Come si trasforma uno dei supereroi meno blasonati e attraenti in un virile dominatore delle acque? Il regista australiano James Wan ha una risposta ben precisa: si prendono un attore hawaiano con un fisico scolpito nella roccia, un cast di livello medio-alto, molte scene d’azione, un’elaborazione grafica molto dettagliata e si combina il tutto in un film di due ore e venti. Aquaman, il nuovo colossal della Warner Bros basato sui fumetti della DC Comics, è sicuramente una buona pellicola, anche se conferma un’altra volta che la guerra tra le due maggiori case produttrici di fumetti (e i relativi universi cinematici) continua a vedere in vantaggio i rivali della Marvel Comics.

Personaggi piatti, ma post-produzione di alto livello

Arthur Curry e il suo alter-ego Aquaman sono interpretati da Jason Momoa, una scelta che si discosta parecchio dalla versione “bionda” classica dei fumetti, ma che risulta la migliore per interpretare un principe di Atlantide nel film diretto da Wan: il fisico statuario, i tratti somatici polinesiani e le sue abilità sia come nuotatore che con le arti marziali ne fanno il candidato perfetto. Nonostante il fatto che l’attore e il ruolo da lui interpretato in questo film combacino in maniera ottimale, Momoa ha dichiarato che in verità è stato scelto in maniera quasi fortuita per impersonare Aquaman. Infatti, in questa intervista a Fox Chicago l’attore dichiara che, inizialmente, aveva partecipato al provino per interpretare Batman nel film di Zack Snyder Batman v Superman: Dawn of Justice del 2016, ma che il regista gli avesse invece proposto il ruolo di Aquaman grazie alla sua performance stravagante durante il provino.

Dopo aver visto il film, l’impressione è che l’attore Hawaiano sia effettivamente adatto al suo ruolo. Allo stesso tempo però, un altro attore con simili caratteristiche fisico/somatiche avrebbe potuto interpretare la parte con la stessa qualità di esecuzione. Momoa non sbaglia nulla, ma la sua interpretazione non riesce ad alzare di per sé il livello della pellicola. Sicuramente questo è anche dovuto al fatto che un personaggio come Aquaman, anche se reinventato in maniera accattivante, non ha la stessa attrattiva mediatica di altri supereroi DC come Superman e Batman. D’altro canto, è sicuramente apprezzabile come l’attore porti la sua ironia bonacciona a servizio di un personaggio che altrimenti risulterebbe troppo serio e piatto.

A supportare Momoa, il regista affianca un cast di buon livello: nel film possiamo trovare, tra i più famosi, Nicole Kidman nei panni della regina Atlanna, Amber Heard come interprete di Mera, William Dafoe come Nuidis Vulko e Patrick Wilson ad impersonare Orm Marius. Come successo con il personaggio di Aquaman, anche il cast secondario produce delle interpretazioni sicuramente buone, ma che non riescono ad appassionare lo spettatore a nessuno dei personaggi. L’impressione è che in questo campo manchi la volontà da parte della regia di approfondire le caratteristiche dei personaggi secondari in favore di una trama ricca d’azione e combattimento.

Aquaman

Aquaman, Mera e Niudis Vulko in un’immagine tratta dal film.

Una caratteristica sicuramente molto più apprezzabile del film è il lavoro fatto in sede di post-produzione. Una gran parte del racconto della pellicola avviene nelle profondità dell’oceano, dove lo spettatore può ammirare l’elaborata produzione grafica dei tecnici della VFX, la compagnia incaricata agli effetti speciali. La ricostruzione di Atlantide lascia a bocca aperta: partendo dai colori freddi, ma brillanti, passando per i dettagli sugli animali marini rivisitati come cavalli da guerra, i sottomarini usati come metodo di trasporto e arrivando alla storia della città quando era ancora in superficie, l’elaborazione grafica non lascia certo delusi. La città mitologica è ricostruita con dettagli curiosi (come ad esempio l’improbabile dogana con annessa colonna di veicoli in attesa di controllo) e imponenti (come l’arena dove prende atto lo scontro tra Aquaman e il fratellastro): tutti gli elementi sono combinati per creare una società che prende spunto dalla mitologia e dalla vita reale, rendendo l’esplorazione visiva di Atlantide molto piacevole.

