«Serve un whatever it takes per l’ambiente»: parla l’onorevole Fioramonti

«Serve un whatever it takes per l’ambiente»: parla l’onorevole Fioramonti
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La fine del governo Conte e l’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi hanno rimescolato le carte dei gruppi parlamentari. Tra le novità di queste settimane si registra alla Camera la nascita di una nuova componente del gruppo misto, Facciamo Eco. Nella conferenza stampa di lancio i tre componenti – Rossella Muroni, Lorenzo Fioramonti, Alessandro Fusacchia – hanno annunciato il sostegno al nuovo esecutivo, la vicinanza alla famiglia degli Eurogreens e la collaborazione con la Federazione dei Verdi.

Già ministro dell’istruzione nel Conte I, economista, deputato, l’Onorevole Fioramonti ha spiegato a theWise Magazine gli obiettivi e le idee dietro questo nuovo progetto.

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Onorevole, cos’è questa nuova componente verde? L’emanazione parlamentare della Federazione dei Verdi o l’embrione di un partito del tutto nuovo?

«Né l’uno né l’altro per ora. Non è un partito, perché i partiti non si fanno in parlamento. Non è un’emanazione dei Verdi e non lo sarà – nemmeno abbiamo la tessera – ma riteniamo che un rapporto di collaborazione con loro sia indispensabile. La speranza è che attraverso il confronto con la Federazione e molte altre realtà si possa arrivare alla creazione di un nuovo soggetto trasversale che rilanci l’ecologia politica in questo Paese.

Abbiamo il termine “Eco” nel nome non a caso. È la radice tanto di economia quanto di ecologia, e rappresenta per noi l’indissolubilità dei due concetti. Non c’è sviluppo senza un ambiente vivibile e non c’è ecologia che funzioni senza creare lavoro e benessere».

Lei e i suoi colleghi avete background politici molto diversi. Come si mette assieme chi è stato eletto con Fratoianni e chi stava con Emma Bonino?

«Se l’ecologia vuole essere un progetto economico e di sviluppo maggioritario – come sta accadendo in Germania, Francia, Belgio – è necessario unire storie diverse ma convergenti. Io vengo da una storia di ecologismo scientifico, mi sono occupato di economia per anni, e rappresentavo quell’anima ecologista del Movimento 5 Stelle che col tempo è diventata sempre più minoritaria. Rossella Muroni rappresenta l’attivismo civico da sempre, e ha visto come LeU non abbia saputo fare il salto di qualità da accordo elettorale a vero soggetto politico. Fusacchia fa parte di quella tradizione liberale attenta alla questione ecologica e sociale. Mettendo assieme queste storie parliamo al contempo agli scienziati, ai giovani, ai cattolici, alle imprese che fanno sostenibilità, ai progressisti che non hanno voce. Purtroppo in Italia per troppo tempo l’ecologismo è stato solo una costola della sinistra, e questo ha impedito di parlare a ceti e generazioni diverse».

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Perché in Italia i Verdi non hanno avuto il successo che abbiamo visto in Francia e Germania?

«Per una serie di ragioni.

Innanzitutto in Italia c’è una sensibilità diversa. Il nostro Paese ha un dibattito pubblico addormentato, frivolo, poco attento alle questioni che contano. Il nord Europa ha cresciuto le giovani generazioni a colpi di bandi del National Geographic, ha investito con forza sulla ricerca. Da noi a ragazze e ragazzi non vengono dati gli strumenti – né a scuola né all’università né sui media – per stare al passo.

Poi c’è quello che dicevamo prima. In Italia l’ecologismo politico è rimasto come pura emanazione della sinistra tradizionale, non ha saputo farsi autonomo. Oggi la Chiesa di Papa Francesco è molto più ecologista della sinistra, ma quel mondo non si ritrova negli schemi tradizionali. Abbiamo tante imprese che fanno già transizione, ma in Italia per anni abbiamo pensato che ecologismo significasse essere contro le industrie tout court. Ci serve una visione di sviluppo, ci servono più sì e meno no».

Quali sono i suoi riferimenti internazionali, dei modelli che esporterebbe volentieri qui da noi?

«Io sono legato personalmente alla Germania, sono sposato con una donna tedesca e ci ho vissuto per anni. L’esperienza dei Grünen è un punto di riferimento assoluto, perché hanno saputo fare il salto da movimento di nicchia a forza politica in grado di governare intere regioni e farlo bene, convincendo i ceti medi che la transizione ecologica è nell’interesse economico di tutti. E parlo anche di land con grandi industrie automobilistiche come il Baden-Württemberg.

Oggi un esperimento molto interessante è quello di Jacinda Ardern, primo ministro neozelandese. Prima di diventare parlamentare sono stato a lungo suo consulente, e lei ha saputo interpretare benissimo il necessario cambiamento dell’ecologismo moderno. Oggi l’ecologia deve occuparsi non solo di ambiente, ma anche di questione sociale. Dobbiamo prendere sul serio i bisogni delle persone. Da due anni la Nuova Zelanda struttura tutta la legge di bilancio sui bisogni delle nuove generazioni, trasformando il sistema economico pensando al futuro».

Quali sono le priorità di un movimento verde in Italia oggi?

