Andragogia in medicina: perché insegnare a medici e infermieri?

Andragogia in medicina: perché insegnare a medici e infermieri?
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La domanda è provocatoria e la risposta sembrerebbe scontata, ma ci consente di analizzare i (pochi) dati disponibili e riflettere sull’importanza formativa in un ambito che è complesso e delicato. L’andragogia è un approccio che può aiutare a districare questa matassa. La necessità di formazione continua e aggiornata è evidente e viene rimarcata come uno dei punti fondamentali nel creare e mantenere prestazioni sanitarie sicure, aggiornate e di alto livello.

L’insegnamento e la formazione di nuove generazioni di medici specialisti sono l’anima di una scuola di specializzazione. L’adeguato apprendimento da parte dei discenti è fondamentale per garantire che la qualità delle prestazioni ai pazienti sia sempre ai massimi livelli possibili e aggiornata con le conoscenze contemporanee.

Per portare a termine in maniera adeguata ed efficace questo compito delicato, complesso e molto importante dal punto di vista sanitario, culturale ed etico, è necessario comprendere quanto l’insegnamento agli adulti presenti delle peculiarità e caratteristiche proprie, che lo differenziano dal classico modello dell’insegnamento ai bambini, comunemente inteso come pedagogia.

La ricerca di una metodologia didattica applicabile alla popolazione adulta: l’andragogia

Dalla fine degli anni Sessanta alla fine degli anni Novanta circa, l’educatore americano Malcom Knowles si dedicò allo studio degli aspetti che caratterizzano l’apprendimento nell’adulto e allo sviluppo di teorie e metodi per migliorare l’insegnamento rivolto a questa popolazione. Il modello da lui elaborato prese il nome di andragogia, termine composto da aner (che vuol dire uomo, e per esteso adulto) e ago, che vuol dire condurre. Questo approccio si diversifica dalla pedagogia, l’insegnamento ai bambini. Fin dagli inizi del XX secolo si era sviluppato un nuovo interesse per le teorie dell’apprendimento nell’adulto: in questo, Knowles si presenta come colui che riprende, rielabora e propone secondo un metodo schematico le conoscenze precedenti.

Il primo punto per affrontare questo argomento è l’identificazione dei destinatari ultimi dell’istruzione, la definizione di chi è un “adulto”. Ben consci che la definizione dell’età adulta sia un concetto relativo a uno specifico contesto storico e socioculturale, è possibile semplificare identificando un adulto come un soggetto che si inserisce nel mondo del lavoro o che assume un ruolo maturo per la società in cui è inserito, lasciando il ruolo sociale di studente a tempo pieno.

In questa definizione si inseriscono bene i destinatari in formazione dellambiente medico, ovvero medici in formazione di una scuola di specializzazione medica, che iniziano attività pratiche in ambito lavorativo, con una remunerazione mensile (seppure sotto forma di borsa di studio) e un progressivo incremento del carico di responsabilità.

Andragogia
Foto: Pixabay.

I principi dell’andragogia

Knowles identificò determinate caratteristiche peculiari dell’adulto come discente, che devono essere utilizzate come presupposti nell’avvicinarsi al processo educativo.

  • Concetto di sé (self-concept): col progredire verso l’età adulta, l’individuo si allontana dalla necessità di essere dipendente, passando a una condizione di autodeterminazione e autonomia, al punto che gli adulti tendono a opporsi a situazioni in cui percepiscono un’eccessiva imposizione di volontà altrui.
  • Esperienza: a differenza dei bambini, gli adulti si affacciano a un’attività di apprendimento con un più o meno vasto bagaglio di esperienze precedenti; se esaminate e sfruttate adeguatamente, queste esperienze rappresentano una risorsa educativa, oltre che motivazionale, estremamente valida.
  • Disponibilità all’apprendimento: un adulto è maggiormente predisposto all’apprendimento di nozioni e competenze che percepisce come strettamente correlate al proprio valore lavorativo e sociale. L’apprendimento è quindi legato a quanto l’argomento è rilevante per quello che il discente identifica come proprio ruolo.
  • Prospettiva temporale e orientamento dell’apprendimento: mentre il bambino impara nozioni che serviranno probabilmente molto più avanti nella propria vita, l’adulto è interessato e maggiormente attratto da informazioni e competenze che può mettere in atto rapidamente per la propria pratica lavorativa o il proprio ruolo sociale. L’apprendimento dell’adulto è quindi incentrato sui problemi e sulla risoluzione di questioni pratiche, più che verso conoscenze teoriche pure e fini a sé stesse.
  • Motivazione nell’apprendimento e bisogno di sapere: mentre il bambino è generalmente influenzato da “moventi esterni”, che lo spingono a imparare o lo inseriscono nei processi di apprendimento, l’adulto è mosso dal desiderio interiore di autorealizzazione, di miglioramento e di raggiungimento di obbiettivi lavorativi e sociali. D’altro canto, l’adulto approccerà uno strumento formativo se ne avverte l’utilità nella possibilità di crescita, quindi ha “bisogno di sapere perché ha bisogno di sapere”, deve avvertire ed essere informato sul fatto che le competenze acquisite potranno essergli utili.

