Ad accomunare gli episodi di sessismo nel calcio sono sempre le scuse. Puntuali o tardive, efficaci o peggiori delle offese; quasi mai sincere. Durante la scorsa settimana, grazie ad alcune personalità del nostro calcio, abbiamo avuto modo di leggerne diverse. Riferendosi agli episodi, si parla sempre di gaffe, quasi fossero scivoloni della lingua, lapsus involontari capitati nel discorso per distrazione. Eppure non è questo che sono.

Quando, nello studio di Quelli che il calcio, Fulvio Collovati dice che sentire una donna parlare di tattica gli fa rivoltare lo stomaco, non lo fa per errore. Lo fa perché lo pensa. Quando, nel suo orribile tweet di scuse, colloca il suo intervento «in un clima goliardico» per sminuirne la gravità, non sta solo evitando di prendersi la responsabilità delle proprie parole, ma sta anche mentendo. Riguardando il video risulta lampante: alle fragorose risate degli altri ospiti, Collovati si acciglia e rincara la dose. «Anche le calciatrici qualcosa sanno, ma non al cento percento» dice, quasi incredulo del fatto che nessuno gli stia dando ragione. Nello stesso tweet, prosegue dicendosi dispiaciuto di aver urtato la sensibilità delle donne, ma aggiunge: «chi mi conosce sa quanto io rispetti l’universo femminile».

Chissà che cosa intende Collovati per universo femminile. Dove ne pone i confini. Forse appena prima dei discorsi intorno alle tattiche calcistiche.

Questo è senza dubbio quello che pensa Caterina Collovati, al secolo Cimmini, che ha immediatamente preso le difese del marito. «La tattica spiegata dalle donne non mi ha mai convinta. Quando presentavo le trasmissioni di calcio non ho mai avuto la pretesa di spiegare il 4-4-2» dice, sempre su Twitter «La visione del mondo unisex non mi appartiene». Ecco un vero segnale di progresso: nemmeno la discriminazione sulle donne è più unicamente appannaggio degli uomini. Ma andiamo avanti.

A tanti il discorso di Collovati non è andato giù. Né a Carolina Morace, tra le altre cose allenatrice del Milan femminile e prima donna nella Hall of Fame del calcio italiano; né a Regina Baresi, capitano dell’Inter femminile, che il calcio ce l’ha nel sangue; né a Milena Bertolini, CT della Nazionale Italiana femminile. Nemmeno ad Alessandro Costacurta, come spiega al Corriere della Sera: «Quando ho sentito Fulvio dire che se una donna spiega la tattica del calcio gli si rivolta lo stomaco, mi sono cadute le braccia» racconta «Però, poi, sono finito sulla stessa barca». Sì, perché il fulcro dell’intervista sono le sue stesse dichiarazioni sessiste.

Poche ore dopo la gaffe di Collovati, infatti, è proprio Billy, parlando di Wanda Nara, a cadere nello stesso “errore”. Nel contesto dell’ennesimo periodo burrascoso tra Icardi e l’Inter, con tanto di revoca della fascia di capitano, Nara si è resa protagonista di alcune frasi controverse che hanno agitato i tifosi e, si sospetta, anche lo spogliatoio. «Se devo scegliere tra il rinnovo e l’arrivo di uno che gli mette cinque palloni buoni» aveva dichiarato «forse preferisco che Mauro abbia un aiuto in più». È relativamente a questa frase che Costacurta, durante la puntata del giorno di Sky Calcio Club, esprime un tipo di dissenso molto particolare. Nello specifico, si immagina nei panni di Icardi e spiega cosa farebbe al suo posto: «Io vado da mia moglie e le dico ‘tu non devi dire così, io ti caccio fuori di casa’».

https://twitter.com/ReginaBaresi/status/1097584240429023232

In sottofondo, Caressa ridacchia. Piccinini, piuttosto accigliato, porta invece un’obiezione interessante: parla di tono sessista e ricorda a Costacurta che altri procuratori, in passato, non hanno tenuto comportamenti impeccabili davanti alle società. Ma è proprio questo il punto. Non è la critica a Wanda Nara a essere sessista – e ci mancherebbe: quando il tuo lavoro è sotto gli occhi di tutti, inevitabilmente tutti tenderanno a esprimere un giudizio a riguardo. Tuttavia, quando Costacurta parla di “sbatterla fuori di casa”, evidentemente non sta parlando di Nara procuratrice. Parla di Wanda Nara nel suo ruolo di moglie, dà un giudizio al suo operato in queste vesti e, infine, stabilisce per lei una punizione esemplare. A poco servono insomma le obiezioni di Piccinini: Costacurta è inarrestabile e completamente inamovibile. Fino al giorno dopo.

