La raccolta sospesa: l’incerta Italia dei rifiuti

La raccolta sospesa: l’incerta Italia dei rifiuti
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Lo scorso dicembre, l’Istat ha pubblicato l’Annuario statistico italiano 2021 – un documento che, attraverso le statistiche, descrive la società italiana e la sua evoluzione durante il 2020.

Il suo secondo capitolo è dedicato all’ambiente e all’energia. Le informazioni raccolte dicono che, dopo il cambiamento climatico e l’inquinamento dell’aria, il problema ecologico che più preoccupa gli italiani è la produzione e lo smaltimento dei rifiuti. La questione è correlata alla raccolta differenziata e agli interventi ecologici previsti dal Governo.

Al centro dell’attenzione generale si trova l’immondizia urbana.

La situazione generale

I dati Istat più recenti per descrivere la situazione generale dell’Italia in merito ai rifiuti urbani si riferiscono al 2019. In quell’anno, i rifiuti prodotti nei centri abitati ammontano a circa trenta milioni di tonnellate, con un pro capite pari a 502,7 chilogrammi. Le città metropolitane (come Milano e Roma) e i capoluoghi di provincia producono un terzo di tutti questi materiali. In queste aree vive circa un terzo della popolazione italiana.

La regione del Nord Est è l’unica area geografica dove si registra un incremento nella produzione di rifiuti ed è anche la zona dove la quantità di rifiuti per abitante è maggiore. Tuttavia, guardando alle singole regioni, sono Emilia Romagna e Toscana a detenere il primato per la produzione di materiali da scartare a testa. Molise e Basilicata sono invece le più virtuose, ma sono in generale le isole a produrre meno spazzatura.

Per quanto riguarda il lato più economico della questione, il 2020 ha visto un incremento degli investimenti effettuati dal settore della gestione dei rifiuti. I suoi operatori hanno mobilitato 538 milioni di euro per rendere più efficiente il ritiro e il riciclo dei materiali di scarto.

Il dato è fornito dal Was Report 2021, elaborato da Althesys Strategic Consultants. Alessandro Marangoni, amministratore delegato di questa società che si occupa di ricerca economica ed elaborazione di strategie anche in ambito ambientale, si dice sicuro che «la gestione dei rifiuti, tema da sempre cruciale nel nostro Paese, sta arrivando a un livello di maturità nel recupero e nella valorizzazione dei materiali che attrae l’interesse di aziende impensabili fino a pochi anni fa». Significa una maggiore efficienza del sistema di raccolta differenziata e riciclaggio.

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La raccolta differenziata

Istat ha rilevato che nel 2019 i rifiuti oggetto di raccolta differenziata erano il 61,3 per cento del totale. L’area geografica più virtuosa è stata il Nord Est, mentre le Regioni che hanno superato il 65 per cento di scarti giustamente separati sono dieci.

È un risultato importante, perché il Decreto legislativo 152/2006 ha stabilito che entro il 2012 l’Italia avrebbe dovuto raggiungere appunto la percentuale del 65 per cento di rifiuti avviati alla raccolta differenziata. Quindi, se dieci regioni sono in linea con la normativa nazionale, l’intero Paese deve ancora fare uno sforzo.

Sono i capoluoghi di provincia e le città metropolitane a dover sentire di più questo dovere. È in questi centri, infatti, che si registrano le quote più basse di corretto conferimento dei materiali di scarto ed è da esse che proviene circa un terzo dei rifiuti italiani.

In generale, sul territorio nazionale si registrano alcune buone pratiche che prendono la forma di campagne di sensibilizzazione e di politiche di riduzione di carta e plastiche negli uffici comunali e nelle scuole. Ma non sono sufficienti. Soprattutto per quanto riguarda gli imballaggi – quindi carta, vetro e plastica.

Gli imballaggi

Nel 2020, il 73 per cento degli imballaggi immessi sul mercato è stato avviato al riciclo, una percentuale in crescita rispetto all’anno precedente. Luca Ruini, presidente del Conai (Consorzio Nazionale Imballaggi), la commenta parlando di «un record. Il tasso di riciclo più alto che il nostro Paese abbia conosciuto. Le nostre [del Consorzio, ndr] prime stime, a inizio anno, parlavano di un 71 per cento: alcuni di noi lo vedevano come un eccesso di ottimismo per un anno difficile come il 2020. Invece, le previsioni si sono rivelate addirittura troppo prudenti». E aggiunge che «oggi siamo secondi solo alla Germania in termini di quantitativi di imballaggi riciclati».

Quello che Ruini non dice è che l’incremento è dovuto anche a una minore quantità di imballaggi immessi sul mercato. La pandemia ha diminuito i consumi e le attività delle industrie e quindi le merci in circolo, determinando quindi una minore quota di materiali per imballaggi in circolo.

Nonostante ciò, quello dell’Italia è un buon risultato: il Paese ha infatti raggiunto con cinque anni d’anticipo l’obiettivo europeo che stabilisce di riciclare il 65 per cento degli imballaggi nel 2030. Esiste anche in questo caso un però, non di poco conto. Se infatti carta, vetro, alluminio e materiali biodegradabili vanno bene, gli imballaggi di plastica riciclati sono solo il 49 per cento. Meno della metà per uno delle maggiori cause di inquinamento ambientale.

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Il 2022 in ecologia

Quindi il quadro italiano in merito a raccolta differenziata, rifiuti urbani e riciclaggio è roseo ma non troppo. Il Paese potrebbe fare di più, soprattutto in merito a materiali molto critici come la plastica. La questione richiede responsabilità da parte dei cittadini, ma anche della politica.

