Università e coronavirus: come si riparte

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A settembre gli studenti delle università italiane tornano in aula, dopo mesi di didattica e esami online, causa coronavirus. E se gran parte del dibattito pubblico si è concentrato sulla riapertura delle scuole, con la ministra dell’Istruzione Azzolina sotto l’occhio vigile dell’opinione pubblica, il ministro dell’Università Gaetano Manfredi è parso tanto marginale da sembrare una comparsa. Così come gli studenti che fino al marzo scorso frequentavano gli atenei.

Ora la situazione appare più nitida. Mascherine, didattica mista, aule a numero chiuso. Queste le linee guida per garantire il diritto allo studio in sicurezza. E mentre la convivenza con il coronavirus fa spazio a nuove insidie – come il rischio di tornare in aula con un numero di studenti molto inferiore alla norma, o addirittura il rischio di una seconda ondata – l’università ripensa il concetto di didattica, i suoi strumenti e le modalità di accesso.

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Il ministro dell’università e della ricerca, Gaetano Manfredi.


Le nuove modalità

Si riparte con la didattica mista, ciò vuol dire che alcuni studenti seguiranno le lezioni in aula, mentre altri seguiranno le lezioni online. Le aule saranno a numero chiuso, con capienza ridotta del 50% per permettere il distanziamento. Per andare a lezione, dunque, ci si dovrà prenotare. Ciascun ateneo ha studiato un sistema di prenotazione dei posti accessibile tramite app, grazie alle quali sarà possibile scegliere il posto in aula, produrre una ricevuta da stampare o salvare e mostrare direttamente dallo smartphone. Una volta esauriti i posti, chi rimarrà fuori potrà seguire le lezioni trasmesse contemporaneamente in streaming da casa, oppure essere ripescato dalla lista d’attesa nel caso in cui si liberi un posto. Negli atenei con maggiore affluenza, la presenza in aula degli studenti è organizzata in turni a rotazione. E non è escluso che le lezioni si terranno anche il sabato.

Si indossa la mascherina, sempre. Da quando si mette piede nell’ateneo, quando si è seduti in aula, in biblioteca, durante la spiegazione del docente, fino a quando si esce. Si cercherà di mantenere il metro di distanza anche nelle aule organizzate con un sistema di sedute fisse. Gli spazi dovranno essere frequentemente sanificati e dotati di gel igienizzanti per le mani. Come nelle scuole, non sarà misurata la febbre all’entrata della facoltà, ma si richiede agli studenti di rimanere a casa in presenza di sintomi come febbre, raffreddore e tosse e di avvertire l’ateneo, il quale lo comunicherà alle autorità sanitarie, considerando, caso per caso, l’eventualità di chiudere la struttura.

Esami e laboratori, invece, saranno solo in presenza, con le dovute precauzioni e secondo le modalità scelte da ciascun ateneo.

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Gli effetti della nuova università

Si può dire che l’effetto della pandemia sull’università sia stato quello di rivelare quanto essa fatichi ad entrare nel dibattito pubblico o nell’agenda politica. Se non passa per un’appendice della scuola destinata a pochi, viene ignorata. Conte stesso non ha mai parlato agli universitari durante le sue dirette in lockdown, che invece i ragazzi seguivano con aspettative. Il numero degli studenti che potrà seguire le lezioni in presenza è stato dimezzato anche perché le aule delle università italiane hanno problemi di sovraffollamento da ben prima del Covid e l’assenza di investimenti in ambito accademico ha impedito la modifica delle strutture per adattarsi alle regole del distanziamento.

Ma ignorare i ragazzi ha conseguenze dentro e fuori gli atenei. Si temeva un calo di iscritti, almeno per ora non c’è stato. Alcuni giovani, però, preferiscono restare nella regione di appartenenza. Cala dunque il numero dei fuori sede. In effetti, oltre al timore di un secondo lockdown da passare lontano da casa, c’è anche un problema di convenienza: vale la pena pagare l’affitto – di solito molto caro – in un’altra città per seguire le lezioni online? Non molto, se non si hanno le possibilità. Perciò, no, i giovani non rinunciano ad iscriversi all’università, ma cercano di farlo negli atenei più vicini alla loro residenza o nella loro regione. Scelta che porta il giovane universitario a scendere a compromessi, e a optare per ciò che è più comodo ed economico. Inoltre, il mercato immobiliare iniziare ad accusare i primi colpi del mancato afflusso di fuori sede, i quali, non trasferendosi o non rientrando nelle città universitarie per eccellenza, contribuiscono anche al peggioramento dei ricavi di molte attività che si reggevano sulla presenza di studenti o giovani lavoratori.

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Fabiana D'Eramo

Del '97, romana, laureata alla Sapienza in Comunicazione, tecnologie e culture digitali, ora frequento la magistrale in Media, Comunicazione digitale e Giornalismo con il preciso obiettivo di diventare giornalista e occuparmi di politica. Scriverei di qualunque cosa, ma quella per la politica è una strana passione che non mi so spiegare, ma c'è ed è ingombrante.