Le proteste iniziate l’ultimo giovedì del 2017 in Iran si sono ben presto estese in tutto il Paese, dagli estremi confini del Nord-Ovest al Sud-Est. Le manifestazioni, probabilmente organizzate tramite i social network e presentate come una protesta contro la situazione economica insostenibile, sono diventate nel giro di pochi giorni un dissenso aperto contro il regime religioso e una richiesta di maggiori libertà, prima tra tutte quella di informazione.

L’Iran che conosciamo non è sempre stato così

L’Iran non è sempre stato il regime degli ayatollah e fino al 1935 aveva persino un altro nome, Persia. L’anno che ha segnato il cambiamento tra l’Iran di adesso e quello del passato è il 1979, con la rivoluzione khomeinista, dal nome del religioso che la guidò, l’ayatollah Ruhollah Khomeyni, nata in risposta all’ampio piano di riforme promosso col nome “rivoluzione bianca” e sostenuto dal governo americano per guidare l’Iran verso l’occidentalizzazione. In quell’anno infatti l’Iran ha cambiato tutto: dal regime politico al ruolo dei religiosi nella società, così come la vita quotidiana degli iraniani. Con un referendum vinto con il novantotto per cento di voti a favore è stata posta fine alla monarchia con a capo lo scià, nome dato al re di Persia, Reza Pahlevi, e sancito l’inizio alla Repubblica Islamica. Di quest’ultime ce ne sono solo quattro al mondo e tutte governate da sunniti, mentre in Iran la maggioranza è sciita. Secondo la nuova Costituzione, Khomeini diventò il giurista supremo, ricomprendo la carica più importante dell’Iran, che dal 1989, anno della sua morte, è ricoperta da Ali Khamenei. Nel giro di poco iniziarono a essere represse le minoranze religione ed etniche, fu limitata la libertà di organizzazione e di espressione, e la musica fu messa fuori legge. Le regole sulla vita quotidiana dei cittadini continuano oggi a essere molto rigide: alle donne, per esempio, è vietato scoprirsi i capelli in pubblico, a prescindere dalla loro provenienza e dalla loro religione ed esiste un organo di polizia, la polizia morale, che si occupa di far rispettare le norme sociali. Tuttavia, negli ultimi anni i giovani, che sono una parte numerosa della popolazione, dal momento che il quaranta per cento ha meno di venticinque anni, sono diventati più audaci nel non rispettare queste regole, in particolar modo sulle feste e sull’abbigliamento. Un aspetto che rende questo Paese singolare e pieno di contraddizioni è l’uso dei social network, quali Facebook e Twitter. Formalmente sono bloccati, ma di fatto moltissimi iraniani li usano attraverso i VPN. Quest’ultimi sono sviluppati da diverse società iraniane e questo prevede che ci sia una certa conoscenza e accettazione da parte del governo. Inoltre, cosa più importante, gli stessi esponenti politici iraniani, tra i quali la Guida suprema Ali Khamenei e il Presidente Rouhani, usano Twitter, pubblicando sia in inglese che in farsi, dando quindi per scontato di avere un pubblico nazionale. Il social network più usato dagli iraniani rimane comunque Telegram, che si pensa abbia avuto un ruolo fondamentale anche nell’organizzazione delle recenti proteste.

