Che cosa sta succedendo nelle carceri italiane?

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Un’emergenza sanitaria come quella che il nostro Paese sta affrontando in queste settimane non rimane confinata negli ospedali. Al contrario, si traduce quasi inevitabilmente in crisi economica, sociale, talvolta in rivolta. È il caso di quanto è accaduto, e in misura minore sta continuando ad avvenire, nelle carceri italiane. Oltre seimila detenuti in tutte le regioni d’Italia – stando ai numero forniti dal Ministero della Giustizia – sono insorti nei giorni scorsi, riuscendo nei casi più eclatanti a prendere per ore il controllo degli istituti penitenziari.

Quasi ovunque la rivolta sembra essersi calmata, benché da più fonti risulti che la tensione nelle celle sia ancora fortissima. Sul terreno sono però rimaste oltre dodici vittime, tutti carcerati, e diversi feriti, di cui due gravi. E ai detenuti vanno aggiunti gli oltre quaranta agenti rimasti feriti. Numero senza precedenti, «come neanche negli anni di piombo» accusa il Garante dei diritti di detenuti di Milano Francesco Maisto, e su cui si dovrà ancora indagare. Tutti i decessi sarebbero dovuti all’assunzione di psicofarmaci saccheggiati dalle infermerie degli istituti penitenziari o al fumo degli incendi. Le indagini sono però ancora in corso e da più parti si chiede di fare chiarezza.

Causa scatenante delle rivolte è stata la decisione del Governo di interrompere provvisoriamente i colloqui con familiari e volontari a causa dell’emergenza Coronavirus. Una scelta che, unita alla paura per le cattive condizioni igieniche delle carceri e probabili difetti nella comunicazione («in troppi istituti sta passando un messaggio che non corrisponde alla realtà dei provvedimenti presi […] se passa il messaggio della chiusura totale si crea una situazione che può sfociare in rabbia e violenza» ha dichiarato ai microfoni del TG3 il Garante Mauro Palma) ha fatto scoppiare la scintilla di carcere in carcere.

Gli eventi

La prima rivolta è scoppiata nel pomeriggio di sabato nell’istituto di Fuorni a Salerno, dove alcuni detenuti sono saliti per ore sul tetto. Tra domenica e lunedì – dopo la diffusione del decreto governativo che, tra le altre cose, interrompe in via precauzionale le visite in carcere – sommosse sono scoppiate nelle carceri di Poggioreale a Napoli, Frosinone, Vercelli, Alessandria, Palermo, Bari, Foggia, Pavia, Milano, Roma, Trani, Modena, Secondigliano, Rieti, Bologna.

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A Modena gli episodi più eclatanti. Per diverse ore alcuni detenutati hanno occupato l’infermeria e hanno dato fuoco alle celle, lasciando sul terreno sette morti. Altri casi limite a Pavia, dove i rivoltosi hanno sequestrato per ore due agenti penitenziari; a Foggia, dove decine di detenuti sono evasi e molto risultano ancora irreperibili; a Rieti, dove tre detenuti sono rimasti uccisi.

Le proteste – che ricordiamo, nella maggioranza degli istituti penitenziari sono state pacifiche – sono state represse o si sono spente autonomamente tra la sera di lunedì e la mattina di martedì, ma la tensione resta alta e limitati atti dimostrativi starebbero ancora avvenendo in diversi istituti penitenziari italiani.

I commenti

«Quanto accaduto certifica il fallimento del Ministro Bonafede e del Capo Dipartimento Basentini», dichiara a theWise Magazine Monato Capese, segretario generale del sindacato di polizia Sappe. «Noi abbiamo chiesto da tempo la fine della politica delle celle aperte, che lascia i detenuti liberi di girare per diverse ore al giorno, ma non siamo stati ascoltati. Qualcuno ha sfruttato l’occasione per cercare di strappare indulti e amnistie, e dalla protesta pacifica si è passati in alcuni istituti a gesti gravissimi».

Complice l’emergenza Coronavirus, la rivolta nelle carceri ha trovato poco spazio sui quotidiani del nostro Paese. Tanto le cause del malcontento quanto le circostanze delle proteste sono ancora poco chiare all’opinione pubblica. Alcuni giornali hanno parlato di una possibile regia mafiosa dietro le rivolte, ma ancora le autorità non si sono espresse in questo senso. «Non lo possiamo escludere. Sta alla magistratura indagare, ma il filo conduttore appare unico», è il commento di Capese.

«E riguardo ai morti, tutti d’overdose o è possibile ci siano altre cause?», è la domanda che ci si pone.

«Escludiamo qualsiasi violenza da parte della polizia penitenziaria. D’altronde, i detenuti si sono impadroniti degli istituti. Solo grazie all’abnegazione delle forze dell’ordine, che hanno dovuto agire spesso senza attrezzature adeguate, siamo riusciti a riportare la calma».

