Ode a Kobe

Kobe
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Come un fulmine a ciel sereno è arrivata, nelle ore della sera italiana del 26 gennaio, la notizia della morte di Kobe Bryant, ex stella dei Los Angeles Lakers e di sua figlia Gianna Maria. Kobe ha rappresentato per molti la fonte di ispirazione per iniziare a giocare o a seguire il basket, ed è considerato una delle figure di riferimento della pallacanestro moderna.

In campo

Kobe era figlio d’arte. Suo padre Joe giocò per nove stagioni in NBA, con la maglia dei Philadelphia 76ers (città natale di Joe e Kobe), Clippers e Rockets, prima di decidere di trasferirsi in Italia, dove militò per varie stagioni tra serie A1 e A2. Durante i suoi anni in Italia Kobe si innamorò del Bel Paese, soprattutto di Reggio Emilia, dove Joe giocò le sue ultime stagioni.

A tredici anni, dopo che l’avventura italiana di Joe si concluse, la familia si ritrasferì negli Stati Uniti e Kobe iniziò la sua carriera in high school alla Lower Merion. Anche qui, in pieno stile Bryant, Kobe dominò giocando in tutte le posizioni e concluse il suo anno da senior con una media di oltre trenta punti, dodici rimbalzi e più di sei assist a partita, portando la Lower Merion alla primo titolo statale in cinquantatré anni. Anche se grazie al suo incredibile talento Kobe avrebbe potuto scegliere virtualmente qualsiasi college, a diciassette anni decise di rendersi disponibile per il draft del 1996, diventando il sesto giocatore in assoluto a passare direttamente al basket professionistico senza passare dal college.

Al draft del 1996 Kobe venne selezionato come la tredicesima scelta dai Charlotte Hornets, che erano però già d’accordo con i Los Angeles Lakers per scambiarne i diritti per il contratto di Vlade Divac. Nonostante durante la sua stagione da rookie Kobe non ebbe troppo spazio in campo, divenne il giocatore più giovane di sempre (fino a quel momento) a giocare una partita NBA e il più giovane a cominciare una partita in quintetto base.

Bryant concluse la sua prima stagione con una media di 7,6 punti a partita, che gli fece guadagnare un posto nel secondo quintetto rookie di quell’anno. Al suo secondo anno il minutaggio aumentò, e Kobe riusci a raddoppiare la sua media punti per partita, passando a 15,4 punti ad allacciata di scarpe e riuscendo a venire selezionato nel quintetto base dell’All Star Game del 1998 (altro record infranto, data che fu il più giovane starter di sempre di una partita delle stelle).

È al suo terzo anno però, che Kobe riesce a trovare lo spazio meritato grazie alla cessione delle due guardie titolari che lo porta nello starting five dei Lakers in tutte le cinquanta partite della stagione 1998-1999 (stagione a numero di partite ridotto a causa del lockout). Il Black Mamba sfiora i venti punti di media a partita e a fine stagione firma un estensione di contratto di sei anni, confermando la fiducia della dirigenza losangelina di affiancarlo a Shaquille O’Neal per provare a puntare al titolo nella stagione successiva.

E dalla sua quarta stagione in NBA, Kobe non si è più fermato, formando con Shaq uno dei dynamic duo più forti di sempre sotto la guida dello Zen Master, Phil Jackson. I gialloviola vinsero il titolo NBA per tre stagioni consecutive (il cosiddetto threepeat), con Shaq nominato MVP delle Finals in tutte e tre le edizioni e con un Kobe in maturazione ormai pronto a prendere personalmente d’assalto la lega americana. Durante queste tre stagioni, Kobe venne inserito nel miglior quintetto difensivo (tutte le stagioni), mentre nel 2002 entrò nel miglior quintetto NBA e vinse il suo primo (di quattro) titolo All Star Game MVP.

