua introduzione all’opera (Mondadori 2016). Un monito come ogni romanzo distopico, del resto; buona parte della narrativa fantascientifica nasce dall’idea di mettere in guardia il lettore da un futuro più o meno imminente, più o meno terribile. Ciò che rende caratteristico questo romanzo, tuttavia, non è tanto l’estrema lungimiranza dell’autore – non siamo più un popolo di lettori, stando alle recenti statistiche – quanto l’espediente narrativo per cui a essere negata è la libertà di pensare. Cosa resta di umano nell’uomo, se gli si toglie il pensiero? Cosa ci rende liberi, se non la capacità di costruire un’opinione, difenderla, modificarla, sostituirla con una nuova o mantenerla fino alla morte? È lo spirito critico il tratto distintivo dell’essere umano. Ne consegue che, per de-umanizzare la società e renderla una massa amorfa e indistinta, facilmente controllabile, non serve altro che privare l’uomo del libero pensiero. «È chiaro che il pensiero dà fastidio», ricorda un compianto cantautore italiano, «anche se chi pensa è muto come un pesce / anzi, è un pesce, e come pesce è difficile da bloccare / perché lo protegge il mare». E ancora: «Il pensiero, come l’oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare / così stanno bruciando il mare». Ricorre la metafora del fuoco, dell’incendio, dell’ardere tra le fiamme ciò che si vorrebbe eliminare per sempre. Ma non si può bruciare il mare. Guy Montag, per fortuna, lo sapeva.