La rinascita di un’idea: lezioni da Santiago del Cile

La rinascita di un’idea: lezioni da Santiago del Cile
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La libertà è uno stato di grazia e si è liberi solo mentre si lotta per conquistarla.

L’ombra di quel che eravamo è uno dei capolavori donati al mondo dallo scrittore Luis Sepúlveda. Un libro vero, passionale, che racconta una storia gravida di miseria e impregnata di ricordi, la storia del Cile. Sullo sfondo, Santiago, città avvolta da una foschia che sa di rimozione e di immobilismo detestabile, fa da specchio a una società che ha da tempo ormai perso i suoi più fulgidi interpreti.

In una narrazione tanto secca e lucida, nella descrizione del dolore che permea e macchia in modo indelebile le vite dei suoi personaggi, quanto dolce nell’arrendersi alla dimensione utopistica di certi ideali, Luis descrive la storia del paese che lo rese esule quando nel 1973, a seguito del colpo di stato di Augusto Pinochet, venne catturato nel palazzo presidenziale, arrestato e torturato. 

Eppure se da un lato c’è l’orrore delle violenze del regime di Pinochet, a fare da contrappeso rimane il coraggio di una generazione commossa nel ricordo e nella indomita spinta a realizzare il suo sogno rivoluzionario.

La solitudine degli esili e la condizione di clandestinità raccontate da Sepúlveda sono rese ancor più pesanti dall’attestarsi in tempi recenti di una normalità posticcia, una sequela di governi democratici che hanno svilito gli ideali e disatteso le speranze di chi vedeva nel ritorno al potere della sinistra un’opportunità di cambiamento sociale, profondo e duraturo. 

Oggi tutto questo potrebbe però cambiare. Il risultato delle elezioni presidenziali ha consegnato la vittoria a Gabriel Boric, trentacinque anni. Volto tra i più noti delle proteste e dei movimenti studenteschi in opposizione al modello neoliberale perpetrato durante il regime di Pinochet, il giovane rivoluzionario ha intercettato la maturità democratica del Cile aprendo così a un percorso politico che potrebbe rappresentare un ponte sociale tra passato e futuro. 

Il nuovo presidente cileno, Gabriel Boric.

Per comprendere il significato e la portata di questo evento bisogna fare un passo indietro. Il punto di partenza e di arrivo della storia cilena non può che avere come sfondo i personaggi che ne hanno scritto le pagine più importanti, rendendolo uno dei paesi che maggiormente hanno plasmato e influenzato il percorso storico dell’intero continente latino-americano.

La storia recente del Cile

Paese che storicamente ha opposto una strenua resistenza alle mire espansionistiche spagnole, il Cile ottenne la sua indipendenza ufficialmente nel 1818, a seguito delle guerre con cui i gruppi indipendentisti tra il 1810 e il 1823 posero fine in tutta l’America Latina a tre secoli di dominazione coloniale spagnola. Gli anni che seguirono fino al primo conflitto mondiale videro il Cile essere teatro di violenti scontri politici tra liberali e conservatori: la frattura politica e sociale che ne risultò rimarrà una costante di gran parte dello sviluppo storico del Paese. 

Dal 1946 al 1952 il Cile è governato da uno dei personaggi più controversi della sua storia recente, Gabriel Gonzaléz Videla. Eletto con l’appoggio del Partito Comunista, Videla cambiò repentinamente i suoi colori politici. In rotta di collisione con il blocco orientale diede concretezza al progetto americano di imporre un’impronta chiara di stampo democratico-capitalista ai Paesi latini, promulgando la Legge Maledetta. La norma, frutto anche delle pressioni statunitensi, decretò durante il periodo della Guerra Fredda l’estromissione dalla scena politica cilena proprio di quel Partito Comunista che ne aveva permesso la salita al potere. 

Montalva e Allende

I successivi diciassette anni, caratterizzati da malcontento generale, scioperi e da una profonda crisi economica, portarono prima all’elezione del presidente democristiano Eduardo Frei Montalva, fautore della riforma agraria e del piano di nazionalizzazione delle aziende minerarie in mano alle compagnie straniere, e infine all’elezione, nel 1970, di Salvador Allende, primo presidente socialista nella storia dell’America Latina, a capo di una coalizione (Unidad Popular) formata da socialisti, comunisti, radicali e cattolici socialdemocratici. 

Il programma della coalizione si dimostrò ambizioso sin da subito, con l’obiettivo di nazionalizzare le miniere, espropriare i latifondi e ristabilire le relazioni diplomatiche con la Cuba rivoluzionaria. La principale connotazione del governo però voleva essere la sua declinazione sociale, intrinsecamente orientata alla lotta contro la miseria degli strati sociali meno abbienti, in un Paese già allora accessibile solo a pochi. 

Sotto l’egida del suo presidente socialista, per la prima volta il Cile saltò alle cronache del mondo intero, facendo eco persino in quella Europa ancora nel pieno della guerra tra i blocchi e dilaniata dai contrasti ideologici. 