Le due stagioni successive non furono altrettanto sfavillanti a livello di risultati di squadra, anche se Kobe riuscì a migliorare ancor più le sue qualità di scorer arrivando a toccare i trenta punti di media in Regular Season e trentadue durante i playoff. Ciononostante, i Lakers non riuscirono a concretizzare i loro sforzi e vennero eliminati dagli Spurs nel 2003 e dai Pistons (in finale) nel 2004. A fine stagione Shaq lasciò i Lakers, ma Kobe decise di rinnovare con i gialloviola per altri sette anni.

Kobe bryant

Kobe in campo con Brian Cook.

Anche se le stagioni successive non portarono a vittorie di squadra, furono le migliori a livello reallizativo per il Black Mamba, il miglior realizzatore della lega nel 2006 e nel 2007 (rispettivamente 35,4 e 31,6 punti ad allacciata di scarpe). In particolare, durante quegli anni, Kobe scrisse la storia con due prove statisticamente incredibili: nel gennaio 2006 mise a referto ottantuno punti in una singola partita contro i Raptors, annotando il secondo record di sempre per punti segnati in una partita dietro l’innarrivabile Chamberlain. Nella stagione successiva, invece, Kobe segnò almeno cinquanta punti in quattro partite consecutive, altro record secondo solo a quello di Wilt. A fine stagione inoltre, Bryant decise di cambiare il numero sulla sua casacca da 8 a 24.

Il cambio numero portò fortuna a Kobe, che nella stagiona successive riuscì finalmente a vincere il titolo di MVP della stagione regolare NBA. Ciononostante, durante queste stagioni i Lakers riuscirono ad arrivare in finale “solo” una volta (nel 2008), ma persero contro i Celtics. Il 2008 fu anche l’anno in cui Kobe partecipò per la prima volta alla spedizione olimpica americana, con la quale vinse il suo primo oro olimpico (il secondo arrivò nel 2012).

Le ultime due stagioni della prima decade del nuovo millennio marcarono gli ultimi successi a livello di squadra per Kobe. In queste stagioni infatti i Lakers tornarono a vincere il Larry O’Brien in back to back, battendo in finale gli Orlando Magics nel 2009 e gli acerrimi rivali di Boston in rimonta nel 2010. Durante queste stagioni, per la prima volta, il Black Mamba ricevette il titolo MVP delle Finals.

Le stagioni successive non portarono titoli a Los Angeles e Kobe entrò lentamente nella fase discendente della sua carriera, saltando anche moltissime partite a causa di diversi infortuni che lo colpirono (giocò solo sei partite nella stagione 2013-2014). Ciononostante, Kobe riuscì a superare per quattro volte i venti punti di media nelle sue ultime sei stagioni e dimostrò di poter giocare a grandi livelli anche con un fisico in declino a causa del passare del tempo. La sua ultima stagione (2015-2016) fu molto emozionante, con diverse star che gli resero omaggio nelle ultime partite giocate contro le rispettive squadre. Durante la sua ultima partita da professionista, Kobe dimostrò ancora una volta il suo talento e il suo killer instinct segnando sessanta incredibili punti a culminare una carriera realmente irripetibile.

Kobe bryant

Kobe con la maglia numero 24.


Fuori dal campo

Ma è anche (e forse soprattutto) fuori dal campo che Kobe ha lasciato l’impatto più grande di tutti. La passione per il basket che lo divorava lo ha reso un professionista esemplare, determinato e sempre pronto a migliorarsi, anche quando i limiti di miglioramento erano obiettivamente bassi. Non è un caso infatti che tutt’ora si parli di Mamba Mentality quando si fa riferimento a un giocatore sempre concentrato sulla vittoria, dentro e fuori dal campo, e decisivo nei momenti più difficili e importanti delle partite.