Progettazione dell’attività formativa

La seconda parte sviluppata da Knowles riguarda quello che lui chiama andragogical process design, ovvero i principi per creare un’esperienza di apprendimento efficace e adeguata nell’adulto.

Il primo passo è la preparazione dei discenti all’apprendimento. Si tratta in realtà di una parte molto estesa nella pianificazione dell’esperienza educativa. Coinvolge tutta la parte “attrattiva” della formazione, quindi la presentazione del corso, nei suoi aspetti più pratici e pragmatici (orari, sede, eventuale costo, materiale da portare ed eventuali procedure di registrazione).

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Foto: Pixabay.

Il passo successivo tende a stabilire un clima che sia favorevole all’apprendimento. In questa fase si pone attenzione sia al setting fisico, cioè l’impostazione dell’aula e dell’ambiente in cui si svolgerà la formazione, sia al setting psicologico, che riguarda l’orientamento del gruppo di lavoro e del formatore nell’impostare un clima che Knowles riassume con un unico aggettivo: umano. Termine inteso negli aspetti di mutua fiducia e rispetto, collaborazione, supporto, apertura, autenticità e piacevolezza.

L’andragogia prevede che tutti i discenti, in quanto adulti, siano coinvolti nella pianificazione delle attività, in quanto essi sono attivi e consci delle loro necessità formative. Lo studente adulto può così creare i propri obiettivi e i propri piani di apprendimento, indirizzati a una crescita personale e professionale. Compito del formatore è aiutare i discenti a portare a conclusione i propri obbiettivi di apprendimento, coinvolgendoli nel processo di valutazione dei propri risultati.

L’andragogia e i medici in formazione

Il medico in formazione emerge dall’apprendimento universitario indirizzandosi verso il proprio sviluppo e la definizione come figura professionale autonoma nelle decisioni e nella gestione dei pazienti. Ad esempio, lo specializzando in anestesia e rianimazione o terapia intensiva e del dolore sa che al termine del proprio percorso assumerà un ruolo di gestione e responsabilità diretta, unica e autonoma del paziente, sia nell’attività in terapia intensiva che a maggior ragione in sala operatoria.

Leggi anche: Io, anestesista, vi racconto la terapia intensiva.

Gli specializzandi vengono inseriti da subito nelle attività cliniche e quindi vengono a contatto rapidamente con molte tecniche e tecnologie peculiari tipiche della specializzazione. Queste prime esperienze sono un’ottima spinta all’apprendimento, nonché possibile strumento di raffronto con le informazioni trasmesse durante i corsi. Essendo a contatto quotidianamente con pazienti che necessitano di un trattamento intensivo, i medici saranno interessati a competenze e conoscenze che possano migliorare la loro pratica clinica di tutti i giorni e che possano essere utilizzate nell’immediato. L’insegnamento in questo ambito presenta quindi molti aspetti che facilmente ricalcano i principi indicati da Knowles.

Valutazione della metodologia didattica applicata

Una volta ideato e applicato un metodo di insegnamento, sarà necessario indagarne i risultati. In questo ambito complesso, gli effetti della formazione possono essere esplorati in diversi loro aspetti.

Il primo livello viene appunto suggerito da Knowles e riguarda gli effetti dell’attività formativa sul discente stesso, in termini di percezione delle proprie capacità, nonché di soddisfazione, ed è esplorabile nel modo più semplice con questionari di feedback sottoposti direttamente alla fine del corso.

Oltre all’autovalutazione e alla percezione soggettiva, è possibile un approccio più pragmatico, determinando in maniera oggettiva il miglioramento nelle competenze e conoscenze, con un esame che faccia uso di questionari o prove pratiche con casi clinici simulati al termine del corso, ma anche nell’applicazione clinica, identificando specifici outcome.

In entrambi questi casi, l’analisi può essere fatta sia con un confronto tra il prima e il dopo, su uno stesso gruppo di soggetti, oppure mettendo a confronto due gruppi che abbiano avuto tipi di formazione diversa, ad esempio comparando l’acquisizione delle conoscenze tra un gruppo di discenti che hanno ricevuto una formazione “classica” e un gruppo orientato all’approccio dell’andragogia.

Manuel Moneti

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Pubblicato da thewisemagazine

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