Leggi anche: Cile, quali sono le vere ragioni delle proteste.

Il golpe di Pinochet

I risultati del governo però tardarono ad arrivare, i forti squilibri produttivi e l’inflazione ai massimi storici generarono un malcontento che rende la valutazione di quel periodo storico soggetta anche al colore della fede politica e dai giudizi di valore. Tuttavia, Allende venne ampiamente riconfermato nelle due successive elezioni del 1971-73. Fu al termine di quel biennio che si dispiegò la barbarie del golpe militare che avrebbe cambiato inevitabilmente il corso della storia del Paese pacifico.  

In uno scenario di lacerazione politica tra governo e parlamento, non si arrivò mai al plebiscito che il presidente avrebbe voluto invocare. Il colpo di stato condotto dalla Giunta Militare, che faceva capo al generale Augusto Pinochet, terminò favorevolmente con il bombardamento del palazzo presidenziale de la Moneda, ove era asserragliato il presidente in carica. Allende ormai prigioniero delle sue idee e, lasciato solo, morì all’interno dell’edificio dopo un ultimo commiato radiofonico in cui rivolgendosi direttamente al suo elettorato di riferimento, contadini e lavoratori, lasciò ai posteri il suo messaggio rivoluzionario. L’anno successivo Augusto Pinochet assunse ufficialmente la carica di presidente, che mantenne fino al 1990.

Augusto Pinochet incontra Henry Kissinger.

Quella che ne segue è la storia dell’ennesimo Paese sudamericano insanguinato manu militari, il tutto con l’appoggio esplicito degli Stati Uniti. I golpisti istituirono corti marziali per giudizi sommari, fucilazioni, arresti di massa e campi di lavoro. Il dittatore anti-comunista, che rimarrà al potere fino al 1990, si rese protagonista di un’immensa opera di repressione dell’opposizione, storicamente giudicata come un vero e proprio sterminio di massa. Come i vicini argentini, famigerato è anche il caso dei desaparecidos, oltre alle migliaia di esuli (vedere il documentario Santiago, Italia di Nanni Moretti, per l’asilo offerto dal Belpaese ai rifugiati politici, anche grazie all’impegno prodigato dal PCI).

Ma la storia del Cile rappresenta una curiosa e inquietante peculiarità: l’essenza stessa del regime era rappresentata dall’attuazione di un programma di riforme di stampo neoliberista sfrenato. Il ripristino dell’influenza delle classi dominanti portò alla soppressione delle precedenti riforme agrarie, di ogni partito politico, dei sindacati e del diritto di sciopero. Il capitale privato tornò in possesso di terre e industrie mentre la spesa pubblica per i servizi sociali fu drasticamente ridotta con il pretesto del risanamento dei conti pubblici, a discapito di istruzione, sanità e previdenza sociale. I salari diminuirono in virtù dell’assenza di controllo su prezzi e licenziamenti. L’intervento dello Stato nell’economia fu pressoché azzerato, secondo la teoria economica di Milton Friedman e soci. Non a caso, il gruppo dirigente cileno dell’epoca venne soprannominato Chicago Boys in onore della scuola presieduta dal celebre mentore che tanti di quegli economisti riformisti avevano frequentato.

Il Cile dopo Pinochet

Nel 1980 venne promulgata una nuova costituzione che prevedeva il ritorno alla democrazia nel 1989, sotto l’egida della giunta militare. Pinochet, infatti, mantenne il controllo dell’esercito fino al 1998 e rimase senatore fino alla morte, avvenuta nel 2006. Il legame a doppio filo dei militari con la neo(ri)nata democrazia non ha mai permesso alcun cambiamento radicale: il susseguirsi di presidenti democratici di vari schieramenti ha sostanzialmente mantenuto inalterata la struttura economica dello Stato, senza miglioramenti tangibili a livello sociale.

Da Piñera a Boric

L’incremento delle tensioni sociali e degli episodi di violenza durante le presidenze di Sebastián Piñera ha gettato le basi dei movimenti studenteschi di protesta. Il Paese consegnato alla vigilia delle elezioni di novembre appariva come spaccato nella suo dualismo: da un lato permeato da una raggiunta maturità democratica, dall’altro immobile dinanzi alle urgenze sociali che storicamente avevano angustiato le comunità indigene, sempre meno incluse e lontane dall’utopia della redistribuzione delle ricchezze, da parte di una presidenza chiara espressione dell’élite dominante.

All’alba delle proteste che hanno infiammato il Cile negli ultimi anni, è possibile comprendere come il risultato elettorale delle presidenziali abbia più di una declinazione. Come in un cerchio che finalmente trova la sua compiutezza, passato e presente sembrano giungere alla resa dei conti in un quadro politico pregno di significati. 

Sebastián Piñera incontra Gabriel Boric nel palazzo presidenziale.

