La suora di Napoli è il problema più grande di lei

La suora di Napoli è il problema più grande di lei
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A Napoli una suora divide due ragazze che si baciano durante uno shooting fotografico. Il video diventa virale, scatenando indignazione, ilarità e anche un certo dibattito. È il classico evento che interessa i social per non più di ventiquattro ore. Subito dopo cede il passo a cose più importanti, come una guerra d’invasione o una crisi di governo.

Eppure, a giorni di distanza, è il caso di spendere ancora qualche parola non tanto sui fatti in sé, quanto sul dibattito che hanno generato.

Un attacco omofobo

Che ciò che è accaduto nei quartieri spagnoli di Napoli lo scorso 18 luglio sia un caso di omofobia è fuori di dubbio. La suora che è intervenuta per interrompere il bacio fra le due modelle e attrici Serena De Ferrari e Kyshan Wilson lo ha fatto proprio perché erano due ragazze. Neppure chi, fra i commentatori, ha difeso o minimizzato il gesto si è spinto a sostenere che quest’ultimo fosse stato causato dal bacio in sé. A indispettire la suora è stato il fatto che il bacio in questione fosse un bacio omosessuale.

Anche tutto ciò che la suora ha fatto dopo aver separato le due ragazze conferma quella che più che un sospetto è un’evidenza. «Che fate?» ha chiesto sconvolta la donna, ha poi farfugliato qualcosa di incomprensibile, da cui però si distingue la parola «Ragazze». «Forse è il diavolo» ha gridato subito dopo, prima di farsi il segno della croce e rivolgere una preghiera a «Gesù, Giuseppe e Maria». È chiaro che ad aver sconvolto la suora non sia stata una generica assenza di pudore, quanto quella che considera una perversione diabolica.

Non a caso il video è stato pubblicato su Instagram da Serena De Ferrari come backstage dello shooting. In descrizione, la frase “God doesn’t love LGBT”.

La reazione del web alla suora di Napoli

La reazione dei social all’evento è stata del tutto conforme a quella che hanno avuto le dirette interessate e la troupe presente. Subito dopo l’intervento della suora, Kyshan Wilson ride in maniera esplicita; la collega sorride e invita qualcuno fuori campo a filmare il tutto; si sentono altre risate; «stiamo lavorando» dice qualcuno, forse il fotografo. I presenti sono divertiti e infastiditi dall’accaduto. Nessuna plateale indignazione. La suora è poco più di una mosca che gli ronza intorno, una mosca buffa.

Il web è stato meno tenero, talvolta si è abbandonato agli attacchi duri, all’indignazione seriosa. Ma in linea di massima ha optato anch’esso per la risata, nella forma del meme e dello sfottò. Qualcuno si è detto sorpreso o allucinato per l’anacronismo della scena, ma i più ci hanno visto soltanto una suora che si comporta da suora.

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In difesa della suora di Napoli

Tuttavia, i social network non sono posti per l’unidirezionalità. Ma anche la pluridirezionalità è aborrita. C’è spazio sempre e soltanto per il solito dualismo, per la polarizzazione delle opinioni. In un caso come questo, però, l’esplicita difesa della suora è impraticabile, quanto meno per quella parte di Paese che si dichiara contraria all’omofobia e favorevole ai diritti LGBT.

Certo, non mancano gli omofobi ignavi e silenziosi, difensori tutt’al più del decoro e della pubblica decenza, d’accordo con l’intervento della suora e pronti a giurare che sarebbero critici allo stesso modo per un pubblico bacio eterosessuale. Ma in generale chi è d’accordo con la suora e con il suo gesto (e sono tanti) lo è in silenzio. La più grande forza dell’omofobia, ad oggi, è la sua latenza, la sua sopravvivenza in mentalità taciturne, che giustifica e sorregge le manifestazioni esplicite.

Il dibattito in merito all’accaduto, dunque, si è consumato tutto all’interno di una “fazione” che dava già per scontata la condanna del gesto. L’argomento di discussione non è stato l’evento in sé, ma le reazioni della società. Queste opinioni critiche si possono riassumere in due posizioni generali. Da una parte la minimizzazione dell’accaduto: «È solo una suora che si comporta da suora, di cosa vi sorprendete?»; dall’altra la caritatevole difesa del soggetto debole: «Se prendete in giro una suora anziana non siete meglio di lei». Un corollario di questa seconda posizione recita che la suora è soltanto la manifestazione di un problema più grande di lei. La critica, l’indignazione e lo scherno andrebbero rivolte alla struttura e alle istituzioni (per esempio al Vaticano), non al singolo individuo.

Entrambe le obiezioni sarebbero sorte a prescindere dall’effettivo andamento del dibattito. Rispondono proprio all’esigenza di trovare sempre e comunque un contradditorio, un polo in cui identificarsi, esterno al sentimento maggioritario.

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«Ma non è la suora di Napoli, è un problema più ampio»

«Deridendola in questo modo si passa dalla parte del torto». «È una suora anziana, è normale che abbia una mentalità retrograda». «Ve la prendete con una suora di ottant’anni, perché non criticate il Vaticano?». Lo strutturalismo di alcuni è troppo assolutorio. Conduce ad annullare per intero le responsabilità individuali, per ricercarle sempre e soltanto nelle strutture. Se al posto della suora ci fosse stato un nerboruto tatuato la condanna, e anche lo scherno, sarebbero stati più unanimi. Eppure, anche in quel caso che le responsabilità vanno cercare in una struttura più ampia. In questo modo nessuno è mai responsabile del proprio bigottismo, è facile innescare un infinito scarica barile in cui la responsabilità si annacqua e si disperde. È ovvio che la suora di Napoli aderisce a una mentalità più ampia di lei, è espressione di un problema strutturale. Ma è altrettanto ovvio che questo problema lo alimenta, che ha un cervello e che è responsabile di come lo usa.

La verità è che la figura della suora, così come quella di molti altri ruoli ecclesiastici, si è costruita nei secoli un’aurea di intoccabilità. Anche il più laico fra i laici fatica a metterla in discussione, quanto meno a livello inconscio. A ciò si aggiunga che la suora in questione ha le sembianze di un’innocua vecchietta (insieme ai bambini il “soggetto debole” per antonomasia) e il gioco è fatto. Si ottiene l’immagine perfetta del mezzo senza responsabilità dirette, il portatore sano di un male sociale più grande di lui.

Una risata vi seppellirà

Sorprendersi che venga derisa sui social, poi, è assurdo quanto sorprendersi del fatto che una suora anziana sia omofoba. Sui social vengono derisi perfetti innocenti (ve la ricordate l’impiegata di banca «io ci sto, ci metto la faccia»)?; o addirittura le vittime (vedi revenge porn). È impensabile pensare che il gesto della suora di Napoli, il quale, ricordiamolo, è un gesto deprecabile, passasse sotto silenzio. Le risate e gli sfottò sono state anzi reazioni tenui. Sarebbe il caso, ancora una volta, di fare lo sforzo immaginativo di sostituire la suora con un palestrato alto due metri. L’indignazione sarebbe stata decisamente più violenta, e adesso la si starebbe giustificando.

La suora di Napoli, insomma, non deve diventare la panacea di tutti i mali, non le si deve addossare la responsabilità dell’omofobia in Italia. Ma neppure si può negare che, almeno per l’esiguo spazio mediatico concesso alla polemica, ne sia diventata simbolo e vessillo. La suora di Napoli non è tutto il problema, ma è, anche lei, il problema.

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