«Noi abbiamo fatto una serie di proposte secche, puntuali. Crediamo che questione generazionale, lavorativa e ambientale siano essenziali e interconnesse. Per questo abbiamo chiesto di inserire nel PNRR [Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, N.d.R.] il cosiddetto Servizio Civile Ambientale. Parliamo di un percorso di formazione e lavoro, retribuito, rivolto ai giovani, che sia orientato a messa in sicurezza del territorio, lotta al dissesto idrogeologico, recupero del patrimonio artistico e culturale, miglioramento del benessere sociale condiviso dei nostri territori. Imaginiamo uno strumento che dia alle nuove generazioni la formazione per i mestieri del futuro – una cosa che ancora il mercato, ancorato al passato, non offre – il tutto guadagnando e fornendo un servizio al Paese.

Poi serve una riforma fiscale verde. Noi parliamo tanto dei duecento miliardi del Recovery Fund, ma il nostro PIL conta millesettecento miliardi. Se non cambiamo le regole del fisco che oggi aiutano chi inquina e penalizzano chi fa sostenibilità, non cambierà niente. Oggi lo Stato danneggia chi produce a livello locale, invita allo spreco, sussidia chi inquina. Bisogna partire dalla rimozione dei sussidi ambientalmente dannosi, dagli aiuti alle aziende che vogliono riconvertirsi, dagli incentivi a chi produce da solo la propria energia o la risparmia. Chi vuole installare pannelli solari sui tetti, sistemi di accumulo, sistemi di efficientamento deve essere aiutato.

E bisogna investire subito su scuola, università e ricerca. Noi abbiamo proposto stop alle classi pollaio già da settembre: assumiamo insegnanti e facciamo edilizia scolastica per arrivare a massimo venti alunni per aula subito. Serve a combattere il Covid-19, ma anche a migliorare la didattica e a rendere la scuola un ambiente più salubre e sicuro. Per lo stesso motivo chiediamo i sanificatori dell’aria nelle aule, che oltre al virus combattono la concentrazione di inquinanti negli spazi chiusi.

Queste sono le tre proposte principali, ma sul sito si trova tutto il resto».

La presentazione della nuova componente alla Camera. Foto: Facebook.

Lei e i suoi colleghi eravate già parte della precedente maggioranza. Che giudizio dà dell’operato di Giuseppe Conte e del ministro dell’ambiente Costa?

«Il ministro Costa ha fatto molto bene dal punto di vista dell’intervento contro la malavita e le ecomafie, molto meno se guardiamo a una vera transizione dell’economia. Il presidente Conte ha adottato una retorica estremamente positiva e condivisibile, ma nei fatti abbiamo visto il contrario. Scuola, università e ricerca non hanno avuto i finanziamenti necessari, e sull’ambiente si è sentito il peso delle grandi aziende petrolifere. Nella bozza del PNRR c’è stato tanto greenwashing. Mi riferisco alla folle idea di bucare il fondale dell’Adriatico per stoccare CO2 e alla riapertura del dibattitto sulle trivelle, bloccate solo grazie all’emendamento mio e di Rossella Muroni che ha prorogato la moratoria in vigore. Nello spirito della nostra nuova componente a noi la retorica non interessa.

Conte è partito con certe aspettative, ma le ha deluse. Se Draghi proverà a fare lo stesso non gli faremo nessuno sconto».

Arriviamo a Mario Draghi: da economista, che giudizio da del suo operato in Bankitalia prima e alla Bce poi?

«Credo che sia una persona competente, nessuno lo mette in dubbio. Ma non ho un grande giudizio della sua fase da banchiere centrale italiano ed europeo. Credo sia stato totalmente in linea con le impostazioni tradizionali, liberiste, del sistema bancario degli ultimi anni.

Detto ciò, è evidente che dalla crisi in poi ci sia stata un’evoluzione. Io spero si sia davvero passato da un Draghi liberista a un Draghi keynesiano, come vuole la vulgata. Le persone possono sempre ammettere di aver sbagliato in passato. Io sono trent’anni che dico le stesse cose, ma conosco tanti che hanno fatto abiura. Ammettere i propri errori, però, significa anche impegnarsi per cambiare rotta in maniera fattiva.

Valuterò il presidente del consiglio nella sua abilità di mettere in pratica un whatever it takes per l’ambiente, un whatever it takes per la scuola, un whatever it takes per i giovani. Se si darà priorità non al sistema finanziario ma a ciò che crea davvero benessere e conoscenza, io sarò contento di questa nuova versione di Mario Draghi».

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Facciamo un salto nel passato. Lei si dimise da ministro dell’istruzione in polemica con l’allora governo Conte II. Considerando quanto è successo poi, incluso il Covid.19, resterebbe al suo posto?

«Io penso che le dimissioni siano l’atto di più alta responsabilità che un leader politico possa fare. Se un esponente del governo non è messo in condizione di fare il suo lavoro, non può fingere. Bisogna lottare prima, chiaro, e spesso lo si fa in privato, nell’oscurità, ma se non c’è altra strada le dimissioni sono il momento più alto. Io penso che la mia scelta abbia mostrato che non tutti i politici sono uguali, che non tutti i politici vogliono solo fare carriera, che qualcuno che davvero ci mette il cuore c’è. E lo fa per un settore da tempo bistrattato come la scuola.

Mi dispiace tantissimo che il Covid-19 abbia reso così palese la debolezza del nostro sistema scolastico. Ma la pandemia ci ha mostrato che l’istruzione ha bisogno di qualcuno che dica “o così o niente, basta rinvii”. Abbiamo visto il disastro della gestione di quest’ultimo anno – aumento esponenziale delle cattedre scoperte, sperperi su interventi sbagliati – e a maggior ragione penso che al ministero debbano andare persone competenti».

 

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