Quello che nessuno sapeva nel condominio di via Garibaldi 18B, è che quel pollo era stato messo davanti a quella finestra, quella mattina d’estate, per un caso. Nessuno poteva saperlo e non si trattava di un fantasma, di un vendicatore o della mafia. Gigino, figlio dodicenne della fioraia e del panettiere all’angolo della via, con alcuni suoi amici aveva fatto una piccola bravata: aveva rubato un pollo dal macellaio nel pomeriggio. Era entrato con la madre che, complice inconsapevole, aveva distratto Fefè chiedendogli di tritare del manzo, s’era messo uno di quei polli già imbustati sotto la maglietta ed era fuggito dai suoi amici col bottino.

Gigino si era sentito un re per tutto il pomeriggio, il pollo era il suo trofeo e da re magnanimo quale si sentiva aveva deciso di dividerlo con i suoi amici. A lui il petto e una coscia. Però prima dovevano decidere dove cucinarlo. Giannino, uno del gruppo, aveva proposto di cucinarlo nel boschetto vicino al fiume, lontano da tutti. Paoletto aveva paura del buio e non volevo andare da nessuna parte di notte, figuriamoci nel boschetto. Ninuccio aveva le torce e sapeva accendere il fuoco. Quindi la maggioranza aveva deciso di andare lì e Paoletto decise che ci avrebbe pensato. La sera dopo cena, nessuno di quei ragazzi aveva mangiato più di tanto sapendo di dover cucinare un bel pollo, Gigino aveva portato l’animale, non più imbustato, ma avvolto da una carta, Ninuccio aveva portato le torce e alcuni fiammiferi, Paoletto la paura e Giannino la fame. Giannino, appunto, aveva fame. Quella sera a cena gli era toccato il minestrone e non era riuscito a mangiarlo tutto. Si aspettava molto di più della sua parte di coscia e il pollo, diviso così in quattro, gli sembrava estremamente piccolo. Non ne valeva più la pena e voleva tornare a casa. Paoletto non sembrava molto convinto lo stesso, così Giannino, avvicinandosi a lui, cercava di convincerlo a cedergli la sua parte, a tratti facendogli tenerezza, a tratti quasi costringendolo e mettendogli paura. Ma Paoletto non era stupido e non voleva più cedere la sua parte adesso che era uscito di casa con il poco coraggio che aveva. Giannino allora si sentiva troppo affamato e, disperato, prese a correre andando addosso a Gigino, sperando di potergli strappare il pollo dalle mani e correre a casa a mangiarlo da solo. Invece lo schianto fu fortissimo e il pollo volò dalle mani di Gigino, incastrandosi in un gancio appeso al filo del bucato di una finestra del primo piano. Inutili furono i tentativi di buttare giù quel pollo.

Era appeso lì, la carta bianca in cui era avvolto invece era volata via e nessuno si era preso la briga di inseguirla. Avevano provato con un bastone, con una corda, ma il pollo non voleva scendere. Allora avevano iniziato a picchiarsi tra di loro e Giannino se n’era andato via, frustrato e ancora affamato. Gli altri tre, a una certa ora della notte, avevano deciso di tornare il mattino dopo. Via Garibaldi 18 si era però svegliata presto, all’alba quasi. E il pollo non era passato inosservato. Così, tornando i tre ragazzini sul luogo del crimine, non avevano trovato più il pollo e si erano convinti che Giannino in qualche modo l’avesse preso.  A pranzo infatti, i tre, passando sotto la finestra dell’amico, avevano sentito un certo odorino di pollo arrosto ed erano rimasti molto stizziti. Ma quello che non sapevano è che avevano causato il pandemonio nel condominio di via Garibaldi 18B. Ma come avrebbero potuto immaginarlo?