E la passione in Kobe c’è stata fin da bambino, quando iniziò con i primi palleggi all’età di tre anni già determinato a seguire e migliorare le orme del padre Joe. Ci sono anche svariati aneddoti sulla vita cestistica del giovane Black Mamba in quel di Reggio Emilia, come il fatto che, a dieci anni, Kobe giocasse già con i compagni un anno più grandi (con i suoi pari età segnò quarantasette punti in finale contro Novellara) o come quando, in seguito a una botta al ginocchio, si mise a piangere a dirotto per paura che l’infortunio potesse ostacolare il suo approdo in NBA. Black Mamba appunto, fin da ragazzino.

E l’etica di lavoro non lo ha mai abbandonato, anzi, lo ha contraddistinto durante le sue venti stagioni nella massima lega professionista. O.J. Mayo raccontò di un giorno in cui Kobe gli disse che gli avrebbe dato un passaggio per una sessione di allenamento indiviudale e che sarebbe passato alle tre; quando Mayo si lamentò con Kobe colpevole di non aver mantenuto la promessa, il Black Mamba lo sgridò spiegando che l’allenamento era alle tre di mattina, non di pomerrigio. Ron Artest, suo compagno di squadra ai Lakers, un giorno si mise in testa di poter arrivare in palestra prima Kobe e arrivò quattro ore prima dell’orario di allenamento di squadra: Kobe era già lì. Anche Michael Jordan ha ammesso che Kobe è stato l’unico giocatore ad avere un’etica di lavoro comparabile alla sua. E volendo si potrebbe continuare a lungo con altri aneddoti riguardanti l’ossessione per la perfezione di Kobe.

D’altro canto l’agonismo di Kobe lo ha portato, nel corso della sua carriera, a essere un giocatore molto odiato dai fan delle squadre avversarie, che lo hanno visto affondare i propri beniamini canestro dopo canestro con una cinicità assassina degna del soprannome che Kobe porta. E se da un lato Bryant ha attirato i sentimenti negativi di migliaia di fan, dall’altro è stato fonte di ispirazione per tantissimi altri. Chiunque abbia giocato a basket nella propria vita ha provato a imitarlo, magari gridando: «Kobe!» mentre lasciava partire un tiro cadendo all’indietro. Kobe è probabilmente il simbolo del primo decennio del nuovo millennio NBA, che è iniziato con il suo threepeat ed è finito con il suo titolo di MVP delle Finals. L’ultimo maestro del tiro in fadeaway prima dall’arrivo dello step back.

Kobe è stato amore e odio, generando gioia nei suoi compagni e frustrazione nei suoi avversari. Kobe è stato i quattro airball tirati nel finale dei suoi primi playoff e i sessanta punti nella sua ultima partita da professionista, il distruttore di record e l’uomo che si congratula con LeBron James, nel suo ultimo tweet, per averlo sorpassato nella classifica dei migliori marcatori di sempre. Kobe è stato un professionista perfezionista e un padre esemplare, uscendo a metà partita per assistere alla nascita di sua figlia e segnando un tiro libero con il tendine d’Achille rotto prima di uscire infortunato. Kobe è stato tutto questo e Kobe è stato molto di più. Riposa in pace Black Mamba.

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Marco Baccega

Nato e cresciuto in provincia di Treviso, vivo ormai da 3 anni ad Eindhoven, nel sud dei Paesi Bassi. Dopo la maturità tecnica, ho deciso di intraprendere la strada dell'università a Padova, dove ho conseguito la laurea triennale in Ingegneria dell'Energia. Ho poi continuato la mia formazione nel paese dei tulipani, dove mi sono laureato in Sustainable Energy Technology, costruendo la mia passione per la sostenibilità ambientale e l'uso di tecnologie per lo sviluppo globale, che sto portando avanti ormai da un anno lavorando per Tesla. Da sempre sono appassionato di basket, sport che ho praticato fin da piccolo (anche se con scarsi risultati), della cultura pop-punk degli anni a cavallo del Duemila, e di cucina.