Bad to the bone: i cattivi (o presunti tali) della NBA

cattivi NBA
0 Condivisioni

I Playoff NBA sono la massima espressione della pallacanestro professionistica mondiale, e contestualmente il luogo dove i migliori giocatori del mondo si sfidano per l’ambito anello di campione, mostrando al mondo il loro talento e la loro capacità di giocare di squadra; qui è dove squadre e singoli costruiscono la loro fama sportiva e trovano il loro posto nella storia di questo sport, fosse anche per una singola partita.

Nel corso dei Playoff di quest’anno, tuttavia, è tornato prepotentemente alla ribalta un problema che ciclicamente genera infinite discussioni e acredine fra addetti ai lavori e tifosi, ovverosia quello della sottile linea che separa un difensore, magari rude ma corretto, da un macellaio collezionista di malleoli. Il casus belli è stato il famigerato intervento di Zaza Pachulia su Kawhi Leonard nella serie fra Golden State Warriors e San Antonio Spurs, che ha infortunato gravemente la caviglia della stella nero-argento ponendo una grave ipoteca sul prosieguo della serie per la squadra texana.

In uno sport che si gioca con le mani, è palese come il giocatore in attacco sia fortemente avvantaggiato rispetto al difensore, così come è palese che – in uno sport di cui il contatto fisico è una componente intrinseca – la difesa sia fatta sì di tecnica individuale e fondamentali, ma anche e soprattutto di concentrazione, durezza mentale e cattiveria. Se a questo aggiungiamo anche il bacino di provenienza della maggior parte dei giocatori NBA – ovvero situazioni familiari ed economiche abbastanza disagiate – otteniamo un certo tipo di approccio alle varie fasi della partita.

Lasciando in sospeso il giudizio sull’intervento di Pachulia – visto che non si avrà mai la certezza dell’effettiva volontarietà del gesto, né se abbia effettivamente cambiato il risultato della serie – l’attenzione si sposta sull’ondata di sdegno che è seguita sui social e sui media classici. Gli addetti ai lavori ed i tifosi hanno calcato fortemente la mano sulla presunta scorrettezza del giocatore, per l’innaturalezza del gesto e la sua fama di giocatore duro all’interno della NBA, accostandolo ad una serie di atleti che hanno fatto della difesa aggressiva e asfissiante  il loro marchio di fabbrica.

Ma è realmente così? O sono invece solo il contesto  e il nome del giocatore stesso  a indirizzare il giudizio di media e tifosi? Per cercare di fare luce sulla questione si andranno a prendere in esame dei giocatori la cui percezione presso il grande pubblico non è esente da qualche difetto.

L’articolo completo è disponibile sul nostro magazine alle pagine 36-39.

0 Condivisioni

Lorenzo Vagnoni

Nasco nel 1990, contro la mia volontà, e ancora adesso non ho metabolizzato la cosa; oltretutto il traffico di Roma non è molto indicato per superare una trauma del genere. Da piccolo, quando si giocava a calcio, venivo messo sempre in porta, motivo per cui ho iniziato a giocare a basket e non ho praticamente più smesso, passando dall'infantile venerazione per un 23 calvo di Chicago al fanatismo verso un argentino nasuto di Bahía Blanca. Il mio interesse adolescenziale per il genere femminile, assolutamente non ricambiato, mi ha spinto a diventare un videogiocatore accanito, oltre che a leggere classici della letteratura di gente morta almeno cento anni fa. Scrivo perché mi piace e perché credo che la formazione di una cultura sportiva, ma non solo, di un paese inizi dalla competenza, dalla chiarezza e dall'obiettività dell'informazione che la veicola. Ho tre gatti grassi, una logorrea conclamata e ascendenze marchigiane, ma di quest'ultima cosa non ho colpa.