Un festival transfemminista a Vasto: theWise incontra Patate Bollenti

Un festival transfemminista a Vasto: theWise incontra Patate Bollenti
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L’Italia è un Paese fatto anche di piccoli centri, nonostante i riflettori dei media e dell’opinione pubblica siano spesso puntati sulle grandi città. In provincia, il posto in cui per definizione non succede mai nulla, qualcosa invece accade. A farlo accadere è gente volenterosa, che non vuole rassegnarsi ad abbandonare il proprio territorio ma vuole combattere lì le sue battaglie. È il caso deə ragazzə (per esplicita volontà di chi ha preso parte all’intervista verrà utilizzato un linguaggio neutro) del collettivo Patate Bollenti che stanno organizzando a Vasto (CH), in Abruzzo, un festival transfemminista che si terrà il 5 e 6 agosto prossimi.

In occasione del mese del Pride abbiamo intervistato due componenti del gruppo.

Il logo del collettivo Patate Bollenti

Ciao giulia, ciao jennifer. più che raccontare il patate bollenti festival, vi chiedo cosa e chi lo regge.

Giulia: Il gruppo è nato dal basso. All’inizio eravamo pochə, poi siamo cresciutə, anche grazie alla nostra pagina Instagram. Il festival è nato allo stesso modo, sempre per uno slancio comune. L’approccio che stiamo avendo è molto orizzontale. All’inizio il processo è stato rallentato dal fatto che, pur essendo tuttə originarə di Vasto e dintorni, viviamo un po’ in tutta Italia. Siamo un gruppo eterogeneo, l’unica cosa che abbiamo in comune è l’orientamento ideale e la voglia di fare qualcosa sul territorio.

Jennifer: L’idea era fare qualcosa che fosse più inclusivo possibile. Anche per quanto riguarda le tematiche: parliamo di antirazzismo, temi relativi alla comunità LGBTQI+, antiabilismo… Ci sono realtà piccole come la nostra dove ancora capita di sentire certe cose. Io l’ho vissuto in prima persona ed è per questo che mi sono avvicinata al gruppo di Patate Bollenti. Una sera ero in un bar di Vasto. Si sono avvicinati dei ragazzi e hanno iniziato a importunarmi. Offendevano il mio modo di vestire, dicevano che ero diversa rispetto a prima, che sembravo un maschiaccio e non ero più la femmina di una volta. Lì mi è sorta la domanda: “Come mi proteggo?”.

Credo che Patate Bollenti nasca innanzitutto da questo: da un bisogno di sentirsi unitə a qualcosa o a qualcunə, a un’idea che ti può fare sentire più forte o a una comunità che ti accoglie. Quando sono uscita dal bar c’erano due ragazze, mi hanno sostenuto e mi hanno invitato a un loro incontro per il giorno dopo. Lì mi sono sentita meno sola. Purtroppo, molti attacchi si subiscono in solitudine. In quella occasione ho voluto fare coming out. Quei ragazzi continuavano a ripetermi: sembri un maschiaccio, adesso non piaci più ai ragazzi. E io ho risposto loro che c’erano anche le ragazze che mi piacevano. Loro hanno iniziato a urlare ancora più forte. Ma per la prima volta non mi sono sentita schiacciata dalle loro parole, perché so quello che sono e a chi posso rivolgermi. Adesso la mia voglia, con il gruppo di Patate Bollenti, è di includere più persone possibili affinché nessunə si senta più solə.

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Quindi Patate Bollenti nasce come gruppo di sostegno che vuole esistere anche al di là del festival?

G.: Certo, l’idea è creare una rete che sia visibile. Vogliamo mostrare che anche a Vasto c’è una realtà in cui le persone queer, o attente a questi temi, possano sentirsi accolte. Quando ne parlo penso sempre a una frase di un film ambientato a Montesilvano (PE) che si chiama La guerra degli Antò, in cui a un certo punto un personaggio dice: “Ci vuole coraggio per andare ad Amsterdam, però ci vuole coraggio pure per restare a Montesilvano”. È già difficile vivere in posti con una mentalità più aperta, è ancora più difficile farlo in quelli senza grandi reti.

Uno dei primi eventi dal vivo che abbiamo organizzato è stato proprio quello a cui accennava Jennifer. Accoglievamo tutti, anche la gente che si trovava a passare di lì, parlavamo con loro. Mi piace vedere che è possibile avere uno scambio con le persone, anche al di fuori del nostro gruppo.

come reagisce la comunità di Vasto a patate bollenti? State incontrando resistenze, Anche per quanto riguarda il rapporto con le istituzioni?