Il Governo Draghi, che all’atto dell’insediamento si è dichiarato ecologista tanto da istituire il primo Ministero della Transizione ecologica, ha preso misure ambientaliste. Non sono tutte prive di criticità.

Procedendo con ordine cronologico, si comincia male.
Il Decreto-legge 228/21 (il cosiddetto Milleproroghe) ha posposto l’adozione dell’etichettatura ambientale per gli imballaggi. Secondo decreti precedenti, tutti gli imballaggi immessi sul mercato nel territorio italiano avrebbero dovuto avere un’etichetta per specificare la loro composizione e il corretto smaltimento per facilitarne il riciclo. La misura avrebbe dovuto diventare effettiva dal 1 gennaio 2022, ma lo diventerà dal 1° luglio dello stesso anno. Inoltre, dopo questa data e fino a esaurimento scorte, gli operatori potranno comunque immettere sul commercio imballaggi senza etichettatura ambientale se già presenti sul mercato o se già dotati di etichetta al 1° luglio. Insomma, l’etichettatura ambientale per tutti gli imballaggi sembra essere ancora una realtà lontana. Intanto, i dubbi sul corretto riciclo di questi materiali rimarranno.

Anche per la plastica, rispetto al cui uso c’è un urgente bisogno di cambiamento in meglio, la prima mossa disposta dal Governo Draghi nel 2022 ha una storia fatta di rallentamenti e posticipazioni.

Le sue origini risalgono all’anno scorso e precisamente al 3 luglio 2021, quando entra in vigore il divieto delle plastiche monouso stabilito dalla Direttiva europea 904/2019. Ora, in Italia la sua adizione ha suscitato numerose polemiche fuori e dentro le istituzioni. Il ministro della Transizione ecologica Cingolani e quello dell’Economia Giorgetti hanno espresso la necessità di ripensare il provvedimento, in modo da renderlo maggiormente efficace. Al loro fianco anche le industrie del settore della plastica, che hanno spronato la politica a ripensare il divieto. Motivavano la richiesta ricordando i posti lavori che sarebbero andati persi con la misura: «Sembra non interessi il futuro dei lavoratori del settore del packaging, eccellenza italiana nel mondo!», twittava il segretario di Confindustria Carlo Bonomi.

Dal prossimo 14 gennaio, comunque, la Direttiva europea sulle plastiche monouso sarà realtà anche in Italia. Infatti, il Decreto legislativo 196/21 stabilisce regole sulla restrizione e dimissione dell’uso dei prodotti in plastica monouso non biodegradabile e non compostabile. Coinvolge i prodotti in plastica monouso, in plastica oxo-degradabile (ossia che si microframmenta o si decompone chimicamente per azione dell’ossigeno) e gli attrezzi da pesca contenenti plastica.

La nuova normativa italiana non avrà un effetto universale immediato: consente infatti l’esaurimento scorte, per il quale non è stata prevista una data – nemmeno approssimativa. In altre parole, il momento in cui l’Italia si libererà della plastica più dannosa non è certo nonostante la presenza di una legislazione che lo prevede.

Altra scadenza importante è il 30 giugno, quando dovrebbe essere adottata la Strategia nazionale per l’economia circolare. È una mappa delle riforme necessarie per favorire la transizione ecologica dell’Italia. Definisce misure che riguardano sia l’ecocompatibilità dei prodotti sia il miglioramento della raccolta differenziata. Così, mentre stabilisce la necessità di un design ecologico delle merci per usare più materiali biodegradabili, prevede un migliore sistema di tracciabilità dei rifiuti.

Questo è fondamentale, anche per incontrare gli obiettivi europei in materia appunto di riutilizzo e riciclo dei materiali di scarto. La Direttiva comunitaria 851 del 2018, parte del pacchetto Ue sull’economia circolare, impone che entro il 2025 il 55 per cento dei rifiuti urbani deve essere riusato o riciclato, entro il 2030 il 60 per cento ed entro il 2035 il 100 per cento. Al 2019, l’Italia non era in una cattiva condizione, perché il tasso di riciclo dei rifiuti urbani raggiungeva il 51,4 per cento. Ma aveva (e ha ancora) il grosso limite di un sistema di raccolta e riciclo incapace di capire appieno quanti rifiuti siano davvero riusati e come lo siano.

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Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza

Sulla necessità di un miglioramento della gestione dei rifiuti insiste anche il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr, o Recovery Plan). La sua Missione 2, Rivoluzione verde e transazione ecologica, si occupa del tema. Prevede sia misure burocratiche che investimenti finanziari. Le prime sono dirette soprattutto a elaborare e attuare un piano nazionale di smaltimenti dei rifiuti. I secondi si concentrano sulle necessità della raccolta differenziata in ambito urbano e sulla creazione di nuovi impianti di trattamento e riciclaggio. I fondi stanziati ammontano a 2,1 miliardi, una cifra di molto superiore a quella stanziata dalle maggiori aziende del settore – oscillante tra i 3,5 e i 5,5 milioni tra 2017 e 2020.

Il 2022 è il primo anno di attuazione del Pnrr: vediamo quante delle sue previsioni si avvereranno.

Intanto, deve fare i conti con la nuova ondata pandemica. La crescita dei contagi e delle quarantene dovuta alla variante Omicron hanno rallentato il ritiro dei rifiuti urbani: a Roma e Firenze, le aziende che si occupano della raccolta dell’immondizia sono intervenute per chiedere maggiore attenzione verso la salute dei dipendenti e spiegare le loro difficoltà.
E le nuove norme prevedono un maggiore utilizzo delle mascherine e nuove modalità di consumazione in esercizi alimentari.
Aumentano insomma i rifiuti potenziali e diminuisce il numero degli operatori per la loro raccolta. Non proprio promettente.

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