Megan Rapinoe, una protesta vivente

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A walking protest“. Nel settembre 2016, in un’America scossa dalle proteste dei giocatori della NFL, Megan Rapinoe decise di spogliarsi del suo ruolo di American hero e di diventare una protesta che cammina. Pochi giorni prima, Colin Kaepernick si era inginocchiato durante l’inno degli Stati Uniti nel prepartita di un incontro dei suoi San Francisco 49ers. Lo scopo era quello di sensibilizzare il pubblico sui frequenti casi di violenza della polizia nei confronti dei cittadini neri. Mentre il paese si indignava davanti a un gesto ritenuto anti-patriottico, Rapinoe si inserì nel dibattito con pochi ossequi. Inginocchiandosi a sua volta, divenne la prima atleta bianca a supportare apertamente la protesta. «È il minimo che possa fare,» dichiarò in un’intervista a fine partita, «è importante che i bianchi prendano posizione, non come protagonisti ma come alleati».

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Rapinoe, più di un’atleta

Del resto, Rapinoe non è mai stata estranea alle battaglie per i diritti civili. Da molti anni, è parte del GLSEN e dell’Athlete Ally, associazioni che si battono per i diritti degli omosessuali e contro le discriminazioni in campo sportivo e non. Per questo si è sempre schierata contro l’amministrazione di Donald Trump, in una lotta che unisce diversi gruppi di minoranze. Un lungo percorso di crescita personale che l’ha portata alla decisione di non cantare mai più l’inno nazionale. La federazione statunitense le ha imposto di rimanere in piedi durante l’esecuzione di Star-sprangled banner, ma questo non le impedisce di rimanere in silenzio, le braccia incrociate dietro la schiena. Quando le viene chiesto se non le sembra ipocrita indossare la maglia di un paese con il quale si trova in conflito, Rapinoe risponde: «No, perché mi sento una protesta che cammina».

Megan è nata e cresciuta nella realtà rurale della California del Nord, dove la preferenza repubblicana è predominante. Qui, dove un tempo era adorata come un idolo, gli animi si sono scaldati parecchio a seguito delle sue prese di posizione nella sfera politica. Neppure il suo coming out nel 2012 aveva sollevato un tale polverone. Lettere colme di insulti e minacce hanno a lungo riempito le caselle di posta personale e aziendale – Megan e la sorella sono co-proprietarie di una compagnia di abbigliamento ed equipaggiamento sportivo – della famiglia Rapinoe. Tanto a lungo da portarla a pubblicare un articolo su Player’s Tribune. «Non ho mai subito discriminazioni o atti violenti a causa del colore della mia pelle,» scrisse «ma non posso rimanere a guardare mentre ci sono persone che ancora soffrono per questi motivi». Questa sensibilità al tema razziale ha in lei radici molto profonde e molto dolorose.

Le origini del conflitto

Megan è cresciuta in una famiglia cattolica molto numerosa, sotto l’ala del suo grande eroe, il fratello maggiore Brian. Fu lui a insegnarle a pescare, a nuotare e, soprattutto, a giocare a calcio. Dall’età di quindici anni, Brian Rapinoe ha passato in isolamento otto dei suoi sedici anni totali da detenuto, gli altri otto nelle gang di suprematisti bianchi che gli passavano l’eroina. Megan, che allora era appena una ragazzina, iniziava a prendere coscienza della propria sessualità e delle discriminazioni che affliggono gli omosessuali. Vedere suo fratello diventare parte di un gruppo che promuoveva attivamente l’oppressione delle minoranze le spezzò il cuore. E la riempì di quella determinazione nella lotta al razzismo che la contraddistingue.

Oggi, Brian sta scontando il suo ultimo anno di detenzione in un centro riabilitativo per ex carcerati. È da qui che ha guardato, su uno schermo della sala comune, circondato dai suoi compagni, sua sorella sollevare per la terza volta la Coppa del Mondo. Le sue braccia e le sue mani hanno nuovi tatuaggi a ricoprire le svastiche e altri simboli nazisti che un tempo vi campeggiavano. Partecipa a incontri educativi che si propongono di aiutare i detenuti del carcere minorile a uscire dalla spirale del crimine. «Crescendo io ero il suo esempio,» dice, parlando di Megan «ora lei è il mio». Lei, nell’intervista post-partita della finale, gli ha augurato buon compleanno con gli occhi pieni di lacrime.

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Il Mondiale 2019

Il Mondiale di Francia appena concluso ha segnato una svolta globale per il movimento calcistico femminile, registrando quasi un miliardo di spettatori stimati. Il dibattito sulla disparità salariale e di trattamento rispetto ai colleghi uomini è finalmente sotto i riflettori. Qualcosa, lentamente, si muove nella giusta direzione, come nel caso della decisione della federazione Olandese. Le ragazze Oranje, campionesse europee e seconde classificate in questa edizione della Coppa del Mondo, arriveranno progressivamente a percepire lo stesso stipendio degli atleti della Nazionale maschile entro il 2023.

Nel frattempo, Rapinoe ha mantenuto la promessa fatta a giugno, prima della trionfale conclusione dei Mondiali. «Non andrò a quella cazzo di Casa Bianca», aveva dichiarato, suscitando l’ira dei supporters del POTUS e di Trump stesso, che in un tweet consigliava a Rapinoe di vincere qualcosa prima di parlare. Com’è andata poi, lo sappiamo tutti. Ma forse è bene rimarcarlo: capitano della Nazionale Campione del Mondo, vincitrice della Scarpa d’Oro e del Pallone d’Oro come migliore giocatrice del torneo. Queste le vittorie di Megan Rapinoe. E sono solo quelle sul campo.

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Carlotta Betti

Studentessa di Mediazione Linguistica Interculturale. Innamorata di Bologna da quando vi sono nata e del Bologna FC dall'età della ragione. Ossessionata dallo sport e dalla politica. Scrivo solo del primo perché riesco a viverlo razionalmente, la seconda è una questione troppo passionale.