G. In questi giorni scherziamo sul fatto che da quando il nostro evento è stato inserito nel calendario estivo del Comune abbiamo iniziato a sentire un po’ di battute da boomer sul nome del gruppo. Ci stiamo preparando a questa cosa.

J. Poi in effetti il nostro nome gioca molto sul doppio senso. È una provocazione che vuole portare a porsi delle domande. Credo che questo sia alla base di tutte le cose. Se la gente si ponesse più domande, anche gli attacchi sarebbero meno. Dalla domanda nasce un pensiero, un discorso, qualcosa. Si smuove qualcosa. Io spero che questo festival serva proprio a smuovere le coscienze. Uno dei motivi per cui la gente va via è anche questo: la mentalità, la chiusura, una realtà che non si smuove.

Però l’evento patate bollenti è stato inserito nel calendario comunale…

G: Sì. Noi siamo statə molto felici di questo. Era una cosa che speravamo, ma non ce l’aspettavamo. Eravamo pronti a ricevere dei no. Invece abbiamo ricevuto una risposta molto positiva. Forse è anche uno dei vantaggi di essere in una piccola città: c’è un rapporto più umano con le istituzioni, non ci si deve per forza interfacciare con una burocrazia eccessiva. Per quello che riguarda la società aspettiamo di vedere come sarà dal vivo il 5 e 6 agosto. Daə ragazzə abbiamo avuto una risposta entusiasta e viva. Ma sono pur sempre persone che rientrano nelle nostre sfere di conoscenza.

Patate Bollenti Festival figura ufficialmente nel calendario dell’estate vastese

Avete parlato dell’importanza dei social. Oltre al fare rete, questi strumenti si possono usare per cambiare e smuovere la società?

J: Sì, senza dubbio. Anche perché è la maniera più veloce e accessibile per diffondere un messaggio. Anche creando altre reti, facendo conoscere personaggi esterni, cercando di allargare la visuale su tutto e tuttə. Però bisogna stare molto attenti a quello che si promuove. Bisogna informarsi e informare.

G: Poi noi siamo natə durante il periodo del covid. Per noi i social sono stati fondamentali anche per colmare la distanza geografica. Erano l’unico strumento che avevamo per dare visibilità ad altre attività o altre associazioni. Poi è vero, c’è il problema che l’attivismo da social rischia sempre di diventare un attivismo performativo, soprattutto in sfere come la nostra. Ma a noi interessa fare tanto, soprattutto sul piano pratico. Abbiamo legami con associazioni e altre realtà sul territorio. Instagram ci serve per collegare ed essere un collegamento per le altre persone. Però se ci fossimo fermatə ai social non saremmo statə un collettivo, ma una pagina Instagram a tema queer, femminismo, discriminazioni ecc. Non è quello che vogliamo, è stato un passaggio fondamentale per fare qualcosa di pratico.

J: Ci sono anche molte persone che i social non li usano. Io stessa me ne sono staccata per un lungo periodo. Però la loro voce l’ho sentita lo stesso e infatti ho conosciuto Patate Bollenti perché mi hanno avvicinato dal vivo.

G: Alla fine abbiamo una vocazione molto locale; quindi, per noi è importante restare sul territorio al di là del social.

A proposito della dimensione locale. vivete tuttə in giro per l’Italia, in grandi città. un conto è organizzare una rete del genere a Milano, Roma o Bologna, altra cosa è farlo in provincia. Avete qualche modello che avete adattato alla vostra realtà o il vostro è un progetto che nasce dall’esperienza personale e diretta?

G: È curioso, perché stai intervistando forse le uniche due che vivono in città abruzzesi [ride, ndr]! Io vivo a Chieti e Jennifer a L’Aquila. Però sì, la maggior parte di noi vive in grandi città o comunque in posti super attivi su queste tematiche.

J: A L’Aquila si vive una realtà piuttosto simile alla nostra. Però per fortuna lì c’è già chi organizza eventi simili, per esempio a Casematte, uno spazio sociale autogestito da collettivi come FuoriGenere vicino all’ex Ospedale Psichiatrico Collemaggio. Si tratta di un presidio permanente contro la svendita del parco di Collemaggio. Sono pochi e piccoli, però raggiungibili. È una cosa che avverto da poco. Da dopo la pandemia è come se ci fosse più voglia di uscire, di organizzare, di includere.

