Evoluzione tecnologica e orario di lavoro: mezzo secolo di stasi

Evoluzione tecnologica e orario di lavoro: mezzo secolo di stasi
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Articolo 3, comma 1, Decreto legislativo 66 dell’8 aprile 2003: l’orario normale di lavoro è fissato in 40 ore settimanali. Fino al 1969 questo era impensabile e le ore di lavoro, seppur stabilite per legge, raggiungevano le 48 settimanali. A oggi, è ancora in vigore la convenzione n. 1 del 28 ottobre 1919 adottata dalla Conferenza dell’Organizzazione internazionale del lavoro della Società delle Nazioni di Washington circa la limitazione d 8 per giorno e 48 per settimana delle ore di lavoro negli stabilimenti industriali (ratificata in Italia con regio decreto legge 29 marzo 1923, n. 1429).

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Lavorare meno, lavorare tutti

Nel nostro Paese, l’ultima riduzione dell’orario di lavoro risale al dicembre 1969, quando venne firmata l’intesa dei metalmeccanici per il rinnovo contrattuale. Già prima di allora erano state ipotizzate ulteriori riduzioni dell’orario di lavoro fino ad aprire il dibattito Giovanni Agnelli-Luigi Einaudi del 1933. Nell’archivio consultabile sul sito Opera Omnia di Luigi Einaudi a cura della Fondazione Luigi Einaudi ETS, all’articolo La crisi e le ore di lavoro è possibile leggere la corrispondenza tra il presidente della Fiat e il direttore della United Press, l’uno paladino della riduzione dell’orario di lavoro e l’altro contrario.

Agnelli proponeva una riduzione a 35 ore settimanali già all’epoca, attribuendo all’«incapacità dell’ordinamento del lavoro a trasformarsi con velocità uguale alla velocità di trasformazione dell’ordinamento tecnico» la causa della crescente disoccupazione. Il ragionamento era semplice: con una maggiore produzione consentita dall’evoluzione tecnologica a parità di tempo, si potevano conservare gli stessi posti di lavoro andando a ridurre le ore di fatica.

Numerose furono le contestazioni da parte del direttore della rivista, a partire dall’improbabilità del «progresso tecnico di essere diffuso uniformemente in tutti i campi della umana attività» e le conseguenze «disastrose» dovute a «una improvvisa generale riduzione» dell’orario di lavoro.


Ci si domanda se oggi, in considerazione del progresso tecnologico ampiamente diffusosi in tutti gli ambiti della società, sia attuabile una riduzione sostanziosa dell’orario di lavoro. Alcune aziende si sono di recente rese pioniere di questa riduzione valutando la possibilità di introdurre la settimana corta: è il caso di Intesa Sanpaolo, la quale ha da poco avviato la trattativa con i sindacati per ridurre i giorni di lavoro a 4 e alzare da 7,5 a 9 le ore su base quotidiana a parità di retribuzione.

Anche nei programmi elettorali di Movimento Cinque Stelle, Sinistra Italiana e Pd per le recenti elezioni erano comparse proposte a favore della riduzione dell’orario di lavoro. Il programma elettorale del partito vincente (Fratelli d’Italia), invece, sembra non contemplare la questione, limitandosi a una non meglio precisata «sostituzione dell’attuale reddito di cittadinanza con misure più efficaci di inclusione sociale e di politiche attive di formazione e di inserimento nel mondo del lavoro».

Potrebbe essere la riduzione dell’orario una possibile soluzione alla limitazione di un assistenzialismo criticato (come il reddito di cittadinanza) e di una crescente disoccupazione?

Secondo Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana intervenuto all’evento Il lavoro interroga tenutosi a Roma lo scorso luglio, la riduzione dell’orario di lavoro «incrocia i temi della ridistribuzione del lavoro, della transizione ecologica […] e della digitalizzazione e automazione».

In un’intervita per Retesole, Domenico De Masi, professore emerito di sociologia del lavoro dell’Università La Sapienza di Roma, afferma che nel corso del tempo sempre più attività sono state delegate alle macchine, le quali – in forme diverse – si occupano ora del «lavoro più faticoso, più ripetitivo e più noioso», producendo maggiore ricchezza e tempo libero. Con un unico problema: non la produzione, ma la distribuzione.

Lo studioso prosegue con un confronto tra Germania e Italia per evidenziare come prevenire gli aspetti negativi del progresso tecnologico e della globalizzazione: «In Germania, man mano che si introducevano macchine nuove sostitutive del lavoro umano, si riduceva l’orario di lavoro». I metallurgici tedeschi sono così arrivati a lavorare 28 ore settimanali, in Italia siamo fermi a 40. In Germania si contano 1400 ore di lavoro pro-capite e la disoccupazione è al 4 per cento, mentre in Italia si contano 1800 ore di lavoro pro-capite e la disoccupazione è al 10 per cento.

In attesa di «imprenditori illuminati» e «sindacati forti e intelligenti» che si battano per democratizzare il benessere è evidente che, nonostante il progresso tecnologico, la sempre più pressante richiesta di flessibilità da parte dei lavoratori, i sempre più frequenti fenomeni del quiet quitting e della great resignation, sono trascorsi più di cinquant’anni dall’ultima riduzione dell’orario di lavoro.
L’evoluzione tecnologica avanza, il benessere dei lavoratori è fermo all’autunno caldo e a soffrirne maggiormente è la generazione Z, per la quale il work-life balance è una priorità e una forte discriminante nella scelta del proprio datore di lavoro.

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