L’abito non fa il monaco: storie di preti di strada

preti di strada
0 Condivisioni

Un vecchio proverbio recita che «l’abito non fa il monaco»: nulla di più vero, sia in casi negativi che in casi positivi. Questo articolo vuole raccogliere alcune figure di preti di strada, cioè quei presbiteri che esercitano la loro attività pastorale a diretto contatto con le realtà più difficili, come se la strada fosse la loro terra di missione.

Un primo esempio tra i preti di strada può essere rintracciato in San Gaspare del Bufalo (1786-1837), che si è occupato per tutta la vita degli ultimi e degli emarginati e ha fondato la Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue nel 1815. L’espressione è però nata in epoca moderna, sopratutto in America Latina e in Europa nel ’68 e negli anni della Contestazione, con l’idea di sviluppare una giustizia sociale in una dimensione cristiana.

I settori in cui queste straordinarie figure operano sono i più vasti. Si spazia dall’emarginazione sociale, alla povertà economica ed educativa, fino alla tossicodipendenza e alla prostituzione. Spesso sono nate parallelamente associazioni che prevedono la partecipazione di volontariato laico.

Don Andrea Gallo

Don Andrea Gallo (1928-2013) merita un posto importante fra i preti di strada italiani per aver fondato la Comunità San Benedetto al Porto in provincia di Genova.

Il prete trovò la miccia per la sua vocazione “sociale” presso la parrocchia del Carmine di Genova, nel 1970. Nel quartiere si scoprì un giro di spaccio di hashish e Don Gallo, nell’omelia domenicale, ricordò che vi erano altre droghe, come quella del linguaggio, per cui un ragazzo può diventare «inadatto agli studi», oppure quella di un bombardamento utilizzato per giustificare un’«azione a difesa della libertà».  I conservatori lo accusarono di essere comunista e queste parole scatenarono l’ira dell’arcivescovo di Genova, il cardinale Giuseppe Siri, che lo fece trasferire sull’isola di Capraia.

Nel 1970 fu accolto dal parroco di San Benedetto al Porto, dove fondò l’omonima comunità. Lì si impegnò a favore della pace, del recupero degli emarginati e della legalizzazione delle droghe leggere.

preti di strada

Don Andrea Gallo.

Nel 2006 si fece multare per aver fumato uno spinello davanti al Palazzo Doria-Tursi, partecipò nel 2009 al Genova Pride e nel 2012 presentò il primo calendario trans della storia italiana, il Calendario Princesa 2012, dal nome di una canzone di Fabrizio De Andrè. Si è poi dichiarato favorevole al sacerdozio femminile.

Come disse lo stesso Don Gallo nel 2007, ai microfoni di Rai 3: «I miei vangeli non sono quattro… Noi seguiamo da anni e anni il vangelo secondo Fabrizio De André, un cammino cioè in direzione ostinata e contraria. E possiamo confermarlo, constatarlo: dai diamanti non nasce niente, dal letame sbocciano i fiori».

Don Lorenzo Milani

Don Lorenzo Milani (1923-1967) può essere ricordato come uno dei maggiori esponenti tra i preti di strada negli anni della Contestazione.
Egli è noto sopratutto per aver dato vita alla Scuola di Barbiana, in provincia di Firenze.

preti di strada

Don Lorenzo Milani.

L’arcidiocesi di Firenze, a causa di dissapori con il prete, lo inviò a Barbiana, un paesino sperduto nelle colline fiorentine. Proprio qui, dal 1954 al 1967 condusse una delle più rivoluzionarie esperienze pedagogiche del Novecento. La Scuola di Barbiana si configurava come una critica alla scuola tradizionale, che invece veniva definita «un ospedale che cura i sani e respinge i malati», in quanto non si preoccupava di aiutare gli alunni provenienti dalle classi sociali meno abbienti, ma valorizzava solamente i ragazzi delle classi agiate.

Per il parroco di Barbiana, fondamentale era l’utilizzo della parola: solamente utilizzandola in modo corretto, i meno abbienti si sarebbero emancipati, colmando il divario con i più ricchi.
Seguendo questo obiettivo, vi erano tre principi fondamentali: non bocciare, poiché la bocciatura allarga ancora di più il divario, offrire la scuola a tempo pieno, senza pause o vacanze, perché nei mesi estivi i figli dei contadini sarebbero andati a lavorare, dimenticando tutto quello che avevano imparato nel corso dell’anno, e infine dare uno scopo agli svogliati, in quanto solamente porre un obiettivo avrebbe prodotto uno sforzo per raggiungerlo.

Nel 1967 uscì Lettere ad una professoressa, libro scritto da Don Milani e dagli allievi stessi della scuola. Nel volume sono indicate le direttive pedagogiche della scuola e le critiche al sistema scolastico esistente all’epoca.
Morì nel 1967 a causa di un linfoma, ma volle restare vicino ai suoi ragazzi fino all’ultimo, perché «imparassero cosa sia la morte», come sosteneva.