G: Però un modello vero è proprio non c’è. Sicuramente siamo statə ispiratə dalle cose che vedevamo nelle grandi città. Io vado spesso a Bologna. La realtà bolognese è molto attiva in questo senso. Ma anche per cose piccole, dalla semplice presentazione di un libro al festival di autoproduzioni. Sono fattispecie che qui in Abruzzo ci sono da poco: c’è stato lo ZAP, un festival di autoproduzioni a Pescara, o il Ju Buk, un festival di letteratura al femminile a Scanno (AQ), ma sono realtà recenti. Qualche settimana fa c’è stato a Teramo il festival di Afrodite, che è un’associazione simile alla nostra, nello stile e nell’impatto. Però anche loro sono alla prima edizione.

Probabilmente è una necessità che inizia ad avvertirsi anche nelle piccole realtà. Non è un caso che anche i Pride inizino a diffondersi nei piccoli centri. Cinque anni fa per andare a un Pride dovevo arrivare a Napoli. Erano pochi, solo nelle grandi città. Post-Covid ci sono Pride ovunque. Credo che il pensiero sia: “Se si può fare a Bologna, perché non si può fare a Vasto?” Queste cose nascono dalla volontà di chi le organizza e di chi ci va. Semplicemente, ci siamo accortə che qui ci siamo noi.

J: Vogliamo eliminare il pregiudizio per cui per parlare di certe tematiche bisogna andare per forza in certi posti. C’è sempre qualcunə che non può o non vuole muoversi, ma a questi temi ci tiene comunque e vorrebbe trattarli sul suo territorio.

G: Ci ho pensato l’anno scorso, quando sono andata al Some prefer cake, che è un festival di cinema lesbico a Bologna. Per me è stata un’esperienza incredibile, però pensavo: alla fine siamo sempre qui, è sempre il Cassero [Centro per la comunità LGBTQI+ bolognese, ndr]. Sono dovuta venire fino a Bologna per partecipare e stare all’interno di una comunità del genere. Ci vorrebbe un piccolo presidio in ogni realtà territoriale.

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Potete anticipare qualcosa sul festival? Eventi, ospiti, attività?

 J: Parleremo di letteratura nascosta con Giulia Morelli di Mis(s)conosciute podcast. Ma anche di abilismo, patriarcato e come combatterli con Maria Chiara e Elena Paolini di Witty Wheels.

G: Ci saranno anche focus sulla narrativa intersezionale con Elisa Manici (autrice di Grass*) e Martina Del Romano (Il mio genere è top secret). Sarà nostra ospite anche Federica di Martino del blog IVG-Ho abortito e sto benissimo

Che tipo di letture suggerite ai nostri lettori per sensibilizzare su questi temi?

G: Fra le letture che mi sento di consigliare, anche dopo il confronto con gli altri membri del nostro gruppo, c’è Prostitute in rivolta di Molly Smith e Juno Mac, tradotto da Tamu edizioni qualche mese fa, con una prefazione di Ombre Rosse, un collettivo che si occupa dei diritti delle sex worker da parte delle sex worker. Poi Grass* di Elisa Manici (Eris Edizioni) che sarà nostra ospite. Il libro fa parte di una collana che si chiama Bookbloc. Sono piccoli saggi, molto leggeri e scorrevoli, però d’impatto.

J: Consiglierei anche Mai dati (Dati Aperti sulla 194) di Chiara Lalli e Sonia Montegiove (Fandango) che dal punto di vista dei dati tratta il tema dell’interruzione volontaria della gravidanza in Italia, di quanto sia ancora difficilissimo attuarla al di là della legge.

G: Tra l’altro è un tema che ci sta particolarmente a cuore. Tra Abruzzo e Molise abbiamo la maglia nera su questo tema.

J. Le percentuali sono impressionanti. Ho letto di recente in un articolo sul tema che la percentuale di obiettori di coscienza in Molise si aggira intorno al 92 per cento, con la media nazionale 70. Sono dati preoccupanti. C’è la legge, ma gli obiettori di coscienza sono tantissimi.

G: Consiglierei anche un documentario dello scorso anno di Monika Treut che si intitola Genderation e tratta il tema della comunità trans anziana. Su di me ha avuto un impatto emotivo molto forte. Vedere persone LGBTQI+ molto adulte mi dà l’idea che ci sia un futuro, mi sono immaginare anche io a settanta o ottant’anni a vivere come voglio. E poi, per citare qualcosa di un po’ più leggero, direi Heartstopper, la serie Netflix di cui si è parlato molto.

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