Dall’Emilia alla Nasa: theWise incontra Stefano Cappucci

Dall’Emilia alla Nasa: theWise incontra Stefano Cappucci
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Non c’è bisogno di alcuna presentazione. La Nasa, acronimo di National Aeronautics and Space Administration, è l’agenzia spaziale degli Stati Uniti d’America. Il 21 febbraio 2021 l’elicottero Ingenuity e il rover Perseverance sono arrivati su Marte. Nel team che ha partecipato alla missione dell’elicottero c’è l’italiano Stefano Cappucci, ingegnere aerospaziale che dall’Emilia è arrivato in California.

Oggi theWise Magazine lo ha incontrato per voi.

Come è arrivato a lavorare per la famosa agenzia spaziale?

«Mentre ero studente alla magistrale di Ingegneria aerospaziale al Politecnico di Torino, sono entrato a far parte di un gruppo studentesco che lavorava sui CubeSat, satelliti utilizzati a scopo didattico. Ho lavorato sul satellite e-st@r-II seguendone l’analisi termica. Come Politecnico abbiamo partecipato a una competizione promossa dall’European Space Agency (Esa). I migliori CubeSat sarebbero stati lanciati in orbita e la nostra avventura ebbe esito positivo.

Quel progetto mi aprì le porte per una intership alla Nasa Jet Propulsion Laboratory (Jpl). Nell’ottobre 2015 sono partito verso la California, per lavorare sei mesi alla mia tesi di laurea. Finiti i sei mesi, mi hanno proposto di rimanere. Sono tornato a casa due settimane per laurearmi nella seduta di aprile e mi sono trasferito definitivamente negli Stati Uniti».

Ci descrive la giornata tipo di un ingegnere della NASA?

«La giornata tipo, al contrario di come si possa immaginare, non è niente di straordinario! Lavoriamo circa otto ore al giorno per cinque giorni, oppure nove ore al giorno con un venerdì libero ogni due settimane. Le stesse ore di una giornata media italiana. Mi sveglio e vado in laboratorio: rispondo a mail, faccio analisi o lavoro sull’hardware della missione di turno. Quando sono alle prese con satelliti sono vestito con un camice apposito, detto penny suit. Lavoro a contatto con altri tecnici e facciamo test o installiamo hardware e sensori. È un misto tra teoria e lavoro sul campo».

Lei ha partecipato al progetto Ingenuity, l’elicottero recentemente atterrato su Marte.

«C’è stato tantissimo lavoro in fase di preparazione. Come helicopter team, abbiamo consegnato l’elicottero al team del rover, che a sua volta si interfaccia con il team del lanciatore a Cape Canaveral in Florida. La fase del lancio è stata per noi, come si dice qui, hands off, ovvero non di nostra responsabilità.

Noi siamo subentrati durante la fase di crociera, ovvero il viaggio verso Marte, durato circa sei mesi e mezzo. Facevamo controlli per valutare la salute del veicolo e nel frattempo ci preparavamo per l’arrivo su Marte. A febbraio 2021 c’è stata la discesa, il momento più critico. Una volta arrivati il nostro lavoro è iniziato: anche dal punto di vista fisico è davvero impegnativo. Si lavorava con il martian time, l’orario di Marte».

Cosa significa “orario di Marte”?

«La giornata marziana è circa quaranta minuti più lunga di quella terrestre. Per la buona riuscita della missione, si deve lavorare come se noi fossimo sul posto. Questo significa che oggi il turno inizia alle 8.00, domani alle 9.00 e dopo domani alle 10.00. Questo finché il turno non inizia anche alle 23.00! Ogni giorno è come vivere in un fuso orario differente, con tutto ciò che ne consegue. Il lavoro con questi turni è durato circa due mesi: un’esperienza unica ma non è che mi manchi, ecco!».

I vostri satelliti sono nello spazio e non sono più accessibili una volta lanciati. Come si rimedia a eventuali problematiche?

«Una domanda molto interessante. Questa è una caratteristica delle missioni spaziali: bisogna costruire un hardware che funzioni al “primo colpo”, visto che non sarà più possibile averne accesso. Per fare sì che tutto sia perfetto, la campagna di testing deve esserlo altrettanto. I test effettuati sulla Terra devono scongiurare qualsiasi evento di failure, di fallimento.

Ogni meccanismo che presenti un single point failure, ovvero che se presentasse un guasto comprometterebbe tutta la missione, viene testato e ritestato. Pensiamo al rover: costruire una pompa per il raffreddamento che duri dieci anni senza manutenzione è veramente complicato!»

Ci sono altri progetti che sta seguendo?

«Come si può immaginare, la Nasa sta seguendo tantissimi progetti. Personalmente mi sto occupando di un altro satellite, Nisar. È gigantesco: ha le dimensioni di uno scuolabus. Questa è una collaborazione con la Indian Space Research Organisation (Isro) e verrà lanciato nel 2024. Il compito di Nisar sarà quello di scannerizzare la superficie terrestre in maniera molto precisa, fornendo informazioni riguardo a come si stanno muovendo, ad esempio, le foreste, le città o i ghiacciai. È uno dei satelliti che genererà più dati tra tutti quelli mai lanciati.

In questo momento siamo in fase di test. Stiamo lavorando in una camera termo-vuoto di venticinque metri di altezza per dieci di larghezza, dove ricreiamo un ambiente simile a quello in orbita per testare tutti i sistemi del satellite radar».

Cosa consiglia a chi vuole intraprendere un futuro “spaziale”?

«Consiglio di non fossilizzarsi sull’ingegneria. Alla Nasa non lavorano solo ingegneri. C’è bisogno di ogni tipo di background per far sì che una missione funzioni: designer, architetti, economisti, risorse umane e tecnici. Consiglio poi di non soffermarsi solo sullo studio teorico, ma di essere pratico, curioso e con tante passioni diverse. Avere tanti interessi ed essere curiosi porta ad avere una mente elastica, che affronta i problemi vedendoli da diversi angoli, il che è una risorsa fondamentale e necessaria in ogni ambiente di lavoro!».

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Pubblicato da Marco Capriglio

Vicepresidente di theWise Magazine, sono nato a Scandiano (RE), nella terra di Lazzaro Spallanzani e dell'Orlando Innamorato. Pedagogista e docente di sostegno, scrivo soprattutto di disabilità, inclusione e scuola.

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