Alessandro Santini si definisce una persona “strana” che ha idee “strane”. Ha la passione per la scrittura, ma non per quella classica da carta e penna. È una scrittura visiva che riesce a catturare emozioni e stati d’animo, ossia aspetti che difficilmente si riesce a trasmettere ad altri. Il suo talento risiede nel saper tradurre in immagini esperienze puramente intime e mostrarle come sono: naturali. theWise l’ha incontrato per farsi raccontare la sua passione per il cinema e il suo lavoro. Due elementi che lo accompagneranno nella sua scalata verso la rassegna cinematografica per eccellenza: Cannes».

Ciao Alessandro, parlaci un pochino di te.

«Sono nato il 26 agosto del 1994. Mio padre è un commercialista e mia madre lavora nel suo studio. Come genitori penso siano stati molto apprensivi. Fin da quando io ero piccolo, mi tenevano molto per mano quando dovevo fare delle scelte, come ad esempio la scuola (mio padre mi costrinse a fare il liceo scientifico nonostante io volessi fare il classico). Inutile dire che voleva anche che studiassi Economia all’università. Non fraintendermi, amo molto i miei genitori, e nonostante tutto loro sono ancora lì che mi supportano e sopportano di ogni scelta “stramba” che faccio. L’unico modo che avevo per evadere da questa situazione abbastanza opprimente, dai brutti voti a scuola, era guardare tonnellate di film».

E come sei arrivato a studiarli, i film?

«A livello personale, da quanto mi ricordo, ho sempre guardato i film – ma anche l’arte in generale – con occhi “critici”. Essendo la mia valvola di sfogo personale cercavo di coglierne ogni singolo elemento. A livello accademico c’è stato soprattutto un film che mi ha fatto dire: «Voglio fare cinema». Avevo quattordici anni. Il film era Begotten di E. Elias Merhige».

Perché proprio quel film? Cos’aveva quel film che altri non hanno?

«Era il primo film strano. Mi aveva lasciato una sensazione di sbagliato, come se non avessi dovuto guardarlo. Ero stato sempre abituato ai film pomeridiani o alle sit-com. A quattordici anni, quando scopri internet per la prima volta o comunque sei libero di navigarci (e quindi lo scopri davvero), puoi incappare in cose molto particolare, soprattutto se sei un bambino strano come lo ero io. Di quel film mi ricordo soprattutto l’assenza di dialoghi: c’erano solo suoni ambientali. Il che rendeva tutto molto surreale ma anche molto spaventoso».

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In che senso sei stato un bambino strano? Ti definiresti ancora così?

«Sicuramente non sono il tipo di ragazzo che potresti incontrare al supermercato indeciso su quale marca di latte comprare. A volte la mia mente mi spaventa. Sono stato in psicoterapia per diversi anni, ti basti questo».

È dal tuo essere “strano” che è nato il tuo progetto?

«Il mio progetto è nato dalla voglia di liberarmi da molte cose che avevo dentro. Scrivere è davvero il miglior antidepressivo che esista. Tu mi dirai: perché non scrivere e basta, allora? Perché i film arrivano a toccare molti più sensi di quanto un libro possa mai fare (soprattutto alle persone con scarsa immaginazione). Vedere le proprie paure in uno schermo, più o meno grande che sia, è molto più impattante e terapeutico che leggerle».

E dà la possibilità di indossare i tuoi occhi a chi guarda la tua opera.

«Esattamente».

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Quindi hai deciso di dar vita al tuo, di film. C’è stato un evento particolare che ha fatto accendere la lampadina sulla testa?

«Diciamo che sentivo di star sprecando il mio tempo non concludendo nulla di materiale e concreto. Avevo già fatto un cortometraggio per l’esame finale dell’Accademia del Cinema (Bologna) ma non mi aveva soddisfatto per niente. Avevo dei limiti di tempo e di scrittura. Però mi era piaciuto tantissimo stare sul set. Volevo provare la stessa emozione, ma questa volta con qualcosa di mio».

Ora che hai più spazio per esprimerti, cos’hai creato?

«Il mio corto parla di tre microstorie – amore fraterno, amicizia e abbandono – legate da una macrostoria riguardante la morte. Due amici si incontrano, dopo tanti anni, chiamati per spargere le ceneri del loro migliore amico morto. Questo era stato il suo ultimo desiderio. I due amici, all’inizio restii per motivi differenti, faranno di tutto per accontentare l’ultimo desiderio del deceduto. Uno dei due amici è impegnato con la sorella dell’amico morto, la quale ha avuto il primo stimolo sessuale proprio grazie al fratello. Forse, alla fine, la vita farà riallontanare i due amici, o forse no».

È una trama piuttosto impegnativa: non solo a livello di intreccio, ma anche di topic.

«L’idea mi è venuta parlando con il mio migliore amico e con (forse) troppe birre in corpo. Lui, scherzando, mi chiedeva cosa avrei voluto di suo se mai fosse dovuto morire prima di me, e se sarei stato disposto a spargere le sue ceneri in un determinato luogo. Mi ha colpito subito. Ovviamente poi ho romanzato il tutto, inserendoci elementi che mi attirano sempre nei film che guardo».

Come sta andando?

