Vivere e controllare la realtà oltre la realtà, ovvero “Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la fase REM”.

Fuggire temporaneamente dal mondo, scavalcare i limiti del razionale e gettarsi in una dimensione strana fatta di immagini irreali ma non per questo inverosimili. Quella appena descritta è una delle tante possibili definizioni di ‘sogno’, ossia dell’attività abitudinaria e al contempo misteriosa che prende vita tutte le volte che ci si addormenta: che lo si voglia o meno si viene scaraventati altrove, senza sapere come né perché.

«Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra».
«Io non ho desideri né paure» dichiarò il Kan, «i miei sogni sono composti o dalla mente o dal caso».
«Anche le città credono di essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda».

Italo Calvino, Le città invisibili, dialogo tra il Gran Kan (Kublai) e Marco Polo

A volte, però, il “filo” di questo discorso è visibile nella mente del sognatore, che, se sufficientemente consapevole, riesce a prendere le redini della situazione fino a poterla gestire a suo piacimento. Si ottiene così un sogno lucido (lucid dreaming), ossia – secondo la definizione di LaBerge – «il sognare sapendo di essere in un sogno». Un sogno, insomma, nel quale si mantiene la consapevolezza di sé, la propria volontà, i propri ricordi e la cognizione di ciò che sta avvenendo.

Epidemiologia e diffusione

Il fenomeno del lucid dreaming è piuttosto esteso: difatti, stando ad una meta-analisi cinquantennale (1966-2016) che ha studiato il fenomeno in maniera approfondita, il 55% delle persone prova l’esperienza del sogno lucido almeno una volta nella vita, e il 23% almeno una volta al mese. È prudente, però, sottolineare sin da subito come tali percentuali non tengano conto dell’influenza dell’onironautica, cioè di quell’insieme di tecniche – che vedremo tra poco – utilizzate proprio per migliorare il controllo della sfera onirica.

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Meditazione, buddismo e sogni lucidi.

Un fenomeno del genere, con tutte le sue implicazioni emotive e cognitive, è entrato di diritto nella cultura di varie popolazioni, come facilmente si può intuire. Nel Buddhismo tibetano, ad esempio, c’è un tipo di letteratura chiamata milamgyi terdzod, ossia letteralmente ‘tesori dei sogni’:

Quando albeggia lo stato del sogno,
Non giacere nell’ignoranza come un cadavere.
Entra nella sfera naturale della stabile presenza.
Riconosci i sogni e trasforma l’illusione in luminosità.
Non dormire come un animale.
Pratica in modo da unificare il sonno e la realtà.

Il sogno lucido viene visto come un epifenomeno della consapevolezza, quindi. In altre culture, il lucid dreaming diventa “viaggio astrale”: un concetto new age dai risvolti spirituali, in cui il sogno lucido diviene un metodo con cui l’anima esce dal corpo per esplorare mondi non fisici o non altrimenti esperibili. In certi casi – ed erroneamente – si sovrappone e si confonde con la paralisi del sonno, un fenomeno legato anch’esso alla sfera onirica, ma con la differenza sostanziale che la consapevolezza (certamente presente) non va parallela al controllo (totalmente assente). Nonostante ciò, per vari secoli i ricercatori hanno quasi ignorato tali racconti, relegandoli al livello di superstizioni non verificabili. Solo con gli studi di Frederik van Eeden, Alan Worsley e Stephen LaBerge – studi comunque svolti non senza difficoltà, tanto che alcune riviste del settore si rifiutavano di pubblicarli – si è iniziato a mettere dei punti fermi sul lucid dreaming, aprendo la strada a nuovi scenari e applicazioni.

Cosa accade in un sogno lucido?

Si è detto che il punto focale del fenomeno è la consapevolezza mantenuta all’interno del sogno. Questo fatto ha delle implicazioni di non poco conto: innanzitutto, viene a cadere un luogo comune della nostra cultura più o meno trasversalmente accettato, ovvero che le dimensioni della veglia e quella del sogno siano realtà nettamente separate da un confine ben definito, ossia quello rappresentato dall’addormentamento; in secondo luogo – ma in legame diretto col punto precedente – ci si rende conto della possibilità di essere lucidi anche nella realtà interiore, quella onirica, ben diversa da quella esteriore poiché caratterizzata dalla soggettività e dall’illogicità.

Dunque «siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni», come asseriva Shakespeare ne La tempesta? In un certo senso sì, ma sarebbe più coretto dire che i sogni (e ancor più i sogni lucidi) sono fatti della stessa sostanza di cui sono fatte le capacità emotive e cognitive umane, a loro volta condizionate dalla personalità e dal vissuto del soggetto in questione. Nel sogno lucido, infatti, mentre il corpo reale riposa prende vita un corpo “onirico”, con le stesse fattezze somatiche di quello “organico”, immerso in un mondo che ricorda molto quello reale (molti dettagli sono riproposizioni o distorsioni di ricordi, come si vedrà tra poco) ma in cui non vigono necessariamente le leggi fisiche, tanto che si può volare, correre velocissimamente o fare altre cose altrimenti inverosimili. Anche il tempo del sogno è percettivamente diverso da quello reale: alcuni sogni che sembrano lunghissimi possono svolgersi in un arco di tempo brevissimo, così come può avvenire il contrario. Il tutto mentre si conserva un senso molto forte di auto-consapevolezza, che però è diversa da quella della veglia: si può parlare di un Io potenziato, irrazionalmente consapevole del fatto di non essere concreto, il cui ricordo al risveglio è vivido e stabile, tanto che il senso dell’Io ne risulta integrato e stabilizzato.

Correlati neurofisiologici

Come già si è detto nel precedente articolo sulle paralisi del sonno, nell’addormentamento e nel sonno si hanno dei cambiamenti funzionali importanti riguardanti le attività di una variegata regione dell’encefalo: regione che comprende ipotalamo, prosencefalo basale (la parte più profonda degli emisferi cerebrali), la formazione reticolare del tronco encefalico e il locus coeruleus (anch’esso situato nel tronco cerebrale), le cui proiezioni si distribuiscono in tutto il cervello. È bene sottolineare come queste strutture operino in modo differenziato nell’induzione del sonno, poiché alcune di esse – specialmente la parte posteriore di bulbo e ponte e la parte anteriore dell’ipotalamo – agiscono come strutture ipnogene, mentre altre (mesencefalo,  parte anteriore del ponte e parte posteriore dell’ipotalamo) sono responsabili del risveglio, della veglia tonica e delle attività comportamentali della veglia stessa. Ne segue, come quasi immediata conseguenza (quasi perché molte sono le influenze interne ed esterne in tal senso), che il sonno non è un fenomeno passivo legato a cessazione delle attività nervose che sostengono la veglia, ma il prodotto di specifici sistemi neuronali agenti in maniera differenziata. Peraltro, il sonno non risulta un’attività omogenea nemmeno in termini temporali, motivo per cui si è reso necessario tracciare una distinzione in due fasi del sonno, distinte sulla base delle caratteristiche comportamentali e neurofisiologiche:

  • sonno non-REM, a sua volta diviso in quattro stadi che portano al sonno profondo, caratterizzato da onde lente. In questi stadi si assiste a una progressiva riduzione dell’attività tonica muscolare e dei movimenti oculari.
  • sonno REM, in cui si bloccano i muscoli del corpo, rallentano la respirazione e il battito cardiaco, si muovono gli occhi e i soggetti maschili hanno l’erezione mattutina.

Queste fasi si alternano nel corso della notte, aumentando via via la fase REM a discapito della non-REM (ovviamente ci sono molte differenze interindividuali, anche a seconda dell’età).

Contrariamente a quanto ritenuto fino a pochi anni fa, un soggetto addormentato sperimenta l’attività del sogno durante entrambe le fasi, e lo fa in maniera sequenziale: si fanno insomma molti diversi sogni durante la notte. Tuttavia, come dimostrato da LaBerge e altri studiosi,  il sognare lucidamente di solito (anche se non esclusivamente) avviene durante il sonno REM. In particolare, nel corso di questi studi, effettuati su volontari a cui eventualmente veniva richiesto di effettuare alcune task durante il sogno lucido, sottoposti nel mentre a valutazione polisonnografica, è emerso che:

  • i sogni lucidi non sono «parti tipiche del pensiero di sogno, ma brevi risvegli» (ipotesi di Hartmann);
  • il controllo volontario dell’immagine mentale del respiro durante il sogno lucido si riflette in cambiamenti corrispondenti dell’effettiva respirazione;
  • sotto certi aspetti, il sogno lucido sessuale ha un potente impatto sul corpo del sognatore, proprio come nella realtà;
  • esistono diversi tipi di sogni lucidi: sogni lucidi derivati da sogni normali già iniziati, derivati dalla veglia pre-addormentamento, o persino di tipo misto (quando, ad esempio, un soggetto applica le tecniche per effettuare un sogno lucido derivato dalla veglia, non rendendosi del tutto conto di essere nel bel mezzo di un sogno non lucido già iniziato).

Tecniche di onironautica

Il sogno lucido è quindi un fenomeno parafisiologico, raro nella maggior parte dei casi, occasionale in certi individui ma abituale per altri. Queste differenze interindividuali, però, non implicano diversità in termini di abilità e capacità: tutti, difatti, possono diventare scaltri e consapevoli sognatori, “semplicemente” attraverso un più o meno costante allenamento con tecniche di induzione. Ma nei fatti, in definitiva, come si riesce a impugnare il filo del sogno tanto decantato da Calvino? Come accade nell’acquisizione di una qualsiasi abilità, anche per il controllo dei sogni lucidi bisogna partire dalle basi. Innanzitutto, bisogna cercare di ricordarsi da svegli i sogni appena effettuati durante la notte: così facendo si polarizza progressivamente l’attenzione sul concetto sogno, punto focale di tutto l’allenamento.

Per agevolare tale processo è utile essere ben riposati, ossia dormire almeno otto ore in ogni ciclo di sonno (la fase REM infatti, come sopra spiegato, aumenta di lunghezza nelle fasi tardive del sonno, e gli stessi sogni hanno maggiore durata quanto più sono distanti dall’addormentamento), e riportare il contenuto dei sogni in un apposito diario da tenere vicino al letto. La trascrizione del sogno deve avvenire quanto prima, meglio se appena svegli: il cervello umano, infatti, tende naturalmente e progressivamente a disgregare il contenuto mnestico del sogno, rendendone difficile la rievocazione a distanza di tempo. Prima di trascriverlo, però, è utile non muoversi dal letto al momento del risveglio, e cercare di ricordare così il sogno appena fatto, per fissarlo nella maniera più nitida possibile. Utile, da questo punto di vista, risulta mettere una sveglia nel cuore della notte, qualora ci si renda conto di non riuscire a svegliarsi da un sonno troppo profondo subito dopo aver sognato; nondimeno, esistono delle app specifiche che – oltre a contenere sintetici consigli applicativi – emettono suoni mentre si sta sognando: un possibile mezzo di riconoscimento per prendere consapevolezza nel sogno.

Peraltro, ricordare i propri sogni significa anche capire come gli stessi funzionano, in termini di ambientazioni ricorrenti, persone presenti, emozioni maggiormente provate, così da prendere dimestichezza cognitivamente con gli stessi ed essere mentalmente pronti per quando si vivrà il sogno lucido vero e proprio. Oltretutto, sebbene possa sembrare banale, è bene ricordare l’importanza fondamentale della componente motivazionale, poiché effettivamente – se non si è convinti o se si hanno altri pensieri per la testa che rischiano di distogliere dall’obiettivo – è meglio lasciar perdere. È bene quindi mettercisi con impegno, e magari aiutarsi leggendo il diario dei sogni prima di coricarsi.

Quanto riportato, tuttavia, non è un processo immediato: possono volerci giorni per familiarizzare adeguatamente col mondo dei sogni, e settimane per acquisire un sufficiente grado di consapevolezza. Ma sarà a quel punto che si potrà mettere in atto il cosiddetto test di realtà: avendo sedimentato una maggiore attenzione verso i sogni, verrà quasi naturale chiedersi, all’interno degli stessi, se non ci sia per caso qualcosa che non va (quando invece, normalmente, durante un sogno non ci si chiede mai se si sta sognando). Fare ciò significa analizzare i dettagli dell’ambientazione onirica, pur non avendo la certezza di essere in un sogno, verificare se cartelli, strade e oggetti siano gli stessi che si sono incontrati durante la veglia, nonché assicurarsi che le leggi fisiche siano rispettate (in un sogno lucido, come si è detto, si può volare in scioltezza). Tuttavia, soprattutto le prime volte, è facile cadere in errorequesto perché, magari, non si realizza del tutto di essere in un sogno, o perché si ha paura di possibili conseguenze sociali (in quanto si tende a identificare le immagini di persone presenti in sogno con i loro corrispettivi reali). Non è facile, anche perché l’acquisizione di consapevolezza può rendere la lucidità eccessiva, facendo svegliare il soggetto per la forte emozione. Assai di frequente, però, si può sperimentare il cosiddetto falso risveglio, in cui il sognatore si ritrova nella sua camera da letto credendo di essersi destato, quando invece sta ancora sognando; questo può talvolta condurre a una paralisi del sonno, dunque è opportuno effettuare un altro controllo di realtà per avere maggiore sicurezza.

Presa la consapevolezza, bisogna saper  controllare volontariamente il sogno lucido per goderselo al meglio. Secondo  Ullman e Zimmerman il controllo è limitato: esisterebbe una parte del cervello (primaria e più importante) che creerebbe il setting del sogno non lucido, su cui poi si innesterebbe l’azione di altri regioni corticali (secondarie) che permettono la lucidità. Di fatto, però, non ci sono prove in tal senso; anzi, secondo alcune testimonianze è persino possibile – con molto allenamento – scegliere prima la location del sogno concentrandosi sula stessa durante la veglia. Risulta però possibile prolungare la durata di tali sogni, cosa quasi necessaria per non veder disperdere i frutti di tutto l’allenamento di cui sopra. Per fare ciò, stando ai risultati ottenuti da studi effettuati dal Lucidity Institute, ci si deve concentrare e svolgere una delle seguenti azioni, mentre ci si rende conto che il sogno sta gradualmente dissolvendosi: mettersi a ruotare attorno ad un punto (spinning), seguire la corrente (ovvero continuare a fare quello che si faceva prima dell’inizio del diradamento del sogno), strofinare in maniera vigorosa le mani tra loro. Ciò consente di prolungare l’esperienza onirica, aumentandone la fruibilità.

Possibili sviluppi futuri

In conclusione, è importante notare come l’esser riusciti – in tempi relativamente recenti – a entrare consapevolmente nella dimensione onirica abbia certamente rappresentato un traguardo, ma al tempo stesso un punto di partenza verso la risoluzione di nuovi interrogativi riguardanti la conoscenza umana. Ad esempio, essendo corpo onirico e corpo reale collegati, quali sono gli effetti organici derivanti da azioni strane e volontarie compiute nel sogno? Uno studio pilota fatto dall’Università di Heidelberg, in collaborazione con l’Istituto Centrale di Salute Mentale,  ha dimostrato che esercitarsi in uno specifico compito durante i sogni lucidi migliora nettamente le successive performance dello stesso esercizio nella vita reale. Altri studi sperimentali cercano una correlazione tra sogni lucidi e malattie mentali. Tra questi, uno studio effettuato dall’Università di Rio Grande do Norte (Brasile) ha provato a sondare la presenza di un nesso tra psicosi e sogni lucidi: ne è emerso che i soggetti psicotici sono più inclini ad avere sogni lucidi degli individui non psicotici. Tuttavia, se in questi ultimi l’esposizione al sogno lucido migliora la consapevolezza nei confronti della realtà interna, nei soggetti psicotici ne peggiora i sintomi positivi (specie allucinazioni e deliri) senza avere scopo terapeutico. Le possibilità e le potenzialità sono dunque molte e incoraggianti. D’altronde non sbagliava Friedrich Hölderlin, nel dire: «Oh! un dio è l’uomo allorché sogna, un mendicante quando riflette».