Gabriel Boric: un evento storico

La vittoria di Gabriel Boric alle elezioni presidenziali cilene del 19 dicembre è un evento di portata storica per svariate ragioni. Da un lato rappresenta la risposta di un popolo, strenuamente legato ai suoi retaggi democratici, nei confronti dell’ipotesi di recrudescenza di istanze pinochettiste. Dall’altro lato, segna una possibile svolta di sinistra, innovativa e progressista in grado di stagliarsi come esempio per gli altri paesi del Sud America che presto si affacceranno alle elezioni (Colombia e Brasile) . 

La rivoluzione antifascista, che trova culmine nell’esito elettorale di dicembre, affonda le sue radici nei movimenti di protesta sociale e nella grande mobilitazione di massa dell’ottobre 2019, sfociata nella elezione dell’Assemblea costituente nel maggio del 2021. La vittoria di Boric, leader proprio di quelle manifestazioni contro il carovita e la corruzione dilagante nel Paese, diventate presto il più ampio movimento di protesta dal ritorno alla democrazia nel 1990, affonda le sue ragioni, come detto, nella storia del Cile. Una storia di resistenza che vide il popolo sottostare alla dottrina economica voluta da Pinochet, imposta con la violenza dei massacri e delle torture, la quale rese il Cile una delle società più diseguali del Sud-America. 

La bocciatura del candidato di estrema destra, José Kast, va dunque riletta nella ferma opposizione a un modello che avrebbe perpetrato la sacralizzazione della proprietà privata e la privatizzazione dell’erogazione di servizi fondamentali come salute e istruzione, tutto nel nome della libertà economica. Risulta altrettanto imprescindibile il significato storico di questa disfatta da rileggere nel passato di un uomo, figlio di un ex ufficiale nazista e apertamente nostalgico del regime di Pinochet, che era riuscito a raccogliere intorno a sé i favori dell’ampio fronte di destra, da quello più reazionario ai sedicenti liberali, stretti di fronte alla minaccia del comunismo. 

I primati delle elezioni in Cile

Al fronte comune della destra si è così opposto quello della sinistra, sostenitrice di Boris nelle sue diverse declinazioni. L’elezione ha scandito diversi primati, nei numeri, per via dei dati relativi all’affluenza e alla percentuale di successo raccolta da Boric

Attestatosi come il più giovane Presidente della storia del Cile, ciò che stupisce della vittoria del giovane di sinistra è stata la capacità di ribaltare drasticamente l’esito del primo turno elettorale, turno dal quale era uscito sconfitto ai danni di Kast. Al secondo turno, però, registrando il 55,8% delle preferenze, riesce a sbaragliare la concorrenza della destra, risultando il candidato più votato della storia del Cile. Con un dato di affluenza anch’essa ai massimi storici, e un primato nell’aver sconfitto per la prima volta nella storia il candidato uscito vincitore al primo turno, Gabriel Boric ha preso parte all’investitura ufficiale dopo essere stato coinvolto in prima linea nella stesura della nuova Costituzione

Nel chiudere i conti con il passato, infatti, in qualità di deputato tra le fila del partito Convergencia Social, Boric fu uno dei principali promotori della spinta che ha portato alla creazione della Convención Constitucional (Assemblea Costituente), incaricata di stilare la nuova Charta Magna in sostituzione di quella imposta dalla dittatura militare oltre trent’anni fa, così da segnare una rottura definitiva anche da un punto di vista costituzionale con il suo passato più buio.

Da inquadrare nell’odierno contesto storico, il governo di Gabriel Boric si caratterizza per la sua spinta verso una società più equa, fraterna e capace di rimettere al primo posto i diritti fondamentali dei cittadini. Nell’impresa titanica di “democratizzare” la democrazia, il neo-presidente si avvarrà di un gruppo di fidati che costituisce l’ultimo sigillo a chiusura del legame tra passato e presente. Se da un lato si registra infatti il ritorno in parlamento dei rappresentanti del Partito Comunista dopo quasi mezzo secolo, dall’altro il governo nominato da Boric sarà il primo a maggioranza femminile nella storia del continente americano, attribuendo alle donne 14 dei 24 dicasteri.

Le sfide che si affacciano sul percorso democratico sono insidiose: un’economica in piena recessione e un parlamento senza vera maggioranza costituiscono gli ostacoli principali all’azione in un paese da sempre ansioso di cambiamenti rapidi e profondi. 

Il blocco di potere socioeconomico di destra, cementificato dalla dittatura, si spezza nella dolcezza dei ricordi che assale chiunque si imbatta nel nome di Maya Fernandez Allende, nipote del compianto Salvador che dopo una lunga militanza nel partito socialista è stata nominata a capo del dicastero della Difesa.

Se sognare è lecito, in linea con lo spiritualismo sincretico che da sempre permea i territori delle Ande, risulta invece doveroso sforzarsi di onorare la memoria di un leader che offrì la propria vita ad una causa universale, nella convinzione che «più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore».

Si ringrazia Fausto Barberis per la collaborazione nella stesura di questo articolo.

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