Anoressia nervosa: il racconto di chi l’ha sconfitta

anoressia nervosa
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L’anoressia nervosa è uno dei peggiori mali che affliggono i giovani e le giovani al giorno d’oggi. Il termine anoressia deriva dal greco e significa “mancanza di appetito”: spesso questo termine è utilizzato in maniera impropria come sinonimo di anoressia nervosa, patologia che insieme alla bulimia rappresenta uno dei principali disturbi del comportamento alimentare.

Secondo i dati del Ministero della Salute, l’anoressia nervosa colpisce prevalentemente le donne, con una incidenza di quasi nove casi all’anno su centomila persone. Il tasso di guarigione è del 20-30% tra i due e i quattro anni, mentre è oltre il 70% dopo otto o più anni dall’esordio. Purtroppo nel 10-20% dei casi si sviluppa una condizione cronica, che persiste per tutta la vita.

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Foto: Pixabay.

Il trattamento dei disturbi alimentari richiede strutture e personale altamente specializzato, in cui sia presente l’associazione di un trattamento nutrizionale ad uno psicoterapeutico.

Oggi theWise Magazine incontra Sabrina (nome di fantasia), una ragazza che è riuscita a sconfiggere l’anoressia nervosa.

Ciao, grazie di essere qui con noi. Ti ringrazio in anticipo, so quanto possa essere difficile raccontare la tua esperienza. A che età si sono rivelati i primi sintomi?

«Ciao, sono contenta di essere qui a raccontare la mia storia. Ho iniziato fra i diciassette e i diciotto anni. Ho perso in totale diciotto chili, molto velocemente, nel giro di poco più di due mesi. Ero arrivata a pesare meno di quaranta chili per un metro e sessantacinque di altezza. Mangiavo pochissimo, cercavo di ridurre l’assunzione di cibo al minimo indispensabile. Ricordo che stavo attentissima a quello che mangiavo: pesavo ogni singolo grammo e calcolavo ogni singola caloria. Tenevo addirittura un diario sul quale annotavo quello che mangiavo ogni giorno, con le relative calorie».

Come ha influito questa situazione nella tua vita sociale e nelle tue amicizie?

«Quando non vuoi mangiare niente, molte uscite con gli amici vengono limitate: niente cene, compleanni, pizzeria o ristorante giapponese. Riusciva difficile anche solo fare aperitivo, perché tutti ti guardano e vedono che non mangi. Peggio ancora, ero preoccupata perché non sapevo cosa ci sarebbe stato nel cibo che avrei mangiato. A casa mia le zucchine le facevo senza olio, ma al ristorante, quanto olio metteranno? Queste erano le domande che mi assillavano, e la risposta era sempre la stessa. Resto a casa.
Un altro particolare che ricordo è la sofferenza per il freddo. Ero magrissima, ridotta quasi all’osso,  e ogni soffio di vento invernale era per me una sofferenza».

Quanto ti sei resa conto di essere anoressica? Come è avvenuto il contatto con i servizi?

«Rendersi conto di essere malati è molto difficile, nonostante molte persone cerchino di fartelo capire. Mi sono resa conto di essere anoressica solo alla fine del percorso. Solamente a quel punto, guardandomi indietro, sono riuscita a capire quanto veramente fossi magra e malata. Sono entrata in contatto con i servizi quando i miei genitori hanno deciso di portarmi in un centro specializzato, qui nella mia provincia di residenza. Non mi è mai piaciuta l’idea, ho sempre rifiutato ogni tipo di aiuto. Devo dire però che mi sono trovata molto bene con il nutrizionista, che mi ha aiutata tantissimo».

«Quale è stata la parte più dura del tuo percorso?

«La parte più difficile del mio percorso di guarigione è stata quando ho dovuto fare i conti con quei sentimenti che mi avevano ridotto in questo stato. Se si arriva a stare così male, significa che al di sotto si nasconde una problematica molto grande, che non si vede, o che nemmeno si è consci di avere. La chiave è riuscire ad accettare quella situazione, o attivarsi per cambiarla, ma in modo sano e consapevole. Ricordo che è stato molto difficile anche ricominciare a mangiare: ho ricominciato piano piano, con l’aiuto del nutrizionista del centro specializzato. Quando ho ricominciato a stare meglio, mi sono posta degli obiettivi, come l’università. Volevo assolutamente riuscire, vedevo la vita un po’ meno scura, un po’ più normale».