Don Pino Puglisi

Don Pino Puglisi (1937-1993) è stato il primo martire della Chiesa ucciso dalla mafia. Fin da subito, ha dimostrato una grande passione educativa, affiancando all’attività pastorale quella di insegnante in molte scuole siciliane. Nel 1990 divenne il parroco della Chiesa di San Gaetano,  nel quartiere Brancaccio di Palermo, all’epoca dominato dai fratelli Graviano, affiliati al boss Leoluca Bagarella.

L’attività di Don Puglisi era incentrata non tanto sull’allontanare dal vortice della mafia i giovani già coinvolti, ma sul non fare entrare chi era ancora fuori.
Attraverso giochi e attività di gruppo, cercava di far capire ai giovani che era possibile ottenere rispetto anche senza usare violenza o prepotenza, ed era solito pronunciare omelie apertamente contro la mafia.

preti di strada

Don Pino Puglisi.

Il 15 settembre 1993, nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, fu ucciso con un colpo di pistola alla nuca davanti al portone della sua abitazione. Nel 1997, per l’omicidio furono arrestati il latitante Salvatore Grigoli, che divenne collaboratore di giustizia, e Gaspare Spatuzza, che si convertirà al cristianesimo in carcere. Quest’ultimo ha raccontato le ultime parole del parroco prima di essere ucciso: «Me lo aspettavo», detto con il sorriso. Furono poi arrestati i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano in qualità di mandanti dell’omicidio.

Nel 2013 è stato beatificato da papa Benedetto XVI, e nel 2015 è stato insignito della Medaglia d’oro al valor civile, con la seguente motivazione: «Per l’impegno di educatore delle coscienze, in particolare delle giovani generazioni, nell’affermare la profonda coerenza tra i valori evangelici e quelli civili di legalità e giustizia, in un percorso di testimonianza per la dignità e la promozione dell’uomo. Sacrificava la propria vita senza piegarsi alle pressioni della criminalità organizzata. Mirabile esempio di straordinaria dedizione al servizio della Chiesa e della società civile, spinta fino all’estremo sacrificio. 15 settembre 1993, Palermo».

Don Camillo

Probabilmente Don Camillo, interpretato dall’attore francese Fernandel, non rientra a pieno titolo nella categoria dei preti di strada, ma il personaggio nato dalla penna di Giovannino Guareschi è un presbitero decisamente fuori dall’ordinario. Nei libri e nelle pellicole cinematografiche, il suo acerrimo nemico è Giuseppe Bottazzi, detto Peppone, il sindaco del piccolo paese di Brescello, in provincia di Reggio Emilia.

Don Camillo e Peppone.

Peppone, interpretato da Gino Cervi, è sempre nei pensieri di Don Camillo, prete impegnato politicamente nella propaganda anticomunista portata avanti dalla Democrazia Cristiana. Nelle famose chiacchierate con il Cristo parlante però, Don Camillo condanna sempre l’ideologia, mai la persona. D’altra parte, Peppone è libero dagli schemi del Partito, in quanto va a messa e ha fatto battezzare suo figlio, chiamato Libero Antonio Camillo Lenin Bottazzi, in onore di Don Camillo.

Le varie difficoltà faranno emergere la reciproca stima, e i due sono sempre pronti ad aiutarsi l’un l’altro, andando contro le direttive della Chiesa o del Partito Comunista Italiano. Nel film Il ritorno di Don Camillo, del 1953, il parroco si trova a fronteggiare una tremenda alluvione. Don Camillo non esita ad aiutare i suoi compaesani, scendendo per le strade ormai allagate muovendosi in barca.

Altra scena da ricordare si trova nella pellicola Il compagno Don Camillo, del 1965, nel quale si vede Don Camillo in viaggio verso la Russia con Peppone e i suoi uomini. Il Brusco, un “compagno”, ha promesso all’anziana madre di accendere un cero sulla tomba del fratello caduto in guerra proprio in Russia: è proprio Don Camillo ad aiutare l’uomo, superando ancora una volta le diversità politiche. Nello stesso film, Don Camillo aiuterà il prete del piccolo paese russo a riprendere il proprio posto e a celebrare il sacramento dell’Estrema Unzione nei confronti di una donna in fin di vita. Il sindaco comunista del piccolo paese russo aveva trasformato la chiesa in un granaio e il prete viveva in condizioni di clandestinità.

0 Condivisioni

Marco Capriglio

Sono nato a Scandiano, nella terra di Lazzaro Spallanzani e dell'Orlando, nel 1996. Laureato in Scienze dell'Educazione e laureando in Scienze Pedagogiche presso l'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, lavoro come educatore e sogno la cattedra come docente di sostegno.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.