«Sta andando bene. Sono riuscito a mettermi in contatto con un personaggio abbastanza conosciuto nell’ambito registico, il quale mi ha chiesto di inviargli il soggetto ma ancora non ha risposto. Paranoie a parte, dovrei iniziare le riprese a luglio. I costi comunque sono quello che sono. Ho la fortuna dei miei a sostenermi, ma per essere più indipendente ho aperto una campagna Indiegogo per pagare diverse cose, tra le quali le attrezzature e gli attori. Il mio sogno bagnato è quello di inviare il mio corto a Cannes».

Ora una domanda un po’ strana. Di idee se ne vedono e se ne sentono tante: che cos’ha la tua idea che altre idee non hanno?

«Niente, sinceramente. Dipende tutto dalla messa in scena».

In che senso?

«Sono dell’opinione che, ormai, al pubblico non interessi più molto la trama. Prendi i Fast & Furious: siamo arrivati a otto capitoli. L’importante è saper riempire l’occhio del pubblico, che sia di esplosioni o di qualsiasi altra cosa non importa. C’è un film molto interessante, che deve ancora uscire in Italia: si chiama A Ghost Story. La trama è semplicissima. Ma il marito morto torna sotto forma di fantasma stereotipato, con un lenzuolo addosso. Messa in scena particolare».

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Qual è allora il tuo valore aggiunto? La tua firma?

«Il finale, che non rivelerò [ride, N.d.R.]. In complesso anche tutto il corto, molto nichilista».

Se non vuoi rivelarci la fine, però, dacci un piccolo assaggio della prima scena che girerai a luglio.

«È il crepuscolo, la luce ormai incerta del sole penetra dalle finestre semi aperte di un piccolo appartamento dove D. sta ballando a ritmo di musica pop nella sua cameretta. D. stringe a sé il suo Walkman e il filo delle cuffie, troppo lungo per una ragazzina di undici o dodici anni, si avvolge intorno a lei mentre la ragazzina si muove in maniera infantile e scatenata. Nella stanza accanto A., suo fratello di diciassette o diciotto anni, distoglie lo sguardo dal suo computer e, accortosi del rumore provocato dalla sorellina, si alza per chiudere la porta. D. improvvisamente cessa di ballare, guarda il Walkman ormai scarico e, con un’espressione infastidita, lo lancia sul letto. La ragazzina esce dalla sua stanza e si dirige in cucina, dove apre il frigo e si disseta con un grande sorso di acqua fresca. Alcune gocce d’acqua cadono dalla bottiglia e bagnano appena il suo vestitino estivo a righe. D. si dirige con passo sicuro ed allegro verso la camera del fratello, urlandogli se potrebbe prestargli delle batterie per il Walkman. Non ricevendo alcuna risposta, ma non aspettandola neanche, D. apre la porta della stanza di A., dove vede il fratello intento a masturbarsi. D. intravede il pene del fratello che viene mosso su e giù dalla mano del ragazzo. A., accortosi dell’intrusione, si tira su velocemente i pantaloni, afferra un cuscino e lo tira addosso alla sorellina, poi chiude la porta spingendola fuori. D. rimane immobile nel corridoio per alcuni secondi, dopo di che si gira e va in bagno. La ragazzina sale sul gabinetto e, tiratasi su il vestitino, inizia ad osservarsi allo specchio. Dopo alcuni momenti di indecisione, D. fa scivolare la sua mano verso il basso, al di sotto dell’ombelico. D., ormai trentenne nel presente, giace ad occhi aperti su di un letto accanto ad un ragazzo dormiente».


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In questa linea temporale sono un dottore in psicologia sociale. In questo mondo parallelo non sono ancora morto. Il caso ce l’ha sempre avuta con me, o forse mi vuole bene ed è sempre stato un problema di interpretazione. Ventotto anni di essere umano e ancora non ho capito come ci sono arrivato. Dopo una carriera scolastica mediocre sono sbarcato al porto dell’università. Qui la mia passione per la psicologia si è trasformata in qualcosa di concreto, dove lo studio della mente umana è diventata Scienza, e dove la mia trascuratezza mentale è mutata in amore per la ricerca. Amore, a quanto pare, non corrisposto. Ho dedicato il mio percorso formativo allo studio degli stereotipi, dei pregiudizi e del come affrontarli, con un'attenzione particolare all’antropomorfismo e alla psicologia delle religioni. Ora mi dedico allo studio di innovazione per gli istituti ospedalieri, ammiccando verso la psicologia della salute. Odio profondamente la PNL e chi la sostiene come verità assoluta. Amo profondamente fare pane e dolci. Mi piace pensare che il corso del tempo non sia così definito come lo si percepisce. Il me che agisce al tempo presente lo fa pensando al me futuro. Così in ogni cosa che faccio ringrazio il mio me passato, precedente me presente che ha pensato al me futuro, ovvero l’attuale me presente. Sono appassionato di viaggi nel tempo. Trovo una soddisfazione incontenibile quando, narrativamente parlando, un autore riesce a stravolgere temporalmente una storia e farla roteare su se stessa su una serie infinita di viaggi nel tempo che portano tutti ad annullarsi. Scrivo di viaggi fantastici, di gatti magici e astronauti golosi. In questa linea temporale, di questo mondo parallelo, mi ritrovo a combattere l’ignoranza in prima linea scrivendo articoli di psicologia e cercando, al contempo, di guadagnare qualcosa: autorevolezza.