Del (non) caso delle molestie degli Alpini: i problemi verso le uniformi

Del (non) caso delle molestie degli Alpini: i problemi verso le uniformi
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Decisamente un non-caso quello delle presunte molestie dell’Adunata degli Alpini tenutasi lo scorso maggio a Rimini e San Marino. Nei giorni successivi circa centocinquanta donne avevano denunciato sui social di aver ricevuto presunte molestie dai partecipanti all’adunata. Come riporta il Corriere della Sera, l’unica denuncia presentata ai Carabinieri è stata quella di una ventiseienne. Era il 10 maggio scorso. All’inizio di luglio il pubblico ministero Stefano Celli della Procura del capoluogo romagnolo aveva chiesto l’archiviazione di quest’unica denuncia.

A tal proposito, è di questi giorni un comunicato proprio dell’Associazione Nazionale Alpini. «È una vicenda che ci ha causato grande amarezza, perché a fronte di episodi di maleducazione e di apprezzamenti volgari rivolti alle donne nelle serate riminesi (sempre al di fuori, però, delle manifestazioni ufficiali dell’Adunata che si sono svolte, come sottolineato dallo stesso Prefetto, senza problemi di sorta) si è gettato fango sull’intero Corpo degli Alpini e sulla nostra Associazione: Associazione che da centotré anni fa di solidarietà, spirito di servizio, condivisione e valore della pace i suoi punti di forza».

Il presidente Favero continua: «Non siamo animati da alcuno spirito di rivalsa, però non possiamo accettare che gli Alpini, intesi come Corpo ed Associazione, unanimemente apprezzati e conosciuti per le loro opere a favore della comunità, siano finiti in un tritacarne mediatico che li ha presentati come molestatori tout court. Gli episodi segnalati, sia online sia con denunce contro ignoti, non appartengono certo ai nostri valori e, come abbiamo più volte sottolineato, non sono neppure ascrivibili con certezza a soci dell’Ana, che a Rimini erano un quarto delle persone presenti. Abbiamo stigmatizzato sin dall’inizio questi comportamenti e se tra i responsabili saranno individuati nostri soci prenderemo provvedimenti anche severi».

Inoltre da segnalare la tenente colonnello Monica Segat, che recentemente è stata nominata come comandante dello storico IX Reggimento Alpini dell’Aquila. La prima donna a ricoprire un ruolo di comando in questo Corpo.

Atavica paura

Il problema in Italia è un’atavica avversione verso le divise, o meglio, le uniformi. Una distinzione più filosofica che operativa, non ne vogliano i lettori facenti parte delle Forze Armate e dell’Ordine, è quella tra uniforme e divisa. Usati spesso come sinonimi, la divisa è qualcosa che divide gli appartenenti dai non, mentre l’uniforme è qualcosa che unisce chi fa parte di qualcosa, senza necessariamente lasciare fuori gli altri. Si pensi all’hashtag dei Carabinieri #possiamoaiutarvi o a quello della Polizia di Stato #essercisempre. Corpi, non solo questi citati, a tutti gli effetti “tra la gente per la gente”.

Ancora, uniformi unite in Associazioni d’Arma come appunto l’Associazione Nazionale Alpini, l’Associazione Nazionale Carabinieri, l’Associazione Nazionale Bersaglieri o l’Associazione Arma Aeronautica (solo per citarne alcune) accettano anche “soci simpatizzanti”, ovvero non effettivi (in congedo o in servizio). Allora uniformi sì, ma vicini alla popolazione civile. Non solo, queste associazioni sono di volontariato e collaborano attivamente insieme a Protezione Civile (nel caso specifico Associazione Nazionale Carabinieri e Associazione Nazionale Alpini), Croce Rossa e alle associazioni del territorio per iniziative ludiche, culturali e in caso di calamità naturali. Per citarne una solamente, l’emergenza sanitaria in corso e non ancora (purtroppo) conclusa. Associazioni di persone che non sono militari “di professione”, ma soldati di leva (e come detto soci simpatizzanti), spesso pensionati, che si attivano per la loro comunità. Una paura atavica assolutamente ingiustificata, quindi.

Le nostre istituzioni repubblicane

Un rifiuto che non desta eccessivo stupore, se ci si pensa, nella nostra Italia. Ci ricordiamo i no vax convinti, che rifiutavano le cure anche con il casco per l’ossigeno? E i genitori che contestano le bocciature (legittime) dei propri figli?

Chiaramente mele marce, così si dice, ci sono. Può esserci un intero frutteto marcio, se si pensa al caso di Piacenza, ma è un caso isolato. E per fortuna. E sono le stesse istituzioni in uniforme a vigilare (e a eliminare!) questi soggetti che non sono minimamente degni di indossare l’uniforme stessa. Fermo restando che, uniforme o divisa, ricco o povero, giovane o meno, un molestatore deve essere fermato, quella degli alpini è una vicenda probabilmente montata mediaticamente.

Paura atavica, quasi rifiuto, dell’uniforme. Qualcuno ricorderà le critiche verso il commissario vestito da militare, il generale degli Alpini Francesco Paolo Figliuolo. Una critica gratuita non verso il Figliuolo uomo, ma verso il Figliuolo solamente perché in uniforme. Il militare avrebbe potuto essere un generale dei Carabinieri, un ammiraglio della Marina Militare o un dirigente della Polizia di Stato. Non sarebbe cambiato nulla.

Attenzione, allora, a screditare e additare le nostre istituzioni repubblicane, siano esse le Forze Armate, l’Istruzione, la Giustizia o la Sanità. Migliorabili sicuramente, ma presenti sempre in caso di necessità. Checché se ne dica.

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Pubblicato da Marco Capriglio

Vicepresidente di theWise Magazine, sono nato a Scandiano (RE), nella terra di Lazzaro Spallanzani e dell'Orlando Innamorato. Pedagogista e docente di sostegno, scrivo soprattutto di disabilità, inclusione e scuola.

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