Rieccoci al punto di partenza e di conclusione insieme: le scuse. Un po’ meno squallide di quelle di Collovati, certo. Ma pur sempre inutili. Sulle piattaforme social, persino su YouTube, chi in queste frasi si riconosce senza necessità di nascondersi, come tocca invece alle personalità dello spettacolo, già inneggia ai nuovi eroi contro il politically correct. «Hanno solo detto quello che pensiamo tutti» si legge nella maggior parte dei commenti.

sessismo nel calcio

Alcuni dei commenti più apprezzati sotto il video di Collovati a Quelli che il calcio.

Seppur “suggerite” da qualche gruppo organizzato della tifoseria della Roma, nei giorni scorsi sono arrivate anche le scuse della Iena Nicolò De Devitiis. La sua intervista a Francesca Costa, madre di Nicolò Zaniolo, risulta stomachevole al punto da infastidire persino i fan della trasmissione. Nei giorni successivi alla sua messa in onda, la pagina ufficiale de Le Iene ha dapprima rilanciato il video dell’intervista, implicando che le domande – esplicitamente di carattere sessuale – rivolte a Costa fossero ironiche (sfugge il significato di “ironico” in questo contesto). Solo dopo giorni di gravissimi e reiterati commenti di insulti e minacce, De Devitiis ha deciso di intervenire a Teleradiosanterno per spiegarsi. «Ci sono degli ordini di scuderia che sono imprescindibili, cerco di portare i miei valori ma stavolta ho sbagliato» ha dichiarato nel suo messaggio. Un selfie, un mazzo di fiori e amici come prima. Non è successo niente. Come rifiutare, del resto, delle scuse tanto sentite?

E pensare che, pochi giorni prima, Le Iene avevano già sfiorato la polemica, mandando in onda uno scherzo che coinvolgeva Lorenzo Insigne e la moglie Genoveffa Darone. La gag consisteva nel far credere a Insigne che Darone fosse stata contattata da un regista per una parte in una trasposizione cinematografica di Madame Bovary. Nel copione, però, compare anche la scena di un bacio. Man mano che lo scherzo prende forma, a dare al tutto un tono grottesco sono le scroscianti risate preregistrate che accompagnano le punizioni, i divieti, gli insulti, persino gli schiaffi di Insigne alla moglie. Mentre, però, le mamme non si toccano nemmeno con un dito, Darone è presentata e percepita solo nel ruolo di consorte. È questo a fare la differenza tra il suo caso e quello di Francesca Costa.

Nessuna levata di scudi, perciò, anzi. Nella sezione commenti, le pochissime proteste vengono sommerse da un mare di «Fatevela, una risata» e «L’uomo geloso è un uomo che ci tiene» del pubblico maschile e, quel che fa più orrore, di quello femminile. Del resto, persino per Darone stessa tutto ciò è semplicemente normale. Non che ci si possano aspettare suoi post di spiegazioni, comunque: ogni suo profilo social, per volontà del marito, è chiuso da anni. Nessuna polemica. Pertanto nessun post, nessuna intervista in cui Sebastian Gazzarrini (il fine umorista autore dello scherzo) possa esprimere tutto il proprio dispiacere per l’accaduto.

E forse è meglio così. Forse è arrivato il momento di dire che di queste scuse non importa a nessuno. Non importa a quelli che nelle esternazioni sessiste ritrovano il proprio pensiero. Non importa alle donne che ne vengono toccate, perfettamente in grado di comprendere l’ipocrisia dei dietrofront di rito. Della gaffe, la celebrità può liberarsi in un batter d’occhio: basta un tweet (o al limite un paio di settimane di sospensione, come nel caso di Collovati) e tutto è perdonato. Per chi invece contro il sessismo nel calcio combatte tutti i giorni, queste dichiarazioni pesano come macigni. Sono un appiglio, un pretesto per chi sessista lo è senza alcuna intenzione di chiedere scusa. È arrivato il momento di capire che il problema non sono le parole, ma il pensiero che porta a pronunciarle. È quello che deve essere cambiato. E per farlo non sarà sufficiente chiedere scusa.