I rischi per la salute di detenuti e agenti, però, preoccupano anche il sindacato di polizia: «I nostri istituti penitenizari sono sovraffollati, manca il personale e operiamo tutt’ora senza dispositivi di prevenzione individuale come guanti o mascherine».

La voce dell’Associazione Antigone

Parzialmente diversa l’analisi di Michele Miravalle, portavoce dell’Associazione Antigone, che raggiungiamo al telefono. «Buona parte del problema deriva da comunicazioni errate», ci dice. «È passato spesso il messaggio che i colloqui sarebbero stati sospesi addirittura fino a giugno – cosa non vera – e i detenuti temevano fossero pretesti per togliere loro diritti. Al momento della rivolta mancavano non solo correttivi quali telefoni e attrezzature per videochiamate. Sopratutto non c’erano, e non ci sono tutt’ora, mascherine, guanti, addirittura saponi. Il tutto in un ambiente in cui la distanza interpersonale di un metro è pura utopia».

Gli abusi nelle carceri sono un problema annoso di cui Antigone – associazione specializzata nella difesa dei diritti nel sistema penale – si occupa da sempre. Non si può non chiedere se sia convincente la versione ufficiale sulle cause dei decessi. «È quello che vorremo capire. Non abbiamo ad ora ovviamente modo di verificare, ma non possiamo negare che dodici morti, tutte per overdose, ci sembrano un evento enorme. Auspichiamo ci sia la massima chiarezza possibile e siamo a disposizione fin d’ora per costituirci parte civile in futuri processi».

«Vogliamo anche capire cosa sia successo ai detenuti agonizzanti», aggiunge Miravalle. «Diversi di loro sono morti in carcere dopo essere stati trasferiti in altri istituti, spesso lontani da quello di provenienza, quando già stavano male. Insomma, ad ora i punti oscuri in questa vicenda non mancano».

Una regia di stampo mafioso?

E riguardo la possibilità di una regia mafiosa? «Anche qua, non possiamo escludere nulla. Sicuramente la popolazione carceraria in rivolta è una popolazione disperata. Abbiamo una quota di detenuti tossicodipendenti o con patologie psichiatriche talvolta maggioritaria all’interno degli istituti e mancano quasi totalmente le strutture di supporto. È chiaro che tutto questo rischia di creare facile manodopera per un’eventuale regia di stampo mafioso».

Anche voi temete il coronavirus possa entrare in carcere?

«Assolutamente sì! Il carcere è un luogo patogeno di sua natura e lo sa qualunque operatore sanitario ci abbia mai lavorato. Le sezioni sono malsane, sovraffollate, manca tutto: siamo quasi all’emergenza umanitaria».

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Più sfumato è invece il giudizio politico su Ministro e Capo di Dipartimento. «Lungi da me difendere la gestione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria in questa situazione, ma ora siamo in piena emergenza e non abbiamo nessuna fretta di chiedere dimissioni a destra e a manca. Nell’immediato bisogna garantire il diritto alla salute in carcere per agenti e detenuti e scongiurare il rischio di rappresaglie, che purtroppo talvolta possono accadere. Dopo gesti violenti bisogna evitare che dall’altra parte possa esserci una reazione uguale e contraria, che magari finisca col colpire chi non c’entra nulla con le violenze. Una volta tornata la tranquillità, è indispensabile ricorrere a misure detentive alternative per detenuti anziani e malati, come già previsto dalla normativa. Passata l’emergenza si penserà a trovare le responsabilità a livello istituzionale».

Sulla stessa linea d’onda anche Riccardo Noury, portavoce per l’Italia di Amnesty International, che dice di aggiungersi all’associazione Antigone «nel chiedere chiarezza a proposito delle morti. È doveroso capire caso per caso se è stato fatto quanto si poteva per salvarli e se ci sono elementi ancora non emersi, senza né colpevolizzare né dividere tra buoni e cattivi, categorie che in carcere rischiano di essere fuorvianti».

Una rivolta che nasconde molte altre problematiche nelle carceri

«Gli episodi di violenza a cui abbiamo assistito sono inaccettabili» continua Noury. «Su questo non c’è discussione. Ora serve massima informazione su quali misure siano realmente state attuate e bisogna disporre affinché il diritto alla salute sia garantito per tutti, agenti e detenuti. Chiunque sia stato dentro un carcere sa che mantenere la distanza intepersonale di un metro è semplicemente impossibile. Bisogna decongestionare gli istituti, appliccare il decreto governativo che ribadisce l’importanza di usare misure alternative al carcere ove possibile. C’è poi un altro tema. Questo assalto alle infermerie mostra come molti detenuti abbiano seri problemi di tossicodipendenza che andrebbero trattati ogni volta che si può in strutture apposite o con misure domiciliari, non nelle prigioni».

E sul lungo termine, che interventi servono nelle carceri italiane al di là dell’emergenza Coronavirus

«Il tema principe è quello del sovraffollamento» risponde Noury. «È una piaga che affligge non solo i detenuti ma anche gli agenti di polizia penitenziaria, tra i quali riscontriamo tassi di suicidio altissimi».

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