Tokyo 2020: l’Olimpiade rimandata

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Nel linguaggio anglosassone (più precisamente statunitense) esiste un’espressione utilizzata per aggettivare una situazione in cui si cerca a tutti i costi di essere il numero uno. È stato Michael Jordan a prestare il suo nome alla sua lingua, tanto che ormai, universalmente, dire: «I want to be like Mike» significa voler essere il numero uno. In tutto. Tanto nello sport, quanto nella vita. A dimostrazione che con il talento e il duro lavoro, si può arrivare dappertutto. Persino diventare un’icona mondiale. Persino vincere un’Olimpiade.

Se è vero che la mentalità di un atleta vincente si costruisce in allenamento, è vero anche che la gara è il palco dove le prove generali si trasformano in spettacolo. E l’auditorium che più di tutti si cerca di riempire con voci inneggianti al proprio nome è, senza dubbio, quello con cinque cerchi disegnati sul parquet.

Perché to be like Mike significa arrivare dove è arrivato lui. In cima.

Al di là dello sport

Non conta lo sport. Quattro anni di preparazione per un singolo momento. Quattro anni di vita dedicati completamente all’allenamento, solo per poter farsi trovare pronti in quel singolo momento. Che deciderà se il collo è pronto a reggere il peso di una medaglia olimpica, o se bisognerà faticare ancora per poter riuscire a mettersi l’alloro in testa. L’unico sguardo è quello rivolto al risultato, la somma di tutte le fatiche fatte anche solo per poter arrivare a indossare la bandiera della propria nazione vicino al cuore.

Nati per far competere in tempi dove le guerre venivano addirittura bloccate per permettere il loro svolgimento, i Giochi Olimpici moderni sono nati dalla mente del barone de Coubertin; e tranne durante i due conflitti mondiali, si sono sempre disputati ininterrottamente dal 1896. Fino a oggi. Perché il 2020, oltre a mietere vittime per colpa del Covid-19, ha infranto i sogni di molti atleti che da quattro anni aspettavano questo momento.

L’Olimpiade rimandata di Tokyo 2020

C’era chi doveva difendere un titolo, chi magari voleva provare ad agguantarlo per la prima volta, chi era alla sua prima Olimpiade. E poi, ultimi ma non ultimi, tutti quegli atleti che dopo Tokyo si sarebbero appropinquati a vivere una vita al di fuori del loro professionismo sportivo. E proprio a loro sono dedicate queste righe.

A quei sognatori che hanno perso e vinto, combattuto e resistito, che sono caduti e che si sono rialzati. A loro che nonostante l’età erano pronti a ributtarsi in vasca, su una pedana, in pista, su una bici. Erano pronti a dare seguito e fine a un sogno raggiunto magari più volte, ma che si voleva concludere in grande prima di svegliarsi del tutto.

olimpiade rimandata

Foto: wikimedia.org

Perché l’Olimpiade è quell’isola che non c’è a cui tutti aspirano di poter vedere le sponde, in cui pochi attraccano, ma che quando riescono non vogliono abbandonare più. E provano a viverci emulando Peter Pan, lasciando però a lui la sindrome della crescita e tenendosi per loro quella della vittoria tanto agognata. Senza ricordarsi che però la sveglia e il coccodrillo sono sempre lì pronti, a un certo punto, a suonare il rintocco. Ricordando a quei bimbi che purtroppo sono diventati grandi.

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Per chi sarebbe stata la prima?

Atletica – Per gli amici è Gimbo, per chi non segue l’atletica è Gianmarco Tamberi. «Quello con la barba a metà», sì. A Rio de Janeiro il marchigiano sarebbe arrivato da campione mondiale ed europeo indoor. Insomma se non il favorito, probabilmente uno dei nomi papabili per una medaglia. Ma Gimbo quell’Olimpiade non l’ha mai fatta. Perché durante una gara ha voluto osare, come solo i grandi fanno. E la fortuna (nel senso latino del termine) ha deciso di remargli contro.

