Il grande ritorno delle droghe psichedeliche

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Il grande ritorno delle droghe psichedeliche

Droghe psichedeliche: sentendo nominare queste due parole una ragnatela di associazioni mentali nasce spontanea, ed è interessante notare come molte di queste associazioni siano connotate negativamente. Chi non ha pensato a concetti come ‘divieto’ o ‘pericolo’? A quanti non sono venuti in mente gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, con i relativi movimenti di protesta e le discussioni (spesso a tinte catastrofiche) riguardanti il consumo delle suddette? Gran parte dei pregiudizi di oggi sono gli stessi di cinquant’anni or sono. Il motivo è presto detto: a seguito dell’accordo sulle sostanze psicotrope (Vienna, 1971, 183 paesi firmatari), le droghe psichedeliche sono state catalogate come sostanze di tipo I, ossia in grado di arrecare un serio danno alla salute pubblica e di dubbio valore terapeutico. Nonostante l’accordo permetta l’uso per la ricerca a livello scientifico, la discussione e la ricerca riguardo a tali sostanze sono cadute nell’oblio per svariati decenni. Studi recenti hanno però messo in seria discussione i paradigmi del passato, dimostrando la necessità di ridiscutere non solo l’ambito clinico ma anche quello dell’uso privato.

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Identikit: cosa si intende per droghe psichedeliche?

Con l’espressione droghe psichedeliche si identificano tutte quelle sostanze in grado di alterare la percezione dell’ambiente circostante e di indurre pensieri e sensazioni tipiche del sogno o dell’esaltazione religiosa. È importante notare come questa definizione vada oltre il semplice aspetto allucinogeno (termine di ampia portata utilizzato per indicare qualsiasi sostanza psicoattiva), e sottolinei piuttosto l’aspetto spirituale, che sembra proprio essere il cardine dell’esperienza soggettiva legata all’uso di tali sostanze. Non a caso, il consumo di droghe psichedeliche è storicamente legato all’attività religiosa: l’uso è documentato nella civiltà vedica (India), nei riti eleusini (Grecia antica), nelle civiltà precolombiane, ma anche nei rituali dei Nativi americani e nelle pitture rupestri in Australia e in Tanzania. Dal punto di vista farmacologico, con sostanze allucinogene si intendono gli allucinogeni serotoninergici, ossia tutte quelle sostanze in grado di legarsi ai recettori della serotonina (se ne parlerà più nel dettaglio in seguito). Nel sistema nervoso centrale, la serotonina è uno dei principali neurotrasmettitori implicati nella regolazione dell’umore, del comportamento sessuale, del ritmo sonno-veglia, dell’appetito, della temperatura corporea e della percezione del dolore. Le classiche droghe psichedeliche sono la psilocibina (contenuta in diverse specie di funghi), la mescalina (contenuta nel peyote), il DMT (contenuto nell’ayahuasca, un infuso di piante amazzoniche) e l’LSD (sintetizzato a partire dall’acido lisergico).

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Peyote (Lophophora williamsii).

Valore terapeutico: un potenziale enorme

La discussione riguardante le droghe psichedeliche si è letteralmente infiammata nel corso degli ultimi anni, a seguito dei primi risultati clinici. Due studi indipendenti, condotti rispettivamente dall’Università Johns Hopkins e dall’Università di New York, hanno analizzato il potenziale della psilocibina nell’alleviare ansia e depressione legate alla diagnosi di una malattia potenzialmente letale (per esempio il cancro). Da notare come entrambe le università abbiano rispettato tutti gli standard metodologici nel caso: campioni consistenti (51 partecipanti per la Johns Hopkins, 29 per l’Università di New York), presenza di un gruppo di controllo con assegnamento randomizzato a uno dei due gruppi e procedura doppio cieco (medico e pazienti non sanno a quale gruppo vengono assegnati). Entrambi gli studi hanno constatato una riduzione significativa dell’ansia e dei sintomi depressivi, sia a livello soggettivo che a livello oggettivo, e gli effetti benefici sono stati osservati anche a sei mesi dalla terapia.