Ora come stai? Pensi mai che il passato possa in qualche modo ritornare?

«Ora sto bene, grazie! Ho ripreso tutti i chili persi, anche di più! Lo dico sorridendo, ma ogni tanto mi tornano pensieri negativi. Spesso penso a un possibile futuro stress, come la gravidanza. Mi chiedo se sarò in grado di gestire quel genere di situazioni, sia dal punto di vista emotivo che da quello alimentare. Ora però so di non essere sola e so che sono paure che possono venire, ma che come sono venute, possono e devono andare via».

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Foto: Pixabay.

Cosa si nasconde dietro i disturbi alimentari? Cosa li scatena?

«Bella domanda. Penso ci sia una depressione, in atto o che sta per esplodere, molto grande. Si nasconde un senso di rabbia e di vuoto, come se ci fosse qualcosa che non funziona e che non si riesce a cambiare, o ad accettare, in nessun modo. Allora l’unica cosa possibile è controllare l’assunzione di cibo, annientandosi, in modo da avere l’apparenza di riuscire a controllare almeno una cosa nella propria vita, cioè la fame. In questo modo, si riesce a non pensare a tutto il resto, che crea ansia e disagio. Ora sono guarita, ma se ci ripenso, non vedo altro che rabbia, tantissima rabbia».

Cosa diresti a te stessa diciassettenne? E ai tuoi genitori?

«A me stessa diciassettenne, direi che la rabbia che la spinge a comportarsi in questo modo, come sentimento, è normale, ma non è normale il modo in cui si reagisce. Bisogna trovare un posto in noi stessi per la rabbia, e che questa rabbia non è necessariamente incompatibile con il bene che si può provare verso quella persona o quella situazione che scatena però così tanta frustrazione. Le cose si possono cambiare e, molto spesso, si cambiano cambiando semplicemente opinione sulle cose stesse.

Ai miei genitori invece direi di sopportare questo periodo, perché passerà. Con il senno del poi avrei anche detto di non mettermi eccessivamente sotto pressione e di non aumentare le mie ansie, anche se in modo involontario. Penso sia meglio fare vivere una persona in un ambiente che quella stessa persona possa definire felice, piuttosto che chiedere con insistenza di ricominciare a mangiare».

Cosa diresti invece oggi a una persona che soffre di anoressia nervosa? Quali consigli puoi dare ai genitori?

«A una persona che soffre di anoressia nervosa, oggi direi di cercare di guardare nel profondo del proprio cuore. Direi che non è necessario farsi tutto quel male, perché sicuramente i sentimenti, le ansie e le paure che scatenano questo stato non riguardano il cibo. Quello è solo un modo per sfogarsi.
Farsi aiutare è fondamentale per guarire, ma il percorso medico e psicoterapeutico funziona solo se ci si crede in prima persona: a me ha aiutato molto il fatto di essermi affidata, o meglio, di essere stata affidata a professionisti esperti e specializzati sui disturbi alimentari. Il mio consiglio è quello di affidarsi sempre a questo tipo di persone, abituate a trattare vere e proprie fobie, come nel caso dell’anoressia e della bulimia.

Ai genitori direi sempre di sopportare, di portare pazienza, anche se so quanto possa essere difficile. Raccomanderei di fare vivere il proprio figlio o la propria figlia in un ambiente sereno, e cercare il dialogo, anche quando sembra che non ci siano speranze di comunicare».

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Marco Capriglio

Sono nato a Scandiano, nella terra di Lazzaro Spallanzani e dell'Orlando, nel 1996. Laureato in Scienze dell'Educazione e laureando in Scienze Pedagogiche presso l'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, lavoro come educatore e sogno la cattedra come docente di sostegno.

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