A Tokyo sarebbe arrivato con la grinta e la voglia di dimostrare che l’infortunio era solo un cattivo ricordo. Quando aveva cominciato a sentire l’odore della rivalsa, gli è stato tolto un’altra volta dal fato. E adesso avrà un altro anno per prepararsi e poter vivere al meglio l’Olimpiade.

Atletica – Se si pensa all’uomo più veloce di sempre in Italia, è senza dubbio Pietro Mennea l’immagine che viene in mente. Ma da qualche mese a questa parte, in Italia c’è un ragazzo che ha accostato la sua foto a quella della Freccia del Sud, un giovane milanese capace di scendere sotto i dieci secondi nei 100 metri.

Gianmarco Tamberi e la sua halfshave Foto: wikimedia.org

La sua partecipazione era una delle più attese, dato che per la prima volta un atleta italiano sarebbe potuto tornare ad avvicinare i colori azzurri a una finale olimpica nella gara regina dell’atletica leggera.

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Chi avrebbe detto basta?

È dunque il tempo che impedisce agli atleti di continuare per sempre a girovagare nella loro isola che non c’è. E la capitale giapponese avrebbe probabilmente assistito agli ultimi sforzi di molti atleti che, in questi anni, hanno reso grande il loro sport.

SchermaElisa Di Francisca è un nome che in molti, prima di Londra 2012, non hanno mai sentito. Eppure, dopo il meraviglioso podio tutto italiano all’Olimpiade albionica, il suo nome sul gradino più alto è stato uno sprone decisivo per molti ragazzi che stavano pensando a lasciare le pedane. Elisa ebbe un crollo a vent’anni, ma una volta ripresa abbassò la testa e lavorò duro, fino a vincere l’oro contro e con (nella prova a squadre) la connazionale Errigo nel 2012 (e davanti all’eterna Valentina Vezzali) e l’argento nel 2016 a Rio.

Quella giapponese sarebbe stata probabilmente l’ultima Olimpiade della jesina, che si sarebbe poi dedicata alla famiglia e, in particolar modo, al figlio Ettore.

Una giovane Elisa di Francisca due anni dopo la consacrazione di Londra 2012. Fonte: wikimedia.org

Nuoto – Ad Atene 2004 Federica Pellegrini aveva sedici anni. Una bambina. E rimase quanto mai nella memoria il suo volto torvo dopo aver vinto la medaglia d’argento in quelli che sarebbero poi diventati i suoi 200 stile libero. In Grecia mise in mostra le capacità che negli anni a seguire mostrò a tutti. Mondiali, Europei, Olimpiadi; tra le piscine d’Italia devono essere stati in tanti a pensare «I want to be like Fede».

Ma di divina ce n’è una. E per vederla all’opera nella sua ultima vasca, bisognerà aspettare il 2021. Perché l’ultima Olimpiade è una cosa seria. E abbandonare la piscina con uno sguardo torvo non è decisamente nei piani.

Sarà il 2021 a ospitare i Giochi Olimpici dopo l’Olimpiade rimandata

L’ufficialità è arrivata qualche mese fa, in seguito a numerose riunioni tra CIO e Comitato Organizzatore giapponese. Ovviamente le varie Organizzazioni mondiali sanitarie e le altre voci grosse del mondo sportivo hanno optato per la soluzione più logica e, purtroppo, drastica: il rinvio. Sarà infatti il 2021 a ospitare la prossima Olimpiade, proponendosi prepotentemente (si spera) come anno di rivalsa sotto tanti aspetti, in questo caso sportivamente parlando.

Ma il fatto che non si sia arrivati alla cancellazione dei Giochi è sintomo di una volontà forte, da parte di tutte queste organizzazioni, che ha fatto sì che si potesse arrivare a un metodo risolutivo. Certo, tra un anno gli atleti citati avranno un anno in più e sicuramente saranno ancora più vicini all’addio dall’isola che non c’è olimpica. E probabilmente non tutti saranno in grado di definirsi o essere pronti e prestanti per i Giochi che verranno.

Però una cosa è certa: ognuno di loro cercherà fino in fondo di dare forma a quel sogno da bambini che hanno portato avanti fino all’età adulta. Per accostare il loro nome a un I want to be like.

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