Un ultimo plauso alla post-produzione va dato per la scena della battaglia finale, dove si contrappongono l’esercito di Orm Marius e quello capitanato da Aquaman. La scena ricorda per un certo verso alcune delle battaglie de Il Signore degli Anelli; ambo le fazioni sono formate da combattenti di diverse etnie immaginarie e cavalcano animali rivisitati a macchine da guerra, come avviene nella saga di Tolkien. È significativa inoltre la dualità dell’ultimo scontro che, come nella natura di Curry/Aquaman, inizia nelle profondità oceaniche e finisce sopra il livello della superficie rappresentando i due mondi che solo Aquaman può unire.

Un punto forte a livello di regia e montaggio riguarda due scene di lotta all’interno del film. La prima è la scena in cui la regina Atlanna si difende dagli attacchi dei soldati di Atlantide, realizzata in un’unica ripresa. In un’intervista Wan racconta come la scena mostrata sul grande schermo sia stata riprovata per più di trenta volte a causa della grande difficoltà dovuta alla scelta di non voler montare diverse riprese. Per questa scena il regista ha usato una spidercam in modo da seguire l’azione a 360 gradi e il risultato è eccellente, senza interruzioni e molto chiaro, in contrapposizione alle scene di lotte frammentarie e confuse che dominano il cinema degli ultimi anni.

La seconda scena è incentrata sulla lotta subacquea tra i due fratellastri eredi al trono di Atlantide. In questo caso infatti, Jon Valera (il coreografo delle scene di lotta) ha dichiarato di aver dovuto lavorare a stretto contatto con gli stuntman in modo da ricreare una lotta che incorpori movimenti terrestri in un ambiente oceanico, facendo affidamento a cavi e attrezzature per simulare il galleggiamento. Anche questa scena è molto godibile e fluida, risultando uno dei punti forti della pellicola.

Aquaman

Jason Momoa in un’immagine promozionale del film.

Uno degli elementi più negativi del film rimane però la sua eccessiva lunghezza, soprattutto dato che alcune sequenze risultano forzate e alcuni personaggi superflui. In particolare, la presenza del nemico secondario, Black Manta (interpretato da Yahya Abdul-Mateen II), sembra avere senso solo grazie alla scena presente nei titoli di coda dove viene salvato dallo scienziato Stephen Shin anticipando l’uscita di un secondo capitolo di Aquaman. Tralasciando la prima scena, dove si presenta l’incontro tra Aquaman e Black Manta (e dove si da un senso al desiderio di vendetta del secondo), il ruolo di questo personaggio nella trama principale potrebbe essere semplicemente rimpiazzato da alcuni dei soldati al servizio del nemico principale, Orm Marius. Per il resto del film, la trama secondaria dedicata a Black Manta sembra essere semplicemente un filler che aggiunge circa venti minuti alla durata della pellicola che avrebbero potuto essere tolti alleggerendo il film e aumentando la qualità del resto delle riprese.

Senza infamia e senza lode

In conclusione, il film intrattiene senza però convincere. La regia fa sicuramente un buon lavoro in fase di produzione e post-produzione con scenari mozzafiato (sia ricreati a computer che direttamente ripresi, come le scene nel deserto e nella splendida Erice). Purtroppo però, i personaggi risultano piatti e l’impressione è quella che gli attori non riescano a dare il meglio di sé stessi anche a causa di un copione limitato. Aquaman risulta essere un altro tentativo mal riuscito da parte di DC Comics di ribaltare la lunga sfida per il trono di migliore casa editrice di fumetti intrapresa con quella fondata da Stan LeeForse è proprio questo il problema della pellicola, che cerca di riprendere alcuni degli elementi caratterizzanti dei film Marvel (ad esempio la comicità del supereroe o le scene post titoli di coda) invece di provare a ritagliare un proprio stile come sembrava aver iniziato a fare con successo con il film dedicato a Wonder Woman.