Altri risultati promettenti sono invece stati osservati nel trattamento dell’alcolismo e della dipendenza da nicotina. Gli studi presentati di seguito non possiedono lo stesso rigore metodologico dei due appena citati, poiché si tratta di studi con un unico gruppo di volontari (e quindi di carattere esplorativo). Ricercatori dell’Università del Nuovo Messico hanno sottoposto dieci pazienti con una diagnosi di alcolismo a una terapia a due stadi: una prima fase di terapia psicosociale seguita da una seconda fase nella quale la terapia psicosociale è stata abbinata a un trattamento a base di psilocibina. Un aumento dell’astinenza è stato osservato solo nel secondo stadio della terapia. Risultati simili sono stati osservati nel trattamento per la dipendenza da nicotina: 15 pazienti sono stati sottoposti a terapia cognitivo-comportamentale mista a sedute multiple di psilocibina. A sei mesi dalla fine della terapia, 12 (l’80%) di essi avevano smesso di fumare: una quota ben superiore al 35% tipico delle terapie convenzionali.

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Pitture rupestri in Tanzania (A) e Australia (B) raffiguranti l’uso di psilocibina nei riti sciamanici.

Effetti sulla personalità

Come accennato all’inizio, la componente spirituale/mistica legata al consumo delle droghe psichedeliche sembra essere un elemento chiave. Non di rado i partecipanti di numerosi studi valutano l’esperienza con le droghe psichedeliche come tra le più importanti e profonde della loro intera esistenza. Uno studio recente ha evidenziato come una singola sessione di psilocibina sia in grado di mutare profondamente la personalità di chi ne fa uso. Attualmente in psicologia il modello più accettato per descrivere la struttura della personalità prevede cinque fattori: stabilità emotiva, estroversione, amicalità, coscienziosità e apertura mentale. La ricerca ha dimostrato come – una volta raggiunta l’età adulta – l’espressione di questi cinque fattori rimanga (più o meno) stabile nel corso del tempo, e soprattutto insensibile a un singolo episodio. Una singola sessione di psilocibina, tuttavia, è in grado di aumentare l’espressione del fattore apertura mentale: un effetto, per di più, misurabile anche un anno dopo il consumo della sostanza.

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Sicurezza

Dal punto di vista della fisiologia, le classiche droghe psichedeliche sono tra le droghe più sicure, poiché non causano dipendenza e sono caratterizzate da una tossicità praticamente nulla; nonostante ciò, certe complicazioni possono comunque insorgere nel caso di concomitanti problemi cardiovascolari, in quanto la serotonina agisce come vasocostrittore. Un’altra opinione molto diffusa riguarda il nesso tra uso di sostanze psichedeliche e l’insorgere di malattie psichiatriche. Gli studi in cui sono stati analizzati database contenenti dati di centinaia di migliaia di individui non hanno trovato nessuna correlazione tra il consumo delle suddette sostanze e un’aumentata prevalenza e/o incidenza di malattie psichiatriche. La fisiologia va scissa dalla psicologia, per quanto riguarda la sicurezza: elevate dosi di sostanze psichedeliche impattano profondamente sulla capacità di discernimento di chi le assume. Se le morti dovute al principio attivo sono rare o inesistenti, molto più comuni sono gli incidenti, anche mortali, dovuti all’effetto psicologico. Il discorso opposto vale per le droghe psichedeliche di nuova generazione (per esempio la cosiddetta Dragonfly): queste ultime sono altamente tossiche e potenzialmente letali, con effetti allucinogeni molto più marcati e duraturi.

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Infuso di Ayahuasca pronto alla bollitura

Ora, dopo aver introdotto il potenziale terapeutico delle droghe psichedeliche e dopo aver visto il modo in cui esse possono modificare la struttura della personalità di chi ne fa uso, è arrivato il momento di approfondire la fisiologia di tali sostanze. Come agiscono sul cervello? E quali sono i modelli teorici a tale riguardo?

Caratterizzare gli effetti soggettivi: i questionari

Fin dagli anni ’60 uno dei principali obiettivi della ricerca sulle droghe psichedeliche è stato quello di misurarne in modo attendibile, valido e accurato gli effetti soggettivi. Nel corso degli anni ’80 e ’90 gli effetti di tali sostanze (principalmente DMT e psilocibina) vennero confrontati con quelli di altre droghe allucinogene (quali THC e ossido di diazoto) e di pratiche come la deprivazione o il sovraccarico sensoriale. I primi risultati portarono alla scoperta di tre fattori (più un quarto, generale, atto a misurare l’alterazione della coscienza a livello globale) in grado di riassumere l’esperienza soggettiva legata al consumo delle droghe psichedeliche. Il cosiddetto oceanic boundlessness consisteva nell’esperienza positiva di depersonalizzazione e derealizzazione in cui l’individuo forma un tutt’uno con l’ambiente circostante; il fattore dissoluzione dell’ego, al contrario, descriveva gli aspetti negativi di depersonalizzazione e derealizzazione, insieme a sintomi quali disturbi cognitivi, catatonia, paranoia e perdita di controllo sui pensieri. Infine le allucinazioni, i fenomeni sinestetici e in generale tutti i fenomeni di alterazione percettiva vennero racchiusi nel fattore ristrutturazione della percezione. Questi tre fattori vennero in seguito portati a cinque: le allucinazioni acustiche vennero differenziate da quelle visive, e si aggiunse un fattore per rilevare le alterazioni della vigilanza (attenzione sostenuta). Studi più recenti hanno messo in discussione anche questa caratterizzazione dell’esperienza soggettiva legata al consumo delle droghe psichedeliche: i cinque fattori sarebbero a loro volta multidimensionali. Una soluzione a undici fattori sembrerebbe quella statisticamente più valida, ciò nonostante la soluzione a cinque fattori è ancora quella più utilizzata, con i fattori oceanic boundlessness e dissoluzione dell’ego che risultano essere tra i più analizzati.

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Fisiologia

Dal punto di vista farmacologico dunque, come si anticipava già sopra, con sostanze allucinogene si intendono gli allucinogeni serotoninergici, ossia tutte quelle sostanze in grado di legarsi ai recettori della serotonina. Più nello specifico, le droghe psichedeliche agiscono essenzialmente come agonisti dei recettori serotoninergici 5-HT2A. Questi sono i recettori della serotonina più abbondanti nel nostro corpo: sono espressi in tutti i tipi di tessuto e cellule, inclusi per esempio la pelle e le cellule del sistema immunitario. Non fa eccezione il sistema nervoso centrale: i suddetti recettori si trovano in gran numero sia nella corteccia cerebrale, struttura dal punto di vista evolutivo più recente, sia in strutture più antiche quali talamo, amigdala, ippocampo e vari nuclei del tronco encefalico. La distribuzione dei recettori 5-HT2A nella corteccia non è uniforme: la loro densità è più elevata nelle aree cosiddette associative, ossia in tutte quelle regioni del cervello non implicate nell’elaborazione sensoriale ma importanti in quanto fungono da punto di integrazione, dalla cui integrità dipendono numerose funzioni cognitive complesse. L’unica eccezione è la corteccia visiva primaria, dove la densità dei recettori 5-HT2A è elevata. Non a caso, il consumo di droghe psichedeliche è associato ad allucinazioni visive ma non a sintomi motori. A livello microscopico le sostanze psichedeliche aumentano l’eccitabilità dei neuroni, e in una piccola percentuale di essi causano anche un aumento della loro attività elettrica.

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Per spiegare gli effetti a livello macroscopico bisogna invece fare un passo indietro. È universalmente riconosciuto che il cervello si organizzi in circuiti indipendenti e operanti (più o meno) in parallelo. Ad oggi sono stati descritti 10-12 circuiti diversi: un circuito particolarmente importante è il cosiddetto circuito di default. Le aree cerebrali del circuito di default sono metabolicamente più attive in stato di riposo, ossia quando non siamo impegnati con uno stimolo esterno. Si tratta di un unicum non solo a livello cerebrale, ma probabilmente anche a livello dell’intero organismo. Le sue funzioni sono avvolte nel mistero, ma anomalie funzionali e strutturali nel suddetto circuito sono state trovate praticamente in qualsiasi disturbo psichiatrico. Si presume che il circuito di default rappresenti il modus operandi intrinseco del cervello, e dalla sua integrità sembrano dipendere molte delle nostra abilità cognitive più complesse. Poc’anzi si è detto di come i circuiti operino in parallelo, ma in verità alcuni di essi operano in modo anti-parallelo: in altre parole, a un aumento di attività di uno di essi corrisponde una diminuzione di attività in un altro. L’attività del circuito di default è infatti anti-correlata (ortogonale) a quella di diversi circuiti coinvolti nell’elaborazione degli stimoli esterni. Non a caso, anomalie in questa anti-correlazione vengono osservate in molti disturbi psichiatrici, come ad esempio la schizofrenia o la depressione. L’impatto delle droghe psichedeliche è simile: viene osservata una disintegrazione del circuito di default affiancata, a livello fenomenologico, alla dissoluzione dell’ego. Inoltre, le droghe psichedeliche sembrano ridurre il grado di segregazione tra i diversi circuiti, quasi come a formare un unico super-circuito. Ma cosa significa tutto ciò?

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Le regioni del circuito di default ottenute tramite risonanza magnetica funzionale.

 I modelli teorici: tra entropia e psicoanalisi

L’unica cornice teorica al riguardo è stata fornita nel 2014 dal gruppo di ricerca guidato dal Dr. Carhart-Harris. Tutto nasce con una semplice constatazione: alcuni stati cognitivi e/o condizioni neuropsicologiche, come ad esempio la fase REM del sonno, gli attacchi epilettici, le psicosi e gli stati psichedelici, sono qualitativamente diversi dagli stati coscienti “normali”. I primi vengono definiti come stati primari, e più generalmente coscienza primaria, mentre i secondi vengono definiti con il termine di coscienza secondaria o stati secondari. Una distinzione simile fu proposta in tempi non sospetti già da Sigmund Freud: il celebre psicoanalista viennese giustificò l’emergere della coscienza secondaria in quanto prodotto dell’evoluzione, e invece che di coscienza primaria parlò di stati primitivi. Gli stati primari seguono il principio di piacere, mentre quelli secondari il principio di realtà. A questo punto è facile vedere la contrapposizione, tanto cara a Freud, tra l’Es e l’Io. La novità rispetto al passato è l’integrazione delle teorie freudiane con gli ultimi risultati nell’ambito delle neuroscienze: l’Io viene fatto coincidere con il circuito di default. Nella sua essenza, il modello proposto dal Dr. Carhart-Harris è abbastanza intuitivo: l’obiettivo del cervello è minimizzare l’entropia, qui da intendersi come incertezza (teoria dell’informazione). Abbiamo quindi un continuum, dove a un estremo corrisponde una grande dinamicità ma un elevato grado di instabilità, mentre all’altro estremo troviamo totale certezza abbinata però alla staticità assoluta. Entrambi gli estremi non sono funzionali: in termini psicopatologici il primo corrisponde alle psicosi, il secondo alla rigidità mentale osservata nella depressione o nei rituali del disturbo ossessivo compulsivo. Il modello è in linea con i risultati presentati nel paragrafo precedente, ed è in grado di spiegare perché il consumo di droghe psichedeliche sia potenzialmente benefico nel trattamento della depressione, delle dipendenze o del disturbo ossessivo, ma potenzialmente dannoso in caso di psicosi.

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Psilocybe cubensis, da cui si ricava la psilocibina.

Conclusioni

Nonostante i primi risultati nel trattamento delle malattie psichiatriche con le droghe psichedeliche siano incoraggianti, non va dimenticato che si tratta di studi con campioni modesti e di carattere altamente esplorativo. Anche la questione sicurezza non va trascurata: se a livello accademico-clinico i pericoli sono minimi, lo stesso discorso non vale per l’uso ricreativo. Non va mai dimenticato che si tratta di sostanze il cui effetto dipende soprattutto dalla condizione mentale di chi le assume e dall’ambiente circostante. Tuttavia va anche ribadito il potenziale enorme delle sostanze psichedeliche, non solo per quanto concerne l’ambito clinico, ma anche per quanto riguarda la ricerca sulla coscienza. È giusto concludere questa breve trattazione citando il Dr. Stanislav Grof, pioniere nella ricerca con le sostanze psichedeliche:

“It does not seem to be an exaggeration to say that psychedelics, used responsibly and with proper caution, would be for psychiatry what the microscope is for biology and medicine or the telescope is for astronomy. These tools make it possible to study important processes that under normal circumstances are not available for direct observation”

FONTI: immagini escluse, e dove non altrimenti indicato, la fonte dell’articolo è la review di David E. Nichols pubblicata nel 2016 sul “The American Society for Pharmacology and Experimental Therapeutics”.

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Ludovico Coletta

Nato a Lucerna e cresciuto a Lugano, per una strana congiunzione astrale mi ritrovo il passaporto italiano ma non quello svizzero. Nel corso della mia vita ho cambiato idea diverse volte riguardo a cosa dover fare una volta adulto: al principio furono i dinosauri (fissa ancora oggi ben presente), poi la biologia marina e infine le neuroscienze. Burocrazia permettendo dovrei aver concluso gli studi in neuropsicologia e neuroinformatica all’università di Zurigo. Sono profondamente interessato ai correlati neurobiologici dei disturbi psichiatrici e delle sindromi neurologiche, non disdegno però temi di più ampia portata come il libero arbitrio o la ricerca sulla coscienza. Nel tempo libero scrivo di neuroscienze per IMDI (http://ilmegliodiinternet.it/author/ludovico_coletta/), leggo fumetti e guardo film: Gipi, Baudoin e Gaspar Noé sono i miei raccontastorie preferiti. Fun fact: la foto profilo per theWise è allo stesso tempo il mio primo selfie di sempre.