Gli ultimi giorni di Remo Bianco a Milano

Declinazioni della memoria: Remo Bianco

Mi chiamo Remo Bianco. Ho quarantotto anni. Peso settantacinque chili. Sono nato a Milano. Non faccio mai dello sport. Mi alzo tardi al mattino, anzi nel pomeriggio. Lavoro durante la notte. Ho amici molto, molto interessanti che non vedo mai. Faccio sempre le stesse strade. E per questo sono la disperazione dei conducenti dei taxi. Dipingo da trent’anni, sempre alla ricerca di avvenimenti che coincidano con la mia natura. Per questo sono sempre in contraddizione perché possiedo una natura contraddittoria.

Così Remo Bianco si presentava alla galleria d’arte Il Salotto, a Como, nel 1970. In quel momento, era già evidente il carattere caleidoscopico della sua produzione, caratterizzata da una ricerca continua e costante di nuovi mezzi di espressione. Ma nonostante l’utilizzo dei materiali e dei supporti sia continuamente soggetto a modifica, una è la cifra che accomuna l’intera produzione di Remo Bianco: il tempo e, conseguentemente, la memoria.

Arte improntale

Risalgono al 1948 gli esperimenti di quell’arte improntale che si configura come il recupero poetico della realtà contingente. Gli oggetti rappresentati come calchi in gesso, cartone o gomma, assumono la forma di objets trouvés. Sulla scia del dadaismo, l’intervento sugli oggetti ritrovati ne determina la risemantizzazione. Così l’arte improntale si configura come l’arte di tutto ciò con cui l’artista impatta e che, nell’impatto, lo scolpisce. Ma se questo scolpire significa infliggere uno scalpello alla forma e non semplicemente impressionare quasi fotograficamente la materia; se l’esito è peraltro quello di una moderna effigie, di un corpo che trova la propria forma in uno spazio cavo, allora non si tratta solo di una traccia: è impronta. Vale a dire che l’impronta è un’intenzione che vuole affiorare e ci riesce, anche se non completamente. L’impronta altro non è che la rappresentazione di una realtà altra e gli oggetti diventano quindi una metafora liberatoria.

Così si legge nel Manifesto dell’Arte Improntale del 1956:

L’arte dell’ avvenire è posta sotto il segno dell’IMPRONTALE.
IMPRONTA è tutto ciò che resta impresso nel nostro subcosciente;
IMPRONTA della società stessa, in quanto immagine di tutti quei condizionamenti che l’essenza
della vita oggi comporta. Dichiaro perciò che l’uomo non può evitare di essere IMPRONTA di una
società che continuamente muta e ci circonda sempre di cose nuove. Per sfuggire ai fenomeni non
sempre desiderati l’uomo dovrà impadronirsene, creando un’impronta che non sarà più l’oggetto,
ma un qualcosa di conforme alla sua natura. Tutto ciò richiede un modo diverso di espressione che
tenga conto di tutti questi presupposti.

Rientrano nella produzione improntale anche i Sacchettini – Testimonianze, realizzati a partire dalla metà degli anni Cinquanta. Gli oggetti di poco conto, dimenticati, abbandonati e recuperati trovano posto in sacchetti di plastica applicati a pannelli di legno, appesi poi alla parete come un qualsiasi quadro.

Remo Bianco, Lucio Fontana, Enrico Baj

Nella prima metà degli anni Cinquanta la produzione artistica di Remo Bianco è manifestamente influenzata dalle istanze artistiche dell’arte spaziale di Lucio Fontana e dall’arte nucleare di Enrico Baj. Così anche lo spazio artistico di Bianco subisce una risemantizzazione forte, cambiando completamente ruolo nel fare artistico: da luogo in cui l’arte si sviluppa a protagonista, parte attiva della manifestazione artistica.

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Spaziale, primi anni Sessanta, tecnica mista su cartoncino, cm 48,5 x 64, num. archivio FRB 274.

Allo stesso periodo risalgono i Tableaux Dorés, la serie di opere più nota e più duratura. Su sfondi monocromi o bicromi Remo Bianco applica foglie d’oro a creare una griglia geometrica che conferisce all’opera un fascino orientale, tanto che Mark Tobey la dirà somigliante a un crepuscolo greco. Il pattern dei Tableaux diventa la firma dell’artista al punto da farne una vera e propria bandiera della sua produzione. I quadri diventano dei ri-quadri tramite i quali impossessarsi di spazi, dipinti, riviste, oggetti. Un caso su tutti quello della celebre Volvo d’Artista.

Nel 1969 mi sono servito del modulo dei miei quadri dorati che avevo trasformato anche in bandiere, come di una specie di marchio o di sigla personale, araldica, sovrapponendolo a riproduzioni di altri artisti, riviste o illustrazioni  già esistenti […]. Ho cercato di inserire il mio motivo d’arte là dove la vita e la realtà lo rifiutano, ricordando a tutti che l’arte ha bisogno della sua bandiera.

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Remo Bianco, Appropriazione della Volvo d’Artista, 1985.

Arte sovrastrutturale

Alla metà degli anni Sessanta l’idea dell’appropriazione compie una deviazione. Se nelle opere precedenti era lo stesso artista per tramite del suo gesto ad appropriarsi dello spazio e a renderlo artistico, adesso sopraggiunge la consapevolezza che anche la realtà d’intorno si appropria dell’arte. Si legge nel manifesto della Sovrastruttura:

Quando scende la neve si impossessa di tutta la città. Le sculture all’aperto prima di essere dei loro
autori cambiano la loro forma e sono scolpite dalla neve. Questo è un atto di appropriazione. Se
passa un drappello di soldati in divisa: prima di essere uomini sono soldati: la divisa è
un’appropriazione.

Le Sculture Neve sono ascrivibili a questo momento artistico: oggetti appartenenti all’infanzia o alla vita quotidiana posizionati in teche e ricoperti di neve. L’idea è quella di indurre nello spettatore un sentimento di sospensione del tempo, di incantamento.

Nei Quadri Parlanti, invece, la presenza dell’artista è invadente anche nella fruizione. Dietro tavole bianche, nere o impressionate fotograficamente sono posizionati amplificatori che si attivano all’avvicinarsi dello spettatore, emettendo frasi pronunciate dallo stesso Bianco. L’intento è quello di superare la spazialità del quadro, la sua materia, creare un supporto che scavalchi la dimensione fisica in modo che la fruizione dell’opera coinvolga non solo il senso della vista. Nei casi migliori, che la fruizione sia in qualche modo sinestetica.

Remo Bianco in mostra al Museo del Novecento di Milano

Al Museo del Novecento è in corso una retrospettiva sulla produzione di Remo Bianco. L’esposizione, a cura di Lorella Giudici e in collaborazione con la Fondazione Remo Bianco, terminerà il  6 ottobre 2019.

Grazie al supporto di Volvo Car Italia, l’Appropriazione della Volvo dell’Artista è visitabile presso il Volvo Studio Milano in Viale della Liberazione angolo Via Melchiorre Gioia, dall’8 al 22 settembre 2019.

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