Cosa sappiamo delle proteste

Le manifestazioni iniziate giovedì scorso sono diventate ben presto le più grandi dal 2009, anno in cui il cosiddetto “movimento dell’Onda Verde”, guidato dai riformisti, scese in piazza a Teheran per protestare contro la vittoria alle elezioni presidenziali dell’allora candidato conservatore Mahmud Ahmadinejad. Questa volta il malcontento non è esploso nella capitale ma nella seconda città del Paese, Mashhad, anche se dal giorno successivo le manifestazioni si sono diffuse in altre città, un po’ su tutto il territorio dell’Iran, tra le quali Kermanshah, Rasht, Isfahan e Qom, sino ad arrivare a Teheran, nonostante il monito del ministro degli Interni iraniano di evitare “riunioni illegali”.  I video girati dai manifestanti e diffusi sui social mostrano la presenza massiccia degli organi di polizia e, a oggi, il numero è di almeno venti morti e centinaia di feriti. La motivazione iniziale delle proteste è la situazione economica disastrosa, in particolare i prezzi in aumento, l’ineguaglianza sociale e l’alto livello di corruzione, soprattutto ai vertici. La percentuale di disoccupazione nel Paese è cresciuta dell’1,4%, arrivando al 12,4% nel 2017, secondo i dati forniti dal Centro Statistiche dell’Iran: su una popolazione di ottanta milioni, 3,2 sono disoccupati. Le proteste a causa della situazione economica sono comuni in Iran e avvengono solitamente davanti al Parlamento nella capitale, così come nelle aree rurali da parte di persone che hanno perso i loro risparmi a causa dei fallimenti delle banche o pensionati che non riescono ad arrivare a fine mese. Tuttavia, quel che rende ciò che sta accadendo in questi giorni inusuale è la velocità con la quale le proteste si sono diffuse sui social media e sono state riportate dai principali canali notiziari stranieri. Inoltre, gli slogan prettamente economici sono ben presto stati affiancati da richieste esplicite di cambiamento del regime e morte del Presidente. Per questo motivo, il giornalista di BuzzFeed esperto di Iran, Borzou Daragahi, li ha paragonati a quelli delle grandi manifestazioni del 2009, anche se questa volta i manifestanti sono soprattutto giovani e persone molto povere, senza un orientamento politico di riferimento, mentre prima erano persone della classe media, vicine ai riformisti, che abitavano nelle grandi città. Rouhani è infatti accusato di non aver mantenuto le promesse elettorali sul miglioramento dell’economia, dal momento che era stato rieletto con la promessa di stimolare la ripresa economica, soprattutto grazie all’accordo trovato due anni fa sul nucleare, che prevede la significativa riduzione della capacità dell’Iran di arricchire l’uranio in cambio della rimozione di alcune sanzioni internazionali imposte sull’economia. Rouhani era stato tra i principali sostenitori dell’accordo, definendolo come uno strumento che avrebbe garantito grandi e immediati benefici all’Iran. Non è andata così, in primo luogo perché le imprese statali che operano nei principali settori dell’economia sono rimaste inefficaci e corrotte, secondariamente perché alcune sanzioni tuttora presenti continuano a impedire alle principali banche internazionali di aprire linee di credito in Iran. A peggiorare la situazione ci sarebbe poi la decisione del Presidente di abolire alcuni sussidi statali introdotti dal suo predecessore, l’ultraconservatore e populista Mahmus Ahmadinejad. Infine, la recente pubblicazione del budget ha inasprito il malcontento, dal momento che sono diminuiti i sussidi per i poveri, aumentate invece le spese per il clero e le istituzioni rivoluzionarie, mentre altre tasse, come la “tassa di uscita” pagata dagli iraniani ogni volta che viaggiano fuori dal Paese, sono cresciute. Inoltre, la moneta iraniana è stata deprezzata negli ultimi mesi, portando a un aumento dell’inflazione che ha raggiunto il quaranta per cento su alcuni prodotti basilari, come le uova.

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Città toccate dalle proteste, dopo quattro giorni dall’inizio. Fonte: Conflict News

La risposta del governo

Il governo reagisce alle proteste della popolazione oscurando i social network e arrestando centinaia di manifestanti. Hassan Rouhani domenica scorsa ha tuttavia difeso il diritto delle persone a manifestare, riconoscendo la necessità di avere uno spazio per la critica, purché quest’ultima non sfoci in comportamenti violenti che distruggono anche le proprietà pubbliche. Ha poi però giustificato la situazione economica, sostenendo che sia comunque migliorata rispetto agli anni precedenti, con una crescita che si attesta intorno al sei per cento anche se questo fatto non nega la presenza di problemi, giudicati risolvibili però nel lungo periodo. Inoltre, a chi protesta contro l’alto tasso di disoccupazione risponde che il governo ha creato settecento mila posti di lavoro.

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Studentessa universitaria si copre il viso per proteggersi dai lacrimogeni

E adesso?

Nessuno ha ancora chiaro cosa stia accadendo di preciso in Iran. In primo luogo, non si è ancora capito se si tratti di una protesta unica o di più proteste e se vi sia dietro una qualche tipo di organizzazione. L’unica cosa certa è che queste proteste si sono diffuse ormai per tutto il Paese e sono diventate qualcosa di diverso dalle semplici rivendicazioni economiche, fatto mai accaduto prima nella storia recente dell’Iran. La maggior parte degli analisti rimane in silenzio o si limita a piccoli commenti. C’è chi sostiene che le proteste del primo giorno siano state organizzate dagli ultraconservatori, ovvero quelli che fanno riferimento alla Guida Ali Khamenei, l’autorità religiosa e politica più importante del Paese, con l’obiettivo di indebolire il governo. Non ci sono prove certe per questa tesi ma Mashhad, la città da dove è iniziato tutto, è un luogo dove gli ultraconservatori sono molto forti. Tuttavia, le manifestazioni sarebbero poi sfuggite dal controllo e divenute espressione diffusa del malcontento contro il regime in generale e una richiesta di grandi cambiamenti. Dall’altro lato, c’è chi sostiene che le proteste non siano veramente nuove ma piuttosto frequenti, soprattutto durante la presidenza di Rouhani, e per questo bisognerebbe dare agli eventi degli ultimi giorni troppa importanza.

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Nata in provincia di Pisa nel 1994, ma adottata dalla Capitale nel 2013, quando mi sono trasferita per studiare Scienze Politiche alla LUISS. Adesso sono al secondo anno della specialistica in Public Policies. Sebbene non sappia cosa fare di preciso nella vita, tre sono le cose delle quali sono certa: amo viaggiare, scrivere e imparare nuove lingue. In particolare, ho una fissa con la lingua araba e per questo motivo ho più timbri del Marocco, dove ogni tanto vado a fare corsi di arabo, che di qualsiasi altro Paese sul mio passaporto. Ultimamente, ci sono restata qualche mese in più per fare uno scambio all’università EGE di Rabat per poi tornare di nuovo a Roma. Nel mio tempo libero, sono